Cerca

Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Tag

racconto

A passeggio per Padova con le “Cose che luccicano”

Cosa non darei per poter uscire, fare una lunga passeggiata in mezzo al verde o magari per le vie della città, della mia città. Le stesse vie che percorre il protagonista di questo racconto.

unnamed
Parco Treves de’ Bonfili

Sapete? Non so nemmeno quale sia il suo nome, ma so che riesce a vedere cose molto particolari. Lo conoscerete assieme a Pablito, Tamara e al gatto Lèon. Insieme a tutti loro girerete per Padova, entrerete in una casa che sembra vuota, raggiungerete il favoloso Parco Treves, andrete a curiosare fra i banchi del meractino dell’antiquariato in Prato della Valle, e leggerete perfino i tarocchi.

Neanche un euro, meno di un caffè, lo trovate a 0,99 euro su Amazon se avete Kindle e su IBS per avete un qualsiasi altro ereader

prato
Mercatino dell’antiquariato in Prato della Valle

Un racconto cyberpunk (!?)

DSC_1611

Ambientato in un futuro distopico, parla di connessioni, clonazione e ribellione. Se si possa davvero definire cyberpunk non lo so, ma ci somiglia quantomeno per le atmosfere, le stesse che ritrovo di tanto in tanto esplorando vecchi stabilimenti industriali che cadono a pezzi. “Gli anni del vivaio” lo scrissi molto tempo fa, era credo il 2008. Lo scrissi, lo feci leggere a qualche conoscente e qualcuno mi disse: “sai che somiglia tanto al filmThe Island?“. Io quel film non lo avevo ancora visto, ma nessuno ci crederà mai.

GLI ANNI DEL VIVAIO

Elena Lazzaretto

Comincia a fare freddo e questa corrente d’aria cattiva me lo porta fin dentro le ossa. Sento il rumore perenne delle ventole che si affacciano sulle pareti, da qualche parte sopra di me. Da qualche parte, ancora più su, c’è anche il cielo. Io non credo sia lo stesso che vedevo allora: al Vivaio il cielo era quasi blu. E come ogni volta che scopro un ricordo di quegli anni non posso non chiedermi perché il Trattamento DEL non abbia funzionato. Gioco ad illudermi che il Vivaio non sia mai esistito, ma sento arrivare quell’idiota di Creuso che ha la brutta abitudine di riportarmi alla realtà. Riesce a trovarmi ovunque, mi viene a scovare in fondo ai vicoli anche se sono raggomitolato in un angolo sporco, nascosto sotto strati e strati di stracci. Confesso di non riuscire a sopportarlo, lui e quel suo sorriso di denti sghembi e gialli. Gli aliti d’aria più violenti se la prendono con i suoi capelli, coprendo e scoprendo la stempiatura. Creuso è giovane, tutto sommato, e non ha motivo di fare la vita che faccio io. Già da lontano vuol farmi capire che c’è qualcosa da vedere perché tiene in mano la placca, il braccio alzato. Qualcosa che riguarda Jadzia, ovviamente. Se solo si decidesse a lasciarmi in pace. Non mi libererò mai di Creuso e della sua placca: potrei distruggergliela, ma riuscirebbe a procurarsene un’altra, anche rubandola. La copertura totale senza un device per usufruirne per lui sarebbe l’inferno: sogna l’impianto opto-auricolare, lo stesso di cui mi sono sbarazzato…assieme al mio orecchio destro.  ‘Tu, tu ti sei bruciato il cervello a forza di caricare dd’ mi ha ripetuto non so più quante volte, ridacchiando, tirando su col naso e puntandomi contro il suo indice curvo e sporco. Glielo lascio credere, meglio così: sono abbastanza vecchio per aver provato droghe naturali e sintetiche, ma non ho mai scaricato nessun tipo di digital drug.  Mi sono fatto tagliare l’orecchio, sì: credo che per questo Creuso non sappia se considerarmi più pazzo di lui. Ed è per questo che forse mi ammira, ma se fosse appena un po’ più sveglio capirebbe pure lui. Rinunciare al credito, non accedere alla copertura totale, disfarsi dell’impianto: in una parola sparire. Niente droghe e, forse, niente pazzia caro stupido Creuso: semplicemente non voglio essere rintracciato, solo tu mi trovi ovunque, ma tanto tu non sei nessuno. Proprio come me.

