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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

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A casa della nonna che scrive

Ines viveva in una casa enorme, un palazzo edificato come piccola fortezza già fra il XIV e il XV secolo. Le pareti di quella grande casa racchiudono stanze ben più grandi e storie molto più lunghe di quanto possiamo immaginare di trovare nelle abitazioni comuni. Ma anche Ines non era una persona comune. Viaggiava molto e senza bisogno di nessuno che l’accompagnasse: saltava su un aereo e raggiungeva il nipote lontano, anche se l’età avrebbe suggerito diversamente. La chiamavano nonnina volante, ma nelle sue giornate nel grande palazzo Ines si faceva compagnia scrivendo. Agende, fogli sparsi, lettere… tante, tante parole messe nere su bianco e lasciate su tavoli, credenze e comò a parlare di una lunga vita. Quasi 110 anni. La casa di Ines ha sentito il suo abbandono e ora si sta lasciando andare a sua volta, dopo secoli di storie e di vite. In quella dimora abbandonata aleggia la storia dell’ultima abitante che, come succede spesso, diventa un po’ leggenda, un po’ fantasia.

Altre foto in QUESTO ALBUM

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Siamo i ribelli della montagna

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«Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.»

Un covo di ribelli, un luogo di ritrovo dove si scrive la legge dell’avvenir. L’impressione è stata questa, entrando in questa casa.

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Si respira la protesta, si sente il chiacchiericcio anarchico della sera e qualche nota di chitarra,  un canto e l’odore di fumo.

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Poi se ne sono andati tutti e non si sa il perché. Resta qualche vestito e sopravvivono, nelle pareti, testimonianze di un’arte antica, ancora aggrappata alla roccia.

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Altre foto di questo luogo bizzarro si trovano in questo ALBUM

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Sturm und drang

Qui è successo qualcosa di forte, devastante. Qui qualcosa ha distrutto tutto, all’improvviso, come un incantesimo scagliato da un mago impazzito. Per questo motivo, aggirandomi qui, fra mura crollate e statuette spaesate, ho pensato a Dorothy quando ritorna alla città di Smeraldo e la trova stravolta.

 

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fotogramma tratto dal film “Nel fantastico mondo di Oz” del 1985

Forse, come succede nel film, quelle statuine in mezzo all’erba non sono sempre state di pietra, forse prima del disastro erano esserini viventi.

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Forse con questi mobili abbandonati e un tocco di magia, ci potremmo costruire anche noi un trabiccolo volante e andare via.

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Inoltre c’è da dire che la vernice rimasta il colore della città di smeraldo lo ricorda davvero.  Non avete visto il film e ricordate solo il grande classico con Judy Garland? Recuperate quanto prima! “Nel fantastico mondo di Oz” mantiene il tono della favola ma si tinge di tinte cupe, alcune scene riescono anche ad essere disturbanti. La sensazione di trovarsi imbrigliati in un incantesimo un po’ folle pervade anche lo spettatore ed è un po’ ciò che si prova visitando luoghi abbandonati come questo.
Nella realtà questo posto non è stato vittima di una magia cattiva. A guardarlo viene da pensare a uno scenario di guerra, ma non è così. Questa volta è stata la natura che s’è svegliata e ha  deciso di spazzare via questo posto, le sue mura, le statue, i mobili, tutto. Non ha lasciato nulla se non i ricordi e un asciugacapelli appeso.

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Chi si è salvato? Solo chi se ne stava rincantucciato nell’angolo, sul fondo della chiesetta: una madonnina è ancora lì, sopravissuta e riconoscente.

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Ci sono altre foto di questo posto, se vi va le trovate in questo album. Magari lasciate pure qualche commento!

Alice, Nellino e la loro casa

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(In molti leggete questo articolo, ma non dimenticate di dare un’occhiata anche a tutti gli altri, perché di posti fantastici ne ho visitati parecchi: curiosate nel BLOG e visitate la PAGINA FACEBOOK!)

L’hanno chiamata “Casa delle Favole”, “Casa di Hansel e Gretel” o “Casa di Adamo ed Eva”. Spersa nella campagna, è una casetta azzurra dalla quale spuntano piccole creature buffe e sorridenti che danzano, cantano, chiacchierano e si fanno dispetti. Sono statuine di ogni foggia e colore. Sono tante. A qualcuna manca un pezzo, altre hanno perso la testa ma continuano a sorridere.

