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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

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casa abbandonata

Se ci fosse un film su Alice Nelly…

Lei dipingeva dappertutto, sulle pareti, sui mobili e sugli schermi spenti delle TV. Si firmava Alice Nelly e viveva in una casetta con suo fratello Nellino, senza riscaldamento, senza corrente elettrica.

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Quando Alice era in vita ha esposto alcune sue opere da qualche parte, in qualche mostra. Ma non è mai diventata famosa e nel mondo dell’arte il nome Alice Nelly non dice nulla, a nessuno. Ora Alice e Nellino non ci sono più e la loro casetta dipinta è abbandonata alle intemperie. Ma se le cose fossero andate diversamente? Se qualcuno avesse visto l’arte racchiusa nei sorrisi dipinti, nelle scene naif? Se Alice oggi fosse conosciuta come una grande artista? Se qualcuno avesse deciso di trasformare in un film l’incredibile storia della sua vita assieme al fratello Nellino? Magari oggi la conosceremmo tutti, in tutto il mondo, come è successo per Maudie, una pittrice incredibilmente simile ad Alice. Maud Lewis era una pittrice Canadese: anche lei viveva in una piccola casa, anche lei dipingeva ogni cosa. Oggi le sue opere valgono molti soldi e la sua casetta è stata salvata dal deperimento: ora ospita le opere di Maudie e la si può visitare. La sua storia e la sua visione colorata del mondo le trovate in un bel film: Maudie (disponibile su Netflix). _522x755.

Guardatelo e pensate ad Alice mentre lo fate. Io invece faccio un appello a tutti i registi in ascolto: fate un film sulla vita di Alice e Nellino, la storia c’è, è bellissima ed è già un’opera d’arte.

Alice, Nellino e la loro casa

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(In molti leggete questo articolo, ma non dimenticate di dare un’occhiata anche a tutti gli altri, perché di posti fantastici ne ho visitati parecchi: curiosate nel BLOG e visitate la PAGINA FACEBOOK!)

L’hanno chiamata “Casa delle Favole”, “Casa di Hansel e Gretel” o “Casa di Adamo ed Eva”. Spersa nella campagna, è una casetta azzurra dalla quale spuntano piccole creature buffe e sorridenti che danzano, cantano, chiacchierano e si fanno dispetti. Sono statuine di ogni foggia e colore. Sono tante. A qualcuna manca un pezzo, altre hanno perso la testa ma continuano a sorridere.

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Varcata la soglia, ci si lascia alle spalle questo piccolo popolo per incontrare altri personaggi, coloratissimi e variegati, dipinti su ogni angolo di muro, su ogni centimetro quadrato.

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Ci si chiede chi mai potesse abitare in un posto così, così pazzesco. Si fa vagare lo sguardo fra vecchi vestiti buttati a terra, libri ammuffiti, un paio di stufe a legna. Nonostante l’abbandono  viene da pensare che qui non ci siano mai state troppe comodità, neanche quando oltre alle statue e ai disegni ci abitavano persone in carne e ossa.

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Ma chi erano gli abitanti artisti che hanno creato questo guscio modellandolo a immagine della loro visione del mondo? Le poche tracce sono un nome apposto come firma su molte delle opere dipinte: “Alice Nelly”. Chiedendo, cercando, confrontando le proprie informazioni con quelle raccolte da altri che sono passati di qui, tutti vittime dello stesso fascino, si viene a sapere che in questa casa ci vivevano fratello e sorella: Nellino e Alice Nelly. Altro fatto ritenuto abbastanza certo è che facessero a meno di elettricità e acqua corrente. Una visita al cimitero del paese svela che Alice è venuta a mancare nel 2007, ma non ci sono notizie sul destino del fratello. Da questi brandelli di verità sono sbocciate ipotesi fantasiose sulle vicende e la vita dei due fratelli, storie che hanno rivestito di leggenda Alice e Nellino donando loro l’immortalità  che meritano coloro che lasciano i propri sogni in prestito.