“Tycho!” mi chiama, con quel sorriso ebete. Mi raggiunge e si siede pesantemente in terra, vicino, attaccato a me. Gli puzza il fiato, mi volto per non sentirlo e per non guardare la placca che mi mette con insistenza davanti agli occhi. Una vecchia placca, un modello che non credo producano più visto che tutti stanno passando all’impianto.
“Guarda Tycho, c’è la tua bella.”
“Creuso…” sospiro, sfinito.
Lo so che non lo fa con cattiveria, lo so. Crede che in realtà io sia contento di vedere ogni nuovo spot di Jadzia, ogni sua dichiarazione. Maledetti i primi tempi, il pensiero di Jadzia era una ossessione di cui Creuso fu testimone quando ero ubriaco o parlavo nel sonno. Ora riesco a controllarmi, ma non posso fare a meno di guardarla, Jadzia, sul monitor della placca. Almeno rimane confinata lì, l’impianto invece me la porterebbe fin dentro al cervello dove c’è già il ricordo di lei. La vera lei. Sotto ai pollici dalle unghie sporche di Creuso c’è Jadzia Vella che parla e sorride, parla e sorride: è solo la copia della copia della vera Jadzia. E’ quasi lei.

Quando vidi Jadzia B. Vella per la prima volta, aveva sedici anni e parlava di rado, sorrideva timidamente abbassando lo sguardo. Avrei dovuto restare al Vivaio per cinque anni a prendermi cura del suo cuore. Poi l’avrei dimenticata, assieme a tutto il resto. Questo prevedeva il contratto che avevo firmato con i Beta Labs: un anno di addestramento, quattro di lavoro, impianto opto-auricolare gratuito, compenso molto elevato. E dovevo acconsentire a sottopormi al Trattamento DEL una volta che tutto fosse finito: dovevo dimenticare anche l’esistenza di quel posto prima di tornare al mondo esterno. La sola clausola era riuscire a mantenere sempre lineare il profilo psicologico, una sola incrinatura e sarei stato sottoposto al trattamento e poi rispedito a casa. Le cose però andarono diversamente: ed ora eccomi qui, in compagnia di Creuso che mi dice per l’ennesima volta che esiste anche una dd  per scopare con Jadzia, solo che bisogna avere l’impianto ovviamente. Mi guarda indagatore, sicuramente crede che io intendessi una cosa del genere quando gli dissi che Jadzia l’avevo conosciuta davvero. In quasi 5 anni, invece, l’avevo proprio vista crescere. Vissi al Vivaio monitorandole ogni giorno il cuore, un cuore che non aveva alcun difetto: sapevo di non dover fare domande ai colleghi, né ai ricercatori Beta Labs. Cercai di non fare mai domande nemmeno a me stesso. E poi un giorno, l’ultimo, Jadzia mi guardò a lungo come non aveva mai fatto prima. “Immagino sia il cuore” mi disse, sembrava serena. Lì per lì non capii. Ma lei sì, non so come, aveva capito ogni cosa. Il suo cuore era perfetto e per questo glielo avrebbero tolto. Solo per questo era stata creata. Jadzia B., B come Beta, il pezzo di ricambio. Solo in questo modo la vera Jadzia avrebbe continuato a vivere.

