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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

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Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

La villa contadina

“Noi siamo fittavoli, lavoriamo il terreno tutto intorno, lavoriamo tanto e parliamo poco. La casa? è abbandonata al suo destino, ma un tempo c’eravamo noi. Qui ci vivevamo, sì, pagavamo l’affitto e per noi era casa nostra. Ci stavamo in quattro fratelli con le nostre famiglie, eravamo in 23, abitavamo anche una casettina là fuori che sembra poco più di una baracca.

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Noi questa casa la volevamo comprare, ma i signori dicevano che non si può. Ha un grande valore affettivo, dicevano, è un caro ricordo materno, dicevano, è impossibile separarsene. Così noi ci siamo rimasti fino agli anni ’90, poi a malincuore abbiamo fatto fagotto e ci siamo trasferiti poco più in là. La terra continuiamo a lavorarla come un tempo.

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Lì dentro sono rimasti i nostri ricordi, assieme a un po’ di cianfrusaglie, alle credenze con ancora la bottiglia di vermouth e quella di crema marsala che ci facevamo il vov con le uova e tutto il guscio per tirarci su.

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Che se la tengano quel po’ di roba che abbiamo lasciato, così come hanno voluto tenersi tutto quanto solo per lasciarlo andare in malora. Ora la casa è passata in eredità alle figlie dei vecchi proprietari, sono quattro sorelle e si sa come vanno queste cose: non ci si mette mai d’accordo, le decisioni vengono rimandate, il tempo passa e i muri crollano. Non potevano vendercela per via del valore affettivo, avevano detto, ma a vederla com’è ridotta adesso non dovevano tenerci poi molto.

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Noi invece ci stiamo male anche solo a guardarla, per questo non la guardiamo nemmeno più, teniamo lo sguardo basso sulla terra che veniamo a lavorare e sugli attrezzi e sul volante del trattore.” 

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Ci ha salutati, è saltato sul trattore e ha continuato a fare quello che ha sempre fatto, lavorare. Non abbiamo saputo molto altro su questo posto. Non si sa bene a quale epoca possa risalire, forse la villa è successiva al 1600. C’è una targhetta annerita sulla facciata con qualcosa inciso: qualcuno, ci è stato detto, era passato a fotografarla per cercare di ricavarne informazioni, con quali risultati non si sa. Guardiamo il trattore allontanarsi e ci chiediamo chi mai avesse insonorizzato una stanza intera con le confezioni delle uova per farci una sala prove o una mini discoteca, queste però sono altre storie. Ma a proposito di uova con tutto il loro guscio, vi lasciamo una ricetta per fare il vov…se avete il coraggio provate! Nel frattempo ci sono altre foto su QUESTO ALBUM.

Ecco la ricetta per il LIQUORE VOV ALL’UOVO CON GUSCIO (presa dal blog giallozafferano)

Ingredienti:

  • 6 uova (di campagna o biologiche)
  • 6 limoni grandi
  • 4/5 cucchiai di zucchero
  • 500 gr di marsala secco

Preparazione:

Spremere i limoni e mettere il succo in un contenitore di vetro a chiusura ermetica . Lavare accuratamente le uova e porle nel succo di limone senza muoverle per 4 giorni. Trascorso il tempo indicato, aiutandovi con due cucchiai girare le uova e lasciarle per altri 4 giorni stando attenti a non romperle . Passati i 4 giorni rompete le uova lasciando il guscio, eliminando solo la pellicina bianca, delle uova nel succo di limone e frullare il tutto molto finemente. Aggiungere lo zucchero e il marsala e filtrare in un colino a maglie non fitte e imbottigliare. Conservare in frigorifero.

 

 

 

C’era una volta la fabbrica della carta

C’era una volta un monastero che poi divenne casa colonica che poi divenne cartiera. Si produceva carta paglia e carta da imballaggio, ma ci piace pensare che nascessero qui anche i fogli che poi diventavano pagine di libri illustrati.

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Dicono che qui ci siano i fantasmi, ma forse sono le ombre colorate di personaggi fiabeschi a scivolare da una stanza all’altra, attraverso le pareti.