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Doveva fare freddo lì d’inverno, ci si sorprende ogni tanto a pensare.  E poi ci si immagina come fosse la vita di tutti i giorni. È una casa che torna in mente, anche quando si sta facendo altro. Anche quando distrattamente si sfoglia un libro di storia locale e ci si imbatte in una foto in bianco e nero. Ci sono un uomo e una donna, non più giovani. E ci sono loro, le statuine, proprio loro. Ecco allora che Alice e Nellino hanno un volto e un sorriso. Ora è possibile immaginarli nella loro casa, lei a dipingere sui muri, lui a modellare statuette. Sulle pagine del libro leggiamo la loro storia.

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Si erano trasferiti in questa casa nel lontano ’46, con la madre. Il padre era morto folgorato mentre lavorava su una linea elettrica dell’alta tensione: di qui il rifiuto della madre di dotare la casa di impianto elettrico, un rifiuto che i suoi figli fecero proprio. Il racconto riportato nel libro offre parecchi altri aneddoti che aiutano a capire quanto i due fossero anticonformisti e, a loro modo, felici. Nellino venerava la sorella al punto da non chiamarla per nome, per lui era Divina e con questo appellativo si rivolgeva a lei. Entrambi avevano adorato la madre e Nellino, alla sua morte, realizzò una serie di sculture di angeli e santi che pose nei pressi della tomba. Le sue creazioni, però, creavano un ingombro notevole, tanto che il Comune dovette predisporne lo sgombero. La figura della madre deve essere stata una presenza forte, imprescindibile, aveva questo folle desiderio che i suoi figli si sposassero fra loro… e quel suo desiderio possiamo dire che loro lo abbiano esaudito.

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Alice e Nellino erano entrambi insegnanti. Vivevano dei prodotti dell’orto e avevano polli e galline. Ascoltavano le notizie dalla radio a batterie e per far luce di notte usavano lumini a petrolio. Alice cuciva i vestiti che indossavano e si racconta che lei avesse gusti molto raffinati e non rinunciasse al vezzo di usare scarpe col tacco. Nellino ha raggiunto l’amata sorella nel 2013, ora sono di nuovo insieme e lo saranno per l’eternità.

Alcune delle informazioni riportate in questo articolo e la foto di Alice e Nellino sono tratte dal libro “I Colli Euganei nella memoria – vecchie storie, antiche leggende, canzoni e tradizioni” di Danilo Montin, Proget Edizioni.

Altre foto di questa casa le trovate in QUESTO ALBUM e se volete visitarla mentre fuori nevica, ecco ALTRE FOTO

La casa anni ’80

Siamo capitati qui per caso, quasi perdendoci fra argini e campi sconfinati: è una casa contadina, con un grande spiazzo sul davanti, il cosiddetto “seese” dove immagino stendessero al sole il granoturco una volta sgranato. Di fianco c’è una grande stalla vuota. Cercando indizi sulla storia di questa casa ci siamo imbattuti in vicende di partigiani e rappresaglie, ma l’aria che si respira dentro è di qualche decennio dopo. Questa casa ha deciso di trattenere fra le sue mura brandelli di vita di una famiglia, così com’era negli anni ’80.

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Era una famiglia di quattro persone: mamma, papà e due ragazzi che avranno dieci e quattordici anni. Nella foto che ho trovato in terra, rovesciata, siedono al tavolo. Pranzano o cenano non so, è estate: i ragazzi hanno maniche corte, il papà la canottiera e la mamma uno di quei vestiti di stoffa stampata senza maniche. Sembrano felici, è una bella foto e io l’ho fotografata ma non la pubblicherò. In quella cucina è rimasta una montagna di piatti da lavare:

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Per terra c’è una tazza. Lo so, a molti di voi non ricorderà nulla…ma nel vederla è salita l’alta marea della nostalgia. Ne avevo una uguale, da bambina: era la mia tazza della colazione. La si comprava al supermercato, piena di Nutella. Io ci bevevo il caffellatte prima di andare ad aspettare lo scuolabus.