Era stata capace di intuire tutto questo da sola! Jadzia B. era qualcosa di diverso, molto più che una semplice copia. Tutti si erano sempre concentrati sul suo cuore, nessuno aveva mai studiato a fondo la sua mente, nessuno si era accorto delle sue facoltà. Sì, io sono certo che avesse sviluppato delle notevoli facoltà mentali, è l’unica spiegazione che sono riuscito a darmi in tutti questi anni. Era nata e cresciuta in un ambiente puro, schermato da qualsiasi onda artificiale, isolato perfino dalla copertura totale: nessuno al mondo aveva mai avuto questa possibilità. La sua mente ne aveva approfittato per…espandersi. Ancora non mi spiego perché avesse deciso di rivelare proprio a me tutto quello che aveva capito, a poche ore dal trapianto quando oramai era tardi per fare qualsiasi cosa. Dopotutto cosa avrei potuto fare? Ero solo un ignaro ingranaggio del Progetto Vivaio. Non sapevo che anche la vera Jadzia era stata da poco condotta al Vivaio. Non sapevo nemmeno che ci fosse una vera Jadzia! E non sapevo che quella che mi stava di fronte avrebbe finito di vivere quel giorno, a 21 anni. Jadzia B. forse, aveva soltanto bisogno di confidarsi con qualcuno per la prima e l’ultima volta.

Il mio profilo psicologico subì conseguenze notevoli ma quello che successe nelle ore successive giustificò largamente le alterazioni riscontrate quel giorno.
Rabbrividisco, mi succede ogni volta che ripenso a quei momenti. Creuso continua a parlare, ma io non lo sento, e lui guarda la placca quasi toccandola con il naso, tanto la tiene vicino.

Fu la vera Jadzia a morire: morì il giorno stesso in cui avrebbe dovuto avere inizio la sua nuova vita. Fu stroncata da un aneurisma cerebrale, lei che fin dalla nascita aveva avuto gravi problemi non con il cervello ma con il cuore. L’attacco si verificò non appena Jadzia B. fu condotta nella sua stessa stanza. Nessuno avrebbe mai potuto calcolare un imprevisto così incredibilmente assurdo. Con il passare del tempo però, si è fatta sempre più forte in me l’idea che in quello che era successo non ci fosse nulla di assurdo. Al Vivaio ci fu molto trambusto, mi venne chiesto di verificare le condizioni del cuore di Jadzia B: perfette. La sostituzione venne preparata nei dettagli, ma molto rapidamente. Il patrimonio mnemonico della vera Jadzia era comunque già stato scaricato, come vuole la prassi in tutti i casi di intervento a percentuale di rischio non nulla. Sottoposero Jadzia B. al Trattamento DEL totale e successivamente all’operazione di carica. Prima che si risvegliasse verificai nuovamente le condizioni del suo cuore: perfette. Da quel momento non avevano più bisogno di me. Fui sottoposto al Trattamento DEL a mia volta, giacqui sdraiato nello stesso punto in cui poche ore prima avevano deposto Jadzia B. Il trattamento con me non ha funzionato e all’inizio nessuno se ne è accorto, nemmeno io. Poi i ricordi hanno cominciato a tornare. Ho avuto paura e ne ho tuttora. Paura che i Beta Labs se ne accorgessero e mi venissero a cercare per cancellarmi la memoria in modo definitivo. Io non ho parlato, nessuno al mondo sa di tutto questo. Creuso borbotta e ridacchia, annuisce con gli occhi sbarrati sulla placca. Mi dà fastidio.

“Creuso, lasciami solo.”

Creuso si volta di scatto, come se si fosse ripreso all’improvviso da uno stato di ipnosi. Mi fissa in un modo che non è da lui, come se vedesse in me le risposte a tutte le domande del mondo.

Gli dico di smetterla. Creuso guarda la placca e poi guarda me, vedo la sua faccia con la coda dell’occhio. Guarda la placca e guarda me. Mi chiede “Tycho, ma tu da dove vieni?” Il cervello se lo deve essere bruciato anche senza impianto. Gli dico che vengo dal Paradiso. “Non hai certo l’aspetto di un angelo” Ridacchia e mi mette la placca sotto il naso, vedo la mia faccia nel monitor come allo specchio dopo un’eternità. Resto affacciato sulla rete estesa per alcuni istanti e quando me ne rendo conto mi scosto immediatamente. Creuso guarda me, guarda la placca e se ne va. Finalmente posso provare a dormire.