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Potremmo immaginare che Cappuccetto Rosso sia uscito con un balzello dal libro che ci aspettava appoggiato ad una colonnina: chissà se lì dentro c’è la sua storia, chissà quale delle tante sue versioni (sapete che “Le Storie della mala notte” adorano le fiabe e le loro aggrovigliatissime radici? Se volete saperne di più sulle tante, sorprendenti, varianti della vicenda di Cappuccetto Rosso, ecco qui una bella puntata di Wikiradio tutta da ascoltare).

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La bambina vestita di rosso la vediamo con l’immaginazione, ma inseguendola ci imbattiamo in un lupo che c’è davvero, poi in un uomo cattivo e poi in creature malefiche e ghignanti che ci sorprendono da dietro le colonne.

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Per fortuna ci sono anche supereroi e cavalieri. C’è perfino traccia di quel ragazzino tutto giallo che ha dimenticato qui il suo skateboard.

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A un certo punto, però, il mondo delle fiabe diventa reale. Dapprima è una sensazione, poi un suono dolce e gentile che si moltiplica per 10, 100…è un tranquillo belare di pecore. Ci affacciamo al terrazzino e loro sono lì, bianche e morbide che circondano la struttura abbandonata. Siamo circondati da un gregge intero, un pacifico assedio bianco. Cosa c’è di più inaspettato e anacronistico di un gregge di pecore? Quale incontro potrebbe essere più in tema di questo, mentre si esplora una fabbrica abbandonata con il cielo che si fa scuro? La magia delle fiabe esiste davvero.

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La nostra Cappuccetto Rosso ci accompagna per altre mille stanze senza sollevare le montagne di fogli che ricoprono i pavimenti. A un certo punto salta a piè pari dentro un cerchio giallo disegnato per terra e sparisce. Il tour è finito. Dicono che mesi dopo la cartiera abbia preso fuoco: chissà che aspetto avrà adesso. Sarà un po’ meno colorata, forse. E i personaggi fiabeschi che ci abitavano? Sono sopravvissuti, loro sopravvivono sempre.   (Clicca QUI per vedere l’album completo)

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La villa dell’affresco naif

Grande e appariscente questa villa cattura lo sguardo, ci si volta a guardarla mentre si è diretti altrove e poi, prima di lasciarsela alle spalle, ecco cambiati i programmi della giornata: ci si gira e ci si avvicina.

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L’apparenza, si sa, inganna: gli esterni conservano il loro splendore ma, varcata la soglia, sono l’abbandono e la desolazione a fare gli onori di casa. Gli interni sono una successione di ambienti vasti e vuoti. I soffitti sono la dimora dei piccioni e i pavimenti… beh, sono ricoperti da strati e strati di escrementi. I piccioni spiccano voli improvvisi e disordinati, sbattono ovunque in cerca di un’uscita, fanno quel rumore che accentua il silenzio.

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Resta qualche decorazione qua e là su pareti che, chissà, forse un tempo erano impreziosite da affreschi o arazzi, quadri e librerie traboccanti di volumi. Sì, perché fra i componenti della facoltosa famiglia vissuta qui, ci fu anche un personaggio eclettico che purtroppo, come spesso succede, non è ricordato quanto meriterebbe.

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La vita lo portò a vivere altrove e a intraprendere una brillante carriera politica, ma è stato emozionante varcare quella porta da cui dev’essere passato un sacco di volte, con il cappello in mano. Siamo fra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, momento storico turbolento in cui l’attivismo o la fede in certi ideali potevano portare a scomode conseguenze. Ma nonostante l’impegno politico e le vicende che lo hanno costretto anche a trasferirsi altrove, il nostro padrone di casa non ha mai perso l’entusiasmo, la curiosità per il mondo che lo circonda e la natura in particolare. Oltre che politico fu naturalista, si interessò di scavi per la ricerca di insediamenti preistorici e fu anche apprezzato divulgatore scientifico. Scrisse una grande quantità di libri: dalle novelle ai testi naturalistici, dalle dissertazioni politiche ai libri di astronomia (confesso che non ho potuto fare a meno di procuramene uno!). Chissà, magari trovava l’ispirazione restando seduto sotto il portico, lasciando vagare lo sguardo oltre le colonne.