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Varcata la soglia, ci si lascia alle spalle questo piccolo popolo per incontrare altri personaggi, coloratissimi e variegati, dipinti su ogni angolo di muro, su ogni centimetro quadrato.

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Ci si chiede chi mai potesse abitare in un posto così, così pazzesco. Si fa vagare lo sguardo fra vecchi vestiti buttati a terra, libri ammuffiti, un paio di stufe a legna. Nonostante l’abbandono  viene da pensare che qui non ci siano mai state troppe comodità, neanche quando oltre alle statue e ai disegni ci abitavano persone in carne e ossa.

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Ma chi erano gli abitanti artisti che hanno creato questo guscio modellandolo a immagine della loro visione del mondo? Le poche tracce sono un nome apposto come firma su molte delle opere dipinte: “Alice Nelly”. Chiedendo, cercando, confrontando le proprie informazioni con quelle raccolte da altri che sono passati di qui, tutti vittime dello stesso fascino, si viene a sapere che in questa casa ci vivevano fratello e sorella: Nellino e Alice Nelly. Altro fatto ritenuto abbastanza certo è che facessero a meno di elettricità e acqua corrente. Una visita al cimitero del paese svela che Alice è venuta a mancare nel 2007, ma non ci sono notizie sul destino del fratello. Da questi brandelli di verità sono sbocciate ipotesi fantasiose sulle vicende e la vita dei due fratelli, storie che hanno rivestito di leggenda Alice e Nellino donando loro l’immortalità  che meritano coloro che lasciano i propri sogni in prestito.

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Doveva fare freddo lì d’inverno, ci si sorprende ogni tanto a pensare.  E poi ci si immagina come fosse la vita di tutti i giorni. È una casa che torna in mente, anche quando si sta facendo altro. Anche quando distrattamente si sfoglia un libro di storia locale e ci si imbatte in una foto in bianco e nero. Ci sono un uomo e una donna, non più giovani. E ci sono loro, le statuine, proprio loro. Ecco allora che Alice e Nellino hanno un volto e un sorriso. Ora è possibile immaginarli nella loro casa, lei a dipingere sui muri, lui a modellare statuette. Sulle pagine del libro leggiamo la loro storia.

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Si erano trasferiti in questa casa nel lontano ’46, con la madre. Il padre era morto folgorato mentre lavorava su una linea elettrica dell’alta tensione: di qui il rifiuto della madre di dotare la casa di impianto elettrico, un rifiuto che i suoi figli fecero proprio. Il racconto riportato nel libro offre parecchi altri aneddoti che aiutano a capire quanto i due fossero anticonformisti e, a loro modo, felici. Nellino venerava la sorella al punto da non chiamarla per nome, per lui era Divina e con questo appellativo si rivolgeva a lei. Entrambi avevano adorato la madre e Nellino, alla sua morte, realizzò una serie di sculture di angeli e santi che pose nei pressi della tomba. Le sue creazioni, però, creavano un ingombro notevole, tanto che il Comune dovette predisporne lo sgombero. La figura della madre deve essere stata una presenza forte, imprescindibile, aveva questo folle desiderio che i suoi figli si sposassero fra loro… e quel suo desiderio possiamo dire che loro lo abbiano esaudito.

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Alice e Nellino erano entrambi insegnanti. Vivevano dei prodotti dell’orto e avevano polli e galline. Ascoltavano le notizie dalla radio a batterie e per far luce di notte usavano lumini a petrolio. Alice cuciva i vestiti che indossavano e si racconta che lei avesse gusti molto raffinati e non rinunciasse al vezzo di usare scarpe col tacco. Nellino ha raggiunto l’amata sorella nel 2013, ora sono di nuovo insieme e lo saranno per l’eternità.

Alcune delle informazioni riportate in questo articolo e la foto di Alice e Nellino sono tratte dal libro “I Colli Euganei nella memoria – vecchie storie, antiche leggende, canzoni e tradizioni” di Danilo Montin, Proget Edizioni.