Un dolore al collo, come una puntura d’insetto mi sveglia. Apro gli occhi ma la vista è annebbiata. Distinguo la faccia di Creuso che è davanti a me e mi respira addosso. Mi sta per venire un attacco di nausea e le sue parole isteriche sembrano venire da lontano. Dice qualcosa del tipo che non mi devo preoccupare e non mi devo arrabbiare, che gli hanno promesso l’impianto. Sento che sto per perdere i sensi, non vedo più nulla.

E’ come se tornassi da molto lontano, ma sento di stare bene. Percepisco luce gentile che si insinua fra le palpebre. Provo ad aprire gli occhi: prima è solo luce, poi prende forma uno spettacolo che non vedevo più da chissà quanto. Al di là di una vetrata enorme, al di là delle torri e dei palazzi più alti, c’è un tramonto immenso che si prende tutto lo spazio e tutto il mio cuore. Lo contemplo a lungo senza farmi domande, non mi importa di dove sono, né di chi mi ci ha portato e perché. Sento la pace e potrei restare sdraiato su questa chaise longue così, per sempre. Poi, una voce. Da qualche parte nella stanza, dietro o di fianco a me, una voce di donna.

“Volevo che vedessi qualcosa di bello, al tuo risveglio.”

Mi manca il respiro e non oso guardare, non oso pensare. Fisso imperterrito il tramonto e sento i dei passi. Profumo leggero di fiori. Posa la sua mano sulla mia.

“Ti ho cercato così a lungo, Tycho. Così a lungo.”

La voce un po’ le trema, e io non dico nulla ma trovo la forza e mi volto lentamente verso di lei. Nel suo sorriso mi pare ancora di distinguere quel velo di timidezza di un tempo, e non riesco a dire una parola. Ci guardiamo a lungo con la luce del tramonto che copre d’oro il suo volto e forse anche il mio. Sono capace di mormorare soltanto il suo nome, a bassa voce, temendo che lei sparisca all’improvviso. E invece lei tenta di mantenere il sorriso, ma una lacrima le sfugge e scivola giù, e cade sul mio braccio.

“Tycho…ricordi chi sono?”

Vorrei che non soffrisse così, la mia piccola Jadzia.

“Ricordo chi sei, Jadzia B., ricordo tutto.”

Jadzia mi stringe la mano. “Lo sapevo che il Trattamento non…” Lascia la frase a metà, sospesa. “Sono ancora la Jadzia che hai conosciuto?”

“Quasi, Jadzia, sei quasi tu.” Le sorrido.

Rimaniamo in  silenzio a guardare il tramonto fino a che la luce non se ne va del tutto. Ci sono troppe cose da dire e da chiedere, ma sto di nuovo bene: sento di potercela fare e non ho alcuna fretta. Io ho tutto il tempo che Jadzia può volere. Tempo e ricordi sono tutto ciò che ho. Jadzia fa un profondo respiro.

“Ricordo amori che non ho vissuto e lacrime che non ho mai versato, ma della vita che fu davvero mia ricordo soltanto le ultime ore, e ricordo te.”

Di Jadzia B. non è rimasto altro che una manciata di ore. E’ quasi più triste così che saperla cancellata del tutto.

“Tycho, io non so come spiegarlo ma… è dipeso tutto da me. Ho interferito con il dispositivo di cancellazione” sospira. “Verso la fine del trattamento sono riuscita a reagire. Avevo la sensazione di aver capito come rispondere agli impulsi in modo uguale e contrario, annullando l’effetto. Devo aver creato un’interferenza che  ha compromesso il funzionamento del dispositivo.”

Abbassa lo sguardo, mi prende la mano con entrambe le sue e mi chiede di perdonarla.