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Lasciato il ricordo di questo aristocratico intellettuale a contemplare il mondo e suoi cambiamenti, ci si sorprende nel fare un altro incontro. Salendo le scale quasi non la si vede… bisogna alzare lo sguardo e lei è lì, su un ritaglio di soffitto con una schiera di angioletti che la circonda.

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Una madonnina che calpesta un serpente sorridendo. Il dipinto raffigura “L’immacolata concezione” una scena rappresentata più o meno allo stesso modo in una grande varietà di casi (di seguito alcuni esempi) anche se nel “nostro” caso sorgono delle domande.

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Chi ha realizzato questo affresco e perché? Si trova in un punto non proprio evidente e lo stile è insolito: a giudicarlo così (senza alcuna conoscenza approfondita della storia dell’arte) sembra quasi copiato, realizzato cercando di riproporre la composizione delle figure adottata in altre opere che ripropongono la stessa scena anche se la posa della Santa Vergine appare speculare rispetto a tutte le altre. Chissà, magari la madonnina che ci accoglie sopra le scale, quasi nascosta, è opera di qualche passato inquilino di questa villa con il vezzo della pittura? Oppure questo suo aspetto naif appartiene a uno stile preciso? Perché scegliere proprio l’Immacolata concezione? Forse c’era un particolare legame di devozione della famiglia o forse è la data dell’8 dicembre ad essere significativa per chi viveva qui? Queste domande restano sospese, come il tempo racchiuso qui e in tutti i luoghi abbandonati che tanto amiamo visitare.

Se volete aggirarvi ancora in questa villa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

 

La casa anni ’80

Siamo capitati qui per caso, quasi perdendoci fra argini e campi sconfinati: è una casa contadina, con un grande spiazzo sul davanti, il cosiddetto “seese” dove immagino stendessero al sole il granoturco una volta sgranato. Di fianco c’è una grande stalla vuota. Cercando indizi sulla storia di questa casa ci siamo imbattuti in vicende di partigiani e rappresaglie, ma l’aria che si respira dentro è di qualche decennio dopo. Questa casa ha deciso di trattenere fra le sue mura brandelli di vita di una famiglia, così com’era negli anni ’80.

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Era una famiglia di quattro persone: mamma, papà e due ragazzi che avranno dieci e quattordici anni. Nella foto che ho trovato in terra, rovesciata, siedono al tavolo. Pranzano o cenano non so, è estate: i ragazzi hanno maniche corte, il papà la canottiera e la mamma uno di quei vestiti di stoffa stampata senza maniche. Sembrano felici, è una bella foto e io l’ho fotografata ma non la pubblicherò. In quella cucina è rimasta una montagna di piatti da lavare:

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Per terra c’è una tazza. Lo so, a molti di voi non ricorderà nulla…ma nel vederla è salita l’alta marea della nostalgia. Ne avevo una uguale, da bambina: era la mia tazza della colazione. La si comprava al supermercato, piena di Nutella. Io ci bevevo il caffellatte prima di andare ad aspettare lo scuolabus.

23659617_1620374247985665_3508407941865437680_n Al piano di sopra troviamo ciò che resta delle camere da letto e, sparsi sul pavimento, altri fossili di quegli anni dell’infanzia, quando le confezioni di merendine nascondevano un tesoro in una scatolina di cartoncino.

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Chissà dove sono ora quei ragazzi e se ricordano questi simboli della loro infanzia. Se vi va di vedere altre foto di questa casa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

La casa di Halloween

Questa è una casa che giace adagiata lungo un sentiero, come se qualcuno di passaggio l’avesse gettata lì.

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Diroccata e avvolta dalle piante rampicanti sembra un insignificante cumulo di vecchi mattoni, ma noi siamo a conoscenza delle spaventose creature che la abitano e senza paura le andiamo a salutare. Entriamo e squittii, ruggiti e ragnatele ci accolgono nel loro mondo dalle pareti rosse.

