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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

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storie

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

C’era una volta la fabbrica della carta

C’era una volta un monastero che poi divenne casa colonica che poi divenne cartiera. Si produceva carta paglia e carta da imballaggio, ma ci piace pensare che nascessero qui anche i fogli che poi diventavano pagine di libri illustrati.

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Dicono che qui ci siano i fantasmi, ma forse sono le ombre colorate di personaggi fiabeschi a scivolare da una stanza all’altra, attraverso le pareti.

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Potremmo immaginare che Cappuccetto Rosso sia uscito con un balzello dal libro che ci aspettava appoggiato ad una colonnina: chissà se lì dentro c’è la sua storia, chissà quale delle tante sue versioni (sapete che “Le Storie della mala notte” adorano le fiabe e le loro aggrovigliatissime radici? Se volete saperne di più sulle tante, sorprendenti, varianti della vicenda di Cappuccetto Rosso, ecco qui una bella puntata di Wikiradio tutta da ascoltare).

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La bambina vestita di rosso la vediamo con l’immaginazione, ma inseguendola ci imbattiamo in un lupo che c’è davvero, poi in un uomo cattivo e poi in creature malefiche e ghignanti che ci sorprendono da dietro le colonne.

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Per fortuna ci sono anche supereroi e cavalieri. C’è perfino traccia di quel ragazzino tutto giallo che ha dimenticato qui il suo skateboard.

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A un certo punto, però, il mondo delle fiabe diventa reale. Dapprima è una sensazione, poi un suono dolce e gentile che si moltiplica per 10, 100…è un tranquillo belare di pecore. Ci affacciamo al terrazzino e loro sono lì, bianche e morbide che circondano la struttura abbandonata. Siamo circondati da un gregge intero, un pacifico assedio bianco. Cosa c’è di più inaspettato e anacronistico di un gregge di pecore? Quale incontro potrebbe essere più in tema di questo, mentre si esplora una fabbrica abbandonata con il cielo che si fa scuro? La magia delle fiabe esiste davvero.

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La nostra Cappuccetto Rosso ci accompagna per altre mille stanze senza sollevare le montagne di fogli che ricoprono i pavimenti. A un certo punto salta a piè pari dentro un cerchio giallo disegnato per terra e sparisce. Il tour è finito. Dicono che mesi dopo la cartiera abbia preso fuoco: chissà che aspetto avrà adesso. Sarà un po’ meno colorata, forse. E i personaggi fiabeschi che ci abitavano? Sono sopravvissuti, loro sopravvivono sempre.   (Clicca QUI per vedere l’album completo)

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Nel borgo di case e gatti

Ci sono le colline e un corso d’acqua, c’è una villa dal grande giardino, c’è una strada tutta curve, ci sono automobili che sfrecciano veloci, incuranti della solitudine del borghetto. Le case sono fatte di pietre antiche e di finestre chiuse. Una di esse si affaccia proprio sulla strada: un involucro vuoto con la vita frettolosa che gli passa davanti. Fuori scorre il presente. Dentro restano intrappolati brandelli di passato.dsc_1556

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Fuori esplodono i colori dell’autunno. Dentro le riviste raccontano vecchie storie e i quaderni delle vacanze testimoniano che il bambino Luca aveva sacrificato agli impegni scolastici qualche ora dei suoi spensierati pomeriggi estivi …

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Nello stanzone buio che dà proprio sulla strada c’è un vecchissimo televisore. Sta di fronte al portone chiuso, come a fare la guardia. Le macchine che passano fuori, ad appena mezzo metro di distanza, provocano uno spostamento d’aria che fa oscillare rumorosamente il portone. Un rumore preso in prestito dall’esterno, di tanto in tanto, regala a questa casa l’illusione di essere ancora abitata.
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Usciamo e nei dintorni ci sono altre case abbandonate che si appoggiano, stanche, ai propri resti.

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E poi ci sono i gatti, guardiani silenziosi che vigilano, che osservano. Sembrano comparire dal nulla, sfuggenti come gli spettri. Ognuno davanti a una casa.
Uno di loro ci invita ad entrare nella sua dimora. Grassoccio ma agile, ghiotto di carezze, lo chiamiamo Tom Bombadil. Lui non ha niente da obiettare. Scavalca la finestra insieme e noi e ci mostra la sua cucina.

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Tom Bombadil ci accompagna al piano superiore correndo su per le scale di legno. Ci vediamo tutti riflessi nel grande specchio sull’anta aperta del vecchio armadio. L’ultima luce del giorno che si lascia catturare dai cristalli del lampadario ci ricorda che presto farà buio, che è tempo di andare.

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Usciamo e salutiamo Tom Bombadil promettendogli di tornare: c’è ancora un’altra casa da visitare, la “casa di Halloween“… ma questa sarà un’altra avventura.

Allontanandoci dal borgo e dai suoi gatti mentre la nebbia comincia a salire, pensiamo che questo posto non è abbandonato, ma solo vittima di un incantesimo. Gli abitanti sono stati trasformati in gatti e continuano ad vivere qui, nelle loro case che però non possono più curare come un tempo.

Vedi su Facebook l’ALBUM COMPLETO

La villa dei leoni (prima parte)

Questa incredibile storia inizia varcando la porta socchiusa di una grande vecchia casa abbandonata. E’ una di quelle ville antiche che un tempo si ergeva orgogliosa sopra tutto il resto ma ora, sofferente per gli acciacchi del tempo, tende ad accartocciarsi su sé stessa e quasi sembra volersi nascondere dietro le piante e le sterpaglie che si fa crescere attorno.

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Davanti all’ingresso ci sono un paio di gabbie, ciotole, cucce per cani e immondizia varia sparsa intorno. Fa un po’ tenerezza accorgersi di una grossa farfalla di legno rimasta impigliata in un fascio di rami tagliati appoggiati al muro.

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Varcata la soglia, l’ingresso ci accoglie presentandoci abitanti che non ci sono più. Voliere, rettilari, acquari e gabbie in genere racchiudono un vuoto che non può non far pensare a quanto affollato debba essere stato questo posto. Chi abitava qui? Viene da pensare a una coppia o piuttosto a una persona soltanto che, ritiratasi in questo zoo domestico, passava le giornate a prendersi cura dei suoi ospiti. Questa idea, vedremo, non è lontana dalla realtà…

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La cucina straripa di disordine e oggetti di ogni tipo. Appese in fila ci sono ancora grosse farfalle, un quadro forse un po’ insolito che rappresenta una fattoria americana. Tanti souvenir su cui spicca un quadretto con carrettino siciliano. E appeso vicino alla finestra uno di quei nastri adesivi con appiccicate un bel po’ di mosche…chissà da quanto tempo sono lì.

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Mobili accatastati e ancora tanti, tanti oggetti di ogni tipo ingombrano anche la sala successiva, ma bisognerà salire le scale per poter cominciare davvero a raccontare la storia di chi viveva qui e soprattutto per rispondere alla domanda “cosa c’entrano i leoni?” (TO BE CONTINUED…)

Altre foto sulla pagina Facebook, in questo ALBUM

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