“Non avrei avuto tante difficoltà a ritrovarti, se i tuoi ricordi fossero stati cancellati non avresti avuto alcun motivo di nasconderti. Se il Trattamento DEL non ha funzionato, se non ha funzionato con te  Tycho, è solo colpa mia.”

Mi sporgo verso di lei e vorrei sfiorarle la guancia con la mano, ma non riesco a fare altro che un sorriso.

“Jadzia, nessuno al mondo ha meno colpe di te.”

Lei si fa ancora più triste e suoi occhi sono di nuovo lucidi di lacrime.

“Tycho tu credi davvero che io non abbia colpe?” Si alza in piedi tenendosi i gomiti come se questo le servisse a contenere il dolore. “Quello che ho fatto con il dispositivo assomiglia a quello che ho fatto a lei. Io l’ho uccisa”

La guardo e comincio a capire il suo tormento. Jadzia non conosce sé stessa, ma porta in sé i ricordi, le emozioni dell’altra lei. Convive assieme al pensiero terribile di aver causato la fine della vita che conosce così come fosse stata la sua, ma che sua non era.

Perché Jadzia mi ha cercato tanto? Perché ha sperato (ne sono convinto) che il Trattamento DEL non avesse funzionato con me? Perché ha bisogno di essere rassicurata sulla persona che era. Ha bisogno di qualcuno che le parli di Jadzia B. Qualcuno che le dica che Jadzia B. era stata creata nell’ambito del progetto Vivaio e che aveva sviluppato delle sorprendenti facoltà mentali. Io non posso sapere cosa sia successo in quella stanza, ma so che erano entrambe prive di sensi quando furono condotte lì. Posso dirle quello su cui ho fantasticato io: due menti così simili l’una all’altra forse hanno reagito, forse è successo quello che succede alle onde quando interferiscono costruttivamente o entrano in risonanza. Il cervello della vera Jadzia non ha retto, tutto qui. Alla fine le dico la cosa più semplice, la più vera.

“Tu non avresti mai fatto del male, non era nella tua natura. No Jadzia, tu non l’hai uccisa. Ora però hai i suoi ricordi dentro di te, ed è un po’ come se ospitassi la sua anima no?”

Jadzia mi guarda e alla fine sorride fra le lacrime. Non dice nulla, mi si avvicina e mi abbraccia. Io chiudo gli occhi e mi perdo nel suo profumo.

“Ti prego, parlami di Jadzia B.”

Mi lascia e io mi appoggio nuovamente allo schienale, ma continuo a guardarla mentre inizio a raccontare.

Credo stia per sorgere il sole. Jadzia mi ha ascoltato per ore mentre le restituivo una parte di lei. Se ne riappropriava senza lasciarsi sfuggire una sola sfumatura. Adesso dorme, con un po’ di fortuna sta sognando i suoi sogni e forse da oggi vivrà più serenamente. La lascio così e scendo fuori sulla strada: me ne ritornerò con calma ai miei vicoli, non ho fretta. Non considerarla ingratitudine, Jadzia, se me ne vado così: non ce la faccio a ricominciare in questo mondo, non ne ho la forza. Ma sono felice e mi stupisco di riuscirci ancora. Penso a Creuso che grazie a questo scherzetto potrà avere il suo tanto desiderato impianto. Tutto perché ha avuto la fortuna di conoscermi e di ricevere uno dei tanti messaggi subliminali di cui erano infarcite le comparse di Jadzia nella rete estesa. Gli darò una lezione appena lo vedo, se lo rivedrò, eppure sono felice anche per lui.  E’ una felicità piena che mi prende come una folata di vento costante e vigoroso. Il motivo è che ora ho un ricordo nuovo e bellissimo a cui ripensare ogni volta che voglio: l’espressione incantata di Jadzia mentre  ascoltava le mie prime parole.

“Quando ti ho vista per la prima volta avevi sedici anni e un sorriso timido. Abbassavi sempre lo sguardo ogni volta che qualcuno ti guardava.”

FINE

 

Storie come non le avete inventate mai

n_800_rsc01_product_2L’ispirazione non manca, a volte però manca la storia nuova, inaspettata, quella che non pensavi avresti inventato mai. Per lasciare decidere alla sorte quale sarà la tua prossima storia basta lanciare un dado, anzi… 9 dadi. Sono i Rory’s Story Cubes: cercavo qualcosa del genere dai tempi in cui partecipai a uno spassoso concorso letterario in cui dovevi scrivere un pezzo di storia per volta, ogni volta che settimanalmente veniva estratta una carta. Non appena ho visto questa adorabile confezione di simpatici dadi me ne sono innamorata. Si può giocare da soli o in compagnia, davvero non ci sono regole ed è un modo creativo di passare il tempo, anche sotto l’ombrellone come è successo a me per la storiella bizzarra che troverete nei commenti. Io ho lanciato i dadi e poi li ho ordinati nel modo che vedete per scrivere la mia storia.

64241652_2352729238083492_5607378494133633024_n

 

Vi va di provare? Le figure da utilizzare sono quelle che vedete ma potete scegliere l’ordine che volete. Scrivete la vostra storia nei commenti, magari specificando quale dado entra in scena in un determinato momento. L’unica regola è che li dovete utilizzare tutti e 9! Buona creazione, buona scrittura e buona lettura! (postate le vostre storie nei commenti, comincio io con la mia)

Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

L'arte delle gocce rosse
L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

IMG_20180624_174824

La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

Featured post

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

Un brevissimo racconto horror

Ci vediamo a casa
di Elena Lazzaretto

DSC_1778_.jpg

Ho fatto i gradini a due a due. Ho in mano la chiave, quella più lunga, quella che puoi conficcare nel volto di una persona. È impiastricciata di sangue scuro e c’è anche un pezzetto di carne o pelle, non lo so. La caccio dentro alla serratura e apro. Sul tavolo c’è un biglietto: ‘ Sono dalla zia, Giacomo non sta bene. Torno presto e mi racconti tutto. Un bacio, mamma.’
Mamma. Il cellulare squillava a vuoto.
Telefono a tutti. Niente. Nessuno.  L’ultimo messaggio è di due giorni fa, mio fratello. Ci vediamo a casa. Nicola,  ti aspetto.
Un rumore alla porta. Corro allo spioncino. Respiro forte, incollata lì. Una sagoma scura, un uomo fermo in piedi. Non so chi è, se lo conosco oppure no. Come la signora Luisa, quando mi è venuta incontro in cortile, appena riconoscibile. Lei di sicuro non aveva riconosciuto me altrimenti non… Era come impazzita, rantolava e puzzava, Dio come puzzava.
“Chi sei?” grido al tizio.
Si scaraventa contro la porta. Pazzo, pure lui. Caccio un urlo e indietreggio, inciampo e cado. D’istinto piazzo le mani a terra. La carne dell’avambraccio sembra lacerarsi, brucia. Urlo ancora. E maledico Luisa che in cortile mi era venuta incontro e non si era  fermata e io avevo fatto per respingerla e lei aveva preso a mordermi  come un cane rabbioso. Afferrata la chiave in tasca, gliel’avevo piantata nella guancia e nell’occhio, una, due, cinque volte. Mi aveva mollato, alla fine.
Ora non ho il coraggio di sollevare la manica. Mi stendo sul pavimento e chiudo gli occhi. Mi sveglia uno sparo. Lenta vado allo spioncino. Ho fame. Non muovo la lingua, tanto è gonfia. L’uomo di prima è a terra, ma ce n’è un altro in piedi. Nicola. Apro e vorrei abbracciarlo. Tendo le braccia. Ho fame. Lui piange e tende una pistola. Una pistola? Apro la bocca, ma esce un rantolo orribile. Capisco. Nicola piange. E spara.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