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Non sappiamo nulla della famiglia che un tempo viveva qui, ma ci piace pensare a un ragazzino tanto appassionato di mostri da volerli sempre con sé, nella propria camera da letto. Erano compagni di gioco che si staccavano dalle pareti non  appena, di notte, cominciavano i sogni, quelli avventurosi.
Chissà quanti anni ha ora quel ragazzo e dove vive, chissà se gli piacciono ancora i mostri e se ripensa ai suoi vecchi amici quando per le strade, ad Halloween, incontra piccoli mostriciattoli.

Io lo ringrazio, perché è per merito della sua stanza che è nato il mio racconto “La casa del fuoco” (lo trovate fra le pagine di QUESTO LIBRO)

Le case crollano, ma i posti magici viaggiano. Buoni mostri a tutti.

(PS. altre foto le trovate su QUESTO ALBUM)

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Nel borgo di case e gatti

Ci sono le colline e un corso d’acqua, c’è una villa dal grande giardino, c’è una strada tutta curve, ci sono automobili che sfrecciano veloci, incuranti della solitudine del borghetto. Le case sono fatte di pietre antiche e di finestre chiuse. Una di esse si affaccia proprio sulla strada: un involucro vuoto con la vita frettolosa che gli passa davanti. Fuori scorre il presente. Dentro restano intrappolati brandelli di passato.dsc_1556

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Fuori esplodono i colori dell’autunno. Dentro le riviste raccontano vecchie storie e i quaderni delle vacanze testimoniano che il bambino Luca aveva sacrificato agli impegni scolastici qualche ora dei suoi spensierati pomeriggi estivi …

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Nello stanzone buio che dà proprio sulla strada c’è un vecchissimo televisore. Sta di fronte al portone chiuso, come a fare la guardia. Le macchine che passano fuori, ad appena mezzo metro di distanza, provocano uno spostamento d’aria che fa oscillare rumorosamente il portone. Un rumore preso in prestito dall’esterno, di tanto in tanto, regala a questa casa l’illusione di essere ancora abitata.
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Usciamo e nei dintorni ci sono altre case abbandonate che si appoggiano, stanche, ai propri resti.

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E poi ci sono i gatti, guardiani silenziosi che vigilano, che osservano. Sembrano comparire dal nulla, sfuggenti come gli spettri. Ognuno davanti a una casa.
Uno di loro ci invita ad entrare nella sua dimora. Grassoccio ma agile, ghiotto di carezze, lo chiamiamo Tom Bombadil. Lui non ha niente da obiettare. Scavalca la finestra insieme e noi e ci mostra la sua cucina.

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Tom Bombadil ci accompagna al piano superiore correndo su per le scale di legno. Ci vediamo tutti riflessi nel grande specchio sull’anta aperta del vecchio armadio. L’ultima luce del giorno che si lascia catturare dai cristalli del lampadario ci ricorda che presto farà buio, che è tempo di andare.

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Usciamo e salutiamo Tom Bombadil promettendogli di tornare: c’è ancora un’altra casa da visitare, la “casa di Halloween“… ma questa sarà un’altra avventura.

Allontanandoci dal borgo e dai suoi gatti mentre la nebbia comincia a salire, pensiamo che questo posto non è abbandonato, ma solo vittima di un incantesimo. Gli abitanti sono stati trasformati in gatti e continuano ad vivere qui, nelle loro case che però non possono più curare come un tempo.

Vedi su Facebook l’ALBUM COMPLETO

La villa dei leoni (terza parte)

(…Vai alla puntata precedente)

Dopo aver fantasticato su chi potesse vivere in questa casa in compagnia di tanti animali, dopo aver visto una stanza da letto ingombra di oggetti riposti con una certa logica, il ritrovamento di un paio di bauli ci ha permesso di dare un nome alla persona che forse si era rifugiata in questo strano mondo… : H. S. Suona tedesco o inglese: per il suo essere straniero infiamma ancor di più l’immaginazione. Un nome che riecheggerà fra i muri delle stanze che continueremo a visitare, un nome sul quale indagheremo non appena tornati a casa.
Allora, immaginiamo di continuare l’esplorazione alla luce di quanto abbiamo scoperto successivamente. H. S. i leoni li possedeva davvero, vivi, in carne, ossa e pelliccia!
Abbiamo trovato dapprima un vecchio articolo. Si parla di un signore che si chiamava proprio H. S. che viveva con dei leoni: il nome e altri dettagli sembrano coincidere. In questa casa, tra l’altro, abbiamo trovato parecchi libri in lingua inglese.