23659617_1620374247985665_3508407941865437680_n Al piano di sopra troviamo ciò che resta delle camere da letto e, sparsi sul pavimento, altri fossili di quegli anni dell’infanzia, quando le confezioni di merendine nascondevano un tesoro in una scatolina di cartoncino.

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Chissà dove sono ora quei ragazzi e se ricordano questi simboli della loro infanzia. Se vi va di vedere altre foto di questa casa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

Nel borgo di case e gatti

Ci sono le colline e un corso d’acqua, c’è una villa dal grande giardino, c’è una strada tutta curve, ci sono automobili che sfrecciano veloci, incuranti della solitudine del borghetto. Le case sono fatte di pietre antiche e di finestre chiuse. Una di esse si affaccia proprio sulla strada: un involucro vuoto con la vita frettolosa che gli passa davanti. Fuori scorre il presente. Dentro restano intrappolati brandelli di passato.dsc_1556

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Fuori esplodono i colori dell’autunno. Dentro le riviste raccontano vecchie storie e i quaderni delle vacanze testimoniano che il bambino Luca aveva sacrificato agli impegni scolastici qualche ora dei suoi spensierati pomeriggi estivi …

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Nello stanzone buio che dà proprio sulla strada c’è un vecchissimo televisore. Sta di fronte al portone chiuso, come a fare la guardia. Le macchine che passano fuori, ad appena mezzo metro di distanza, provocano uno spostamento d’aria che fa oscillare rumorosamente il portone. Un rumore preso in prestito dall’esterno, di tanto in tanto, regala a questa casa l’illusione di essere ancora abitata.
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Usciamo e nei dintorni ci sono altre case abbandonate che si appoggiano, stanche, ai propri resti.

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E poi ci sono i gatti, guardiani silenziosi che vigilano, che osservano. Sembrano comparire dal nulla, sfuggenti come gli spettri. Ognuno davanti a una casa.
Uno di loro ci invita ad entrare nella sua dimora. Grassoccio ma agile, ghiotto di carezze, lo chiamiamo Tom Bombadil. Lui non ha niente da obiettare. Scavalca la finestra insieme e noi e ci mostra la sua cucina.

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Tom Bombadil ci accompagna al piano superiore correndo su per le scale di legno. Ci vediamo tutti riflessi nel grande specchio sull’anta aperta del vecchio armadio. L’ultima luce del giorno che si lascia catturare dai cristalli del lampadario ci ricorda che presto farà buio, che è tempo di andare.

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Usciamo e salutiamo Tom Bombadil promettendogli di tornare: c’è ancora un’altra casa da visitare, la “casa di Halloween“… ma questa sarà un’altra avventura.

Allontanandoci dal borgo e dai suoi gatti mentre la nebbia comincia a salire, pensiamo che questo posto non è abbandonato, ma solo vittima di un incantesimo. Gli abitanti sono stati trasformati in gatti e continuano ad vivere qui, nelle loro case che però non possono più curare come un tempo.

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La villa dei leoni (terza parte)

(…Vai alla puntata precedente)

Dopo aver fantasticato su chi potesse vivere in questa casa in compagnia di tanti animali, dopo aver visto una stanza da letto ingombra di oggetti riposti con una certa logica, il ritrovamento di un paio di bauli ci ha permesso di dare un nome alla persona che forse si era rifugiata in questo strano mondo… : H. S. Suona tedesco o inglese: per il suo essere straniero infiamma ancor di più l’immaginazione. Un nome che riecheggerà fra i muri delle stanze che continueremo a visitare, un nome sul quale indagheremo non appena tornati a casa.
Allora, immaginiamo di continuare l’esplorazione alla luce di quanto abbiamo scoperto successivamente. H. S. i leoni li possedeva davvero, vivi, in carne, ossa e pelliccia!
Abbiamo trovato dapprima un vecchio articolo. Si parla di un signore che si chiamava proprio H. S. che viveva con dei leoni: il nome e altri dettagli sembrano coincidere. In questa casa, tra l’altro, abbiamo trovato parecchi libri in lingua inglese.

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Un dettaglio però non torna: nell’articolo si parla di una città precisa alla quale darò un nome di fantasia (Leolandia) e noi qui siamo da tutt’altra parte, in un paesotto al quale darò un altro nome di fantasia (Roccaleonina). Tuttavia un indirizzo riportato sul fondo di una sedia corrisponde a quello citato nell’articolo. Che questo misterioso Mr. H.S. si fosse trasferito qui in un secondo momento?
Le indagini continuano e ci imbattiamo in una intervista radiofonica dove una “persona informata dei fatti”, il  signor St., ci fa tornare indietro nel tempo, negli anni ’80 e ci racconta di questo affascinante personaggio che viveva proprio a Leolandia, come riportato nell’articolo.

Dall’intervista apprendiamo che il signor H.S. aveva un contratto d’affitto con il demanio, viveva preso uno stabile del genio civile ed era arrivato a Leolandia nel ’76. Aveva scrupolosamente recintato la proprietà impedendo così agli abitanti del luogo di fare i loro consueti bagni nelle acque del fiume. “Noi lo conoscevamo tutti perché tutti sono passati per l’argine, tutti sono stati mandati via da lui” dice il signor St.
H. S., se non si fosse capito, era un tipo un po’ eccentrico. Troviamo anche conferma del fatto che possedesse molti animali: cani, gatti, uccelli e rettili…come ci facevano ben sospettare le gabbie e i rettilari presenti un po’ ovunque nella casa che abbiamo visitato noi (che però si trova a Roccaleonina, da tutt’altra parte!).

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Scopriamo anche che il signor H.S. faceva vivere in casa propria due studenti che “teneva come fossero figli suoi” e di questo troveremo conferma nelle parole del signor Giulio, che vi presenteremo più avanti.

Torniamo però negli anni ’80, lì dove tutto è cominciato, a Leolandia. A un certo punto H.S. riceve lo sfratto: cosa succede dopo? Dove si trasferisce? E come fa con i leoni? Ecco che entra in scena un apecar e la faccenda si fa ancora più incredibile: H.S. avrebbe portato via un leone alla volta, sull’apecar, nottetempo.
Non sembra un film di Kusturica?
Certo non sappiamo se questo episodio sia realtà o leggenda, ma noi un apecar l’abbiamo visto davvero, lì fuori.dsc_1867Il sospetto che H. S., in seguito allo sfratto, si sia trasferito qui  a Roccaleonina, alla “Villa dei leoni”, a questo punto è molto forte: con la nostra esplorazione potremmo aver documentato il “cosa è successo dopo”. Se il signor St. dice di aver “perso le tracce” del signore inglese… potremmo averle ritrovate noi!
Raccontando di questa casa e della faccenda dei leoni ad amici e conoscenti abbiamo acceso i ricordi di Fabio, un collega di lavoro: la “Villa dei leoni” la conosce, andava a pescare da quelle parti negli anni ’80, e giura di aver sentito dei ruggiti! Stando al calendario che abbiamo trovato nella casa, ancora una volta tutto potrebbe coincidere.

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Ma H.S. ci è vissuto davvero in questa casa, o l’edificio è solo una sorta di deposito dove per qualche ragione sono finite alcune delle sue cose? Siamo tornati da quelle parti per cercare qualcuno a cui fare domande. Abbiamo incontrato la piccola Meris che passeggiava con la mamma alla quale abbiamo chiesto se sapeva nulla di quella bella casa abbandonata. “A due passi da lì vive il signor Giulio” ci ha detto “ci sto andando ora e vi accompagno se vi va”.
Il simpaticissimo signor Giulio ci ha confermato che “Arol”, come lo chiama lui, è vissuto davvero in quella casa, insieme a due figli adottivi, “un toso e nà tosa”. Aveva un sacco di animali, due vecchi leoni sì (morti di vecchiaia), ma anche due muli, galline, cani. