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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

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Sotto un salice piangente

Nel giardino di un mio compagno di scuola c’era un salice piangente. Lo ricordo grandissimo, ma le cose sono sempre grandi nei ricordi di quando si era piccoli. Si giocava tutti assieme a correre fra quei suoi rametti d’argento che scendevano giù come piccole liane, e quella era una giungla e noi eravamo tarzan, tutti quanti. Il salice piangente è il mio albero preferito da allora, perché ci puoi andare dentro e lui ti avvolge, ti abbraccia, ti accoglie sempre. Ho un ricordo felice di un albero dal nome triste e questo rende tutto malinconico. E mi piace ancora di più.
Sono un vecchio ricordo e considerazioni  che riaffiorano proprio in questi giorni, perché le coincidenze della vita mi hanno portato a ripensare a questo albero gentile.
Il primo gennaio passeggiavo lungo un argine alto e ho notato un salice piangente più giù, chino sulla sponda del corso d’acqua e su un grosso macigno che non sembrava essere lì per caso. Scesa a vedere ho scoperto che, dalla parte rivolta all’acqua, il blocco di pietra riportava parole tristi in memoria di Francesco.

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Non so chi fosse, immagino un bambino. Forse giocava come facevo io da piccola fra le liane sottili che non sono riuscite a dargli appiglio, una volta scivolato in acqua. I bambini sono tristi, e un po’ lo sono anch’io. Ho lasciato il salice, il masso e il ricordo di Francesco quando il sole stava calando.
Un paio di sere prima avevo giusto cominciato a leggere una storia di salici inquietanti e di un corso d’acqua ben più grande. Ora lo leggerò più lentamente, per stare più a lungo sotto le fronde del mio albero preferito.

 

Fuori crepe, dentro colori

Visitando questa casa ho ricordato un libro leggendario letto anni fa. Perché leggendario? Perché è uno dei libri più bizzarri che mi siano mai capitati fra le mani e 417pvnqkzxl-_bo1204203200_perché adesso è praticamente introvabile. Il titolo è “Casa di foglie” racconta mille cose e parla anche di una casa che è più grande dentro che fuori. Impossibile? No, e se ci penso bene un posto del genere lo si trovava anche in un fumetto della serie ESP (che nessuno conosce a parte me  credo…).

Questa casa l’hanno cercata, raggiunta, esplorata e fotografata in molti e nessuno può dire che sia più grande dentro che fuori, ma la cosa che diranno tutti è che dentro sembra esplodere. Esplode di colori, pazzia, divertimento, feste, feste, feste.

Sembra di sentire ancora la musica, il baccano. Tutto questo è racchiuso da pareti che all’esterno non lasciano trapelare nulla. Nessuno direbbe mai che quel grande caseggiato dove un tempo abitavano famiglie di contadini, custodisca un altro mondo. Fuori ci sono i mattoni e le crepe, c’è la stalla, la porcilaia e il caseificio. Fuori ci sono le testimonianze di un passato ormai un po’ lontano, fatto di lavoro. Lavoro sotto il sole, campagna sterminata, stalle, odore di latte. Poi tutti se ne sono andati e il posto è rimasto vuoto.

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Le case soffrono quando vengono abbandonate, si lasciano andare, si arrendono al tempo, ma questa volta le cose sono andate diversamente, almeno per un breve periodo.

C’era un gruppo di amici, c’era la voglia di far festa. Così, quasi per gioco, in quelle vecchie stanze abbandonate iniziarono le feste,  per poche persone.

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Poi si sparse la voce ed esplosero i colori, la musica: a Cà dl’Ostia, così venne chiamato il posto, volevano andarci tutti. Gli anni ’90 erano agli sgoccioli e il 2000 venne accolto con una grande festa: 250 persone erano riunite lì a festeggiare il capodanno.

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Ora quelle feste speciali, fantastiche, vivono nei ricordi di chi le organizzava e di chi vi prendeva parte. Ne resta però la traccia, impressa nei colori sgargianti delle pareti destinate a crollare.

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Altre foto di questo luogo davvero insolito le trovate QUI

Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

L'arte delle gocce rosse
L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

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La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

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