Altre foto di questa casa le trovate in QUESTO ALBUM e se volete visitarla mentre fuori nevica, ecco ALTRE FOTO

La casa strana

“Alla fine avevamo tirato sera senza combinare granché, ma la colpa era del caldo mica nostra. Uno pensa che lì all’ombra del monte sia un po’ più fresco, ma la calura si era appiccicata alle pareti della casa e sulle travi e addosso a me e a Mario. Si è potuto respirare solo quando il sole ha cominciato ad andare giù.

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Ci siamo bevuti un paio di birre e più passava il tempo più si stava bene seduti a fare quattro chiacchiere. Passava il tempo e si faceva buio e la birra scendeva e il sonno saliva così pesante da tenerci incollati lì. C’erano un divano e una branda e cos’altro dire? Ci siamo addormentati in quella strana casa che ormai facevi prima a buttarla giù e a costruirla nuova che a ristrutturarla.

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Ero sprofondato in  un sonno di quelli che ti fanno dimenticare chi sei e dove sei, di quelli che quando ti svegli non capisci più niente. Mi svegliai tossendo come se avessi il fuoco in gola e capivo solo che stavo morendo e che il fuoco c’era davvero. Non vedevo niente, mi bruciavano gli occhi e andavo a sbattere. Mario s’era alzato pure lui e tossiva. La porta era a un passo ma ci mettemmo una vita a trovarla fra tosse e bestemmie. Fuori corremmo e finimmo a terra, gli occhi bruciavano da matti ma riuscimmo a vedere il fuoco lassù, sulla torretta. Le fiamme facevano luce e rumore e caldo. Arrivò la gente urlando, arrivarono i pompieri e i carabinieri. Sembrava l’inferno, sarebbe stato l’inferno se il monte secco avesse preso fuoco. Il maresciallo ripeteva le stesse domande, ci credeva due sbandati. Le fiamme illuminavano i volti di tutti, sembravamo le anime dell’inferno. I pompieri ci misero quasi tre ore a spegnerle. Quando tutto finì, la casa strana era diventata ancora più strana: mezza bruciata, mezza in piedi, con quelle statuette in alto che sono rimaste a guardare lontano. Noi ce ne andammo. Ogni tanto mi capita di passare da quelle parti e di vederla in lontananza ma non riesco mai a osservarla troppo a lungo.” 

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Le cose sono andate più o meno così. La casa strana è un edificio degli inizi del novecento. Il proprietario si è trasferito altrove, ma per un po’ di anni qui ci sono vissute ben tre famiglie. Poi è venuto il tempo dell’abbandono. L’incendio è scoppiato una notte d’estate e si è mangiato le strutture in legno. Tutta la colpa sarebbe stata di un corto circuito della linea elettrica. La torretta che abbelliva la casa ha subito i danni maggiori, lo spavento più grande lo hanno avuto le due persone che dormivano al piano terra, la preoccupazione più  forte è stata quella degli abitanti della zona che temevano il propagarsi delle fiamme su tutta la collina. Ora tutto è finito, la vita va avanti, si guarda oltre così come ci insegnano le statuette che scrutano l’orizzonte dalle sommità delle mura sopravvissute.

Le altre foto le trovate in questo ALBUM

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La casetta degli sposi

Questa casetta un tempo è stata un nido d’amore: piccola, isolata, disposta su due piani. Deve essere stato bello viverci, i primi tempi, prima che il tempo corresse troppo avanti, troppo in fretta.

All’inizio ci viveva una coppia di sposi, erano felici.

Beh, forse non proprio loro, però ci piace immaginarli così perché questa casa è anche un po’ bizzarra, come quella del FILM da cui è tratto questo fotogramma. Perché bizzarra? Si entra dal piano terra, affacciandosi subito a quello che poteva essere un salottino. C’è ancora una di quelle poltrone grassocce, quelle in cui l’uomo di casa può sprofondare leggendo il giornale (sempre che riesca a ricordare dove ha lasciato gli occhiali).

Da qui si raggiunge una piccola cucina dove, nel frattempo, la moglie sta preparando un delizioso pranzetto.

Ma quante volte succede che, quando tutto è pronto in tavola, manchi un coltello o una forchetta? Forse uno spiritello dispettoso ha nascosto le posate, ma di certo ce ne sono un sacco nella sala da pranzo, quella bella dove si ricevono gli ospiti.

Questa sala è bella… in modo strano. Guardate che colori! Le pareti di un verdemare molto intenso, i mobili di legno scuro dagli interni porpora e poi ancora il termosifone dipinto di rosso come pure gli infissi. Per sentirsi in un film di Tim Burton basta stare qui dentro, magari al centro della stanza e fare una piroetta. Forse potrebbe anche arrivare uno spiritello.

Gli sposini nel frattempo osservano tutto. Loro sono qui presenti, in ogni angolo. Vicino a una vecchia tovaglia c’è anche il “barometro matrimoniale” per lanciarsi messaggi, per non arrabbiarsi e perdonarsi sempre.

Altra bizzarria di questa casa è che la camera da letto è al piano superiore e per raggiungerla bisogna uscire e fare le scale esterne. Scopriamo che la nostra coppia di sposi, oltre che innamorata, era molto devota.

 

Quando è arrivato un pargoletto, marito e moglie hanno ragionato e discusso: questa casa è piccola e scomoda, non ci si può stare più! Così, alla fine, hanno deciso di cercarne un’altra e andare via. Però hanno dimenticato qualcosa, lì nella scatola, sopra l’armadio, ben piegato: il vestito da sposa.

O forse è stato uno spiritello dispettoso a nasconderlo, perché voleva tenerlo per sè?

Adesso qui ci viene lui solo, di notte, a giocare.

Quello che possiamo dire noi è che questa casetta è parecchio malconcia: a occhio e croce sarà abbandonata da almento vent’anni. A giudicare da certe crepe sulle mura, forse il motivo dell’abbandono potrebbe essere legato a cedimenti strutturali, ma queste sono tutte ipotesi. Non siamo riusciti a sapere nulla di quella coppia di sposi che un tempo è vissuta qui. Auguriamo loro di essere sempre felici e che ogni giorno sia bello come quello del loro matrimonio.

Le altre foto di questa casetta le trovate QUI.

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

La villa contadina

“Noi siamo fittavoli, lavoriamo il terreno tutto intorno, lavoriamo tanto e parliamo poco. La casa? è abbandonata al suo destino, ma un tempo c’eravamo noi. Qui ci vivevamo, sì, pagavamo l’affitto e per noi era casa nostra. Ci stavamo in quattro fratelli con le nostre famiglie, eravamo in 23, abitavamo anche una casettina là fuori che sembra poco più di una baracca.

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Noi questa casa la volevamo comprare, ma i signori dicevano che non si può. Ha un grande valore affettivo, dicevano, è un caro ricordo materno, dicevano, è impossibile separarsene. Così noi ci siamo rimasti fino agli anni ’90, poi a malincuore abbiamo fatto fagotto e ci siamo trasferiti poco più in là. La terra continuiamo a lavorarla come un tempo.

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Lì dentro sono rimasti i nostri ricordi, assieme a un po’ di cianfrusaglie, alle credenze con ancora la bottiglia di vermouth e quella di crema marsala che ci facevamo il vov con le uova e tutto il guscio per tirarci su.

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Che se la tengano quel po’ di roba che abbiamo lasciato, così come hanno voluto tenersi tutto quanto solo per lasciarlo andare in malora. Ora la casa è passata in eredità alle figlie dei vecchi proprietari, sono quattro sorelle e si sa come vanno queste cose: non ci si mette mai d’accordo, le decisioni vengono rimandate, il tempo passa e i muri crollano. Non potevano vendercela per via del valore affettivo, avevano detto, ma a vederla com’è ridotta adesso non dovevano tenerci poi molto.

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Noi invece ci stiamo male anche solo a guardarla, per questo non la guardiamo nemmeno più, teniamo lo sguardo basso sulla terra che veniamo a lavorare e sugli attrezzi e sul volante del trattore.” 

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Ci ha salutati, è saltato sul trattore e ha continuato a fare quello che ha sempre fatto, lavorare. Non abbiamo saputo molto altro su questo posto. Non si sa bene a quale epoca possa risalire, forse la villa è successiva al 1600. C’è una targhetta annerita sulla facciata con qualcosa inciso: qualcuno, ci è stato detto, era passato a fotografarla per cercare di ricavarne informazioni, con quali risultati non si sa. Guardiamo il trattore allontanarsi e ci chiediamo chi mai avesse insonorizzato una stanza intera con le confezioni delle uova per farci una sala prove o una mini discoteca, queste però sono altre storie. Ma a proposito di uova con tutto il loro guscio, vi lasciamo una ricetta per fare il vov…se avete il coraggio provate! Nel frattempo ci sono altre foto su QUESTO ALBUM.

Ecco la ricetta per il LIQUORE VOV ALL’UOVO CON GUSCIO (presa dal blog giallozafferano)

Ingredienti:

  • 6 uova (di campagna o biologiche)
  • 6 limoni grandi
  • 4/5 cucchiai di zucchero
  • 500 gr di marsala secco

Preparazione:

Spremere i limoni e mettere il succo in un contenitore di vetro a chiusura ermetica . Lavare accuratamente le uova e porle nel succo di limone senza muoverle per 4 giorni. Trascorso il tempo indicato, aiutandovi con due cucchiai girare le uova e lasciarle per altri 4 giorni stando attenti a non romperle . Passati i 4 giorni rompete le uova lasciando il guscio, eliminando solo la pellicina bianca, delle uova nel succo di limone e frullare il tutto molto finemente. Aggiungere lo zucchero e il marsala e filtrare in un colino a maglie non fitte e imbottigliare. Conservare in frigorifero.

 

 

 

C’era una volta la fabbrica della carta

C’era una volta un monastero che poi divenne casa colonica che poi divenne cartiera. Si produceva carta paglia e carta da imballaggio, ma ci piace pensare che nascessero qui anche i fogli che poi diventavano pagine di libri illustrati.

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Dicono che qui ci siano i fantasmi, ma forse sono le ombre colorate di personaggi fiabeschi a scivolare da una stanza all’altra, attraverso le pareti.

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Potremmo immaginare che Cappuccetto Rosso sia uscito con un balzello dal libro che ci aspettava appoggiato ad una colonnina: chissà se lì dentro c’è la sua storia, chissà quale delle tante sue versioni (sapete che “Le Storie della mala notte” adorano le fiabe e le loro aggrovigliatissime radici? Se volete saperne di più sulle tante, sorprendenti, varianti della vicenda di Cappuccetto Rosso, ecco qui una bella puntata di Wikiradio tutta da ascoltare).

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La bambina vestita di rosso la vediamo con l’immaginazione, ma inseguendola ci imbattiamo in un lupo che c’è davvero, poi in un uomo cattivo e poi in creature malefiche e ghignanti che ci sorprendono da dietro le colonne.

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Per fortuna ci sono anche supereroi e cavalieri. C’è perfino traccia di quel ragazzino tutto giallo che ha dimenticato qui il suo skateboard.

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A un certo punto, però, il mondo delle fiabe diventa reale. Dapprima è una sensazione, poi un suono dolce e gentile che si moltiplica per 10, 100…è un tranquillo belare di pecore. Ci affacciamo al terrazzino e loro sono lì, bianche e morbide che circondano la struttura abbandonata. Siamo circondati da un gregge intero, un pacifico assedio bianco. Cosa c’è di più inaspettato e anacronistico di un gregge di pecore? Quale incontro potrebbe essere più in tema di questo, mentre si esplora una fabbrica abbandonata con il cielo che si fa scuro? La magia delle fiabe esiste davvero.

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La nostra Cappuccetto Rosso ci accompagna per altre mille stanze senza sollevare le montagne di fogli che ricoprono i pavimenti. A un certo punto salta a piè pari dentro un cerchio giallo disegnato per terra e sparisce. Il tour è finito. Dicono che mesi dopo la cartiera abbia preso fuoco: chissà che aspetto avrà adesso. Sarà un po’ meno colorata, forse. E i personaggi fiabeschi che ci abitavano? Sono sopravvissuti, loro sopravvivono sempre.   (Clicca QUI per vedere l’album completo)

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