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Un dettaglio però non torna: nell’articolo si parla di una città precisa alla quale darò un nome di fantasia (Leolandia) e noi qui siamo da tutt’altra parte, in un paesotto al quale darò un altro nome di fantasia (Roccaleonina). Tuttavia un indirizzo riportato sul fondo di una sedia corrisponde a quello citato nell’articolo. Che questo misterioso Mr. H.S. si fosse trasferito qui in un secondo momento?
Le indagini continuano e ci imbattiamo in una intervista radiofonica dove una “persona informata dei fatti”, il  signor St., ci fa tornare indietro nel tempo, negli anni ’80 e ci racconta di questo affascinante personaggio che viveva proprio a Leolandia, come riportato nell’articolo.

Dall’intervista apprendiamo che il signor H.S. aveva un contratto d’affitto con il demanio, viveva preso uno stabile del genio civile ed era arrivato a Leolandia nel ’76. Aveva scrupolosamente recintato la proprietà impedendo così agli abitanti del luogo di fare i loro consueti bagni nelle acque del fiume. “Noi lo conoscevamo tutti perché tutti sono passati per l’argine, tutti sono stati mandati via da lui” dice il signor St.
H. S., se non si fosse capito, era un tipo un po’ eccentrico. Troviamo anche conferma del fatto che possedesse molti animali: cani, gatti, uccelli e rettili…come ci facevano ben sospettare le gabbie e i rettilari presenti un po’ ovunque nella casa che abbiamo visitato noi (che però si trova a Roccaleonina, da tutt’altra parte!).

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Scopriamo anche che il signor H.S. faceva vivere in casa propria due studenti che “teneva come fossero figli suoi” e di questo troveremo conferma nelle parole del signor Giulio, che vi presenteremo più avanti.

Torniamo però negli anni ’80, lì dove tutto è cominciato, a Leolandia. A un certo punto H.S. riceve lo sfratto: cosa succede dopo? Dove si trasferisce? E come fa con i leoni? Ecco che entra in scena un apecar e la faccenda si fa ancora più incredibile: H.S. avrebbe portato via un leone alla volta, sull’apecar, nottetempo.
Non sembra un film di Kusturica?
Certo non sappiamo se questo episodio sia realtà o leggenda, ma noi un apecar l’abbiamo visto davvero, lì fuori.dsc_1867Il sospetto che H. S., in seguito allo sfratto, si sia trasferito qui  a Roccaleonina, alla “Villa dei leoni”, a questo punto è molto forte: con la nostra esplorazione potremmo aver documentato il “cosa è successo dopo”. Se il signor St. dice di aver “perso le tracce” del signore inglese… potremmo averle ritrovate noi!
Raccontando di questa casa e della faccenda dei leoni ad amici e conoscenti abbiamo acceso i ricordi di Fabio, un collega di lavoro: la “Villa dei leoni” la conosce, andava a pescare da quelle parti negli anni ’80, e giura di aver sentito dei ruggiti! Stando al calendario che abbiamo trovato nella casa, ancora una volta tutto potrebbe coincidere.

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Ma H.S. ci è vissuto davvero in questa casa, o l’edificio è solo una sorta di deposito dove per qualche ragione sono finite alcune delle sue cose? Siamo tornati da quelle parti per cercare qualcuno a cui fare domande. Abbiamo incontrato la piccola Meris che passeggiava con la mamma alla quale abbiamo chiesto se sapeva nulla di quella bella casa abbandonata. “A due passi da lì vive il signor Giulio” ci ha detto “ci sto andando ora e vi accompagno se vi va”.
Il simpaticissimo signor Giulio ci ha confermato che “Arol”, come lo chiama lui, è vissuto davvero in quella casa, insieme a due figli adottivi, “un toso e nà tosa”. Aveva un sacco di animali, due vecchi leoni sì (morti di vecchiaia), ma anche due muli, galline, cani. Falciava l’erba lì intorno e coltivava granturco per il pollame. Nella vita aveva fatto l’insegnante di inglese, viveva qui in affitto con una misera pensione e sì, dapprima era stato in quell’altro paese, Leolandia.
Giulio conferma anche quanto detto da St. nell’intervista radiofonica: H. S. era testimone di Geova, si occupava di studi biblici e ne parlava in una trasmissione radiofonica notturna su una radio libera. A conferma di ciò c’è un altro dettaglio che nella casa aveva catturato la nostra attenzione: un grande foglio di cartoncino, scritto in inglese, fitto fitto, con date e fatti riportati nella Bibbia, schematizzati e posti in ordine cronologico.

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Forse H. S. voleva calcolare l’età della Terra risalendo alla data della creazione secondo quanto scritto nella Bibbia? Beh, ha avuto illustri predecessori, anche un altro signore inglese aveva fatto lo stesso, un certo Sir Isaac Newton!

dsc_1850Purtroppo nelle parole di Giulio troviamo anche la fine di questa storia: H.S., ci dice, è morto qualche anno fa e pare sia sepolto a Piove per Bacco (altro nome di fantasia ma meno strano del reale). Chissà.
Abbiamo un finale, ma manca ancora un vero inizio: cosa faceva H.S. in Inghilterra? Come mai è venuto in Italia? Da dove arrivavano i suoi amati leoni? Forse queste domande resteranno sospese.
Noi abbiamo continuato a cercarlo, in rete, ed è emersa una vecchia registrazione di una sua trasmissione radiofonica: ci sono le voci dei radioascoltatori che interagiscono proprio con H.S.! Era l’epoca dello sfratto e, a quanto pare, lui aveva sfogato in radio la sua rabbia con una sonora bestemmia che aveva alzato un polverone di polemiche. Questo signore inglese, pur mantenendo il suo accento, aveva ben imparato lo sfogo verbale tipicamente veneto!
La storia si conclude qui, ma per rendere giustizia all’eccezionalità di questo personaggio bisognerebbe scriverne un libro, o farne addirittura un film. Sarebbe una di quelle storie da farsi raccontare più e più volte, quelle storie che ci piacciono tanto di persone non allineate con il sistema, quelle che hanno un mondo che scoppia loro dentro. La storia di quel ribelle, folle, fantastico H. S..

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La villa dei leoni (prima parte)

Questa incredibile storia inizia varcando la porta socchiusa di una grande vecchia casa abbandonata. E’ una di quelle ville antiche che un tempo si ergeva orgogliosa sopra tutto il resto ma ora, sofferente per gli acciacchi del tempo, tende ad accartocciarsi su sé stessa e quasi sembra volersi nascondere dietro le piante e le sterpaglie che si fa crescere attorno.

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Davanti all’ingresso ci sono un paio di gabbie, ciotole, cucce per cani e immondizia varia sparsa intorno. Fa un po’ tenerezza accorgersi di una grossa farfalla di legno rimasta impigliata in un fascio di rami tagliati appoggiati al muro.

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Varcata la soglia, l’ingresso ci accoglie presentandoci abitanti che non ci sono più. Voliere, rettilari, acquari e gabbie in genere racchiudono un vuoto che non può non far pensare a quanto affollato debba essere stato questo posto. Chi abitava qui? Viene da pensare a una coppia o piuttosto a una persona soltanto che, ritiratasi in questo zoo domestico, passava le giornate a prendersi cura dei suoi ospiti. Questa idea, vedremo, non è lontana dalla realtà…

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La cucina straripa di disordine e oggetti di ogni tipo. Appese in fila ci sono ancora grosse farfalle, un quadro forse un po’ insolito che rappresenta una fattoria americana. Tanti souvenir su cui spicca un quadretto con carrettino siciliano. E appeso vicino alla finestra uno di quei nastri adesivi con appiccicate un bel po’ di mosche…chissà da quanto tempo sono lì.

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Mobili accatastati e ancora tanti, tanti oggetti di ogni tipo ingombrano anche la sala successiva, ma bisognerà salire le scale per poter cominciare davvero a raccontare la storia di chi viveva qui e soprattutto per rispondere alla domanda “cosa c’entrano i leoni?” (TO BE CONTINUED…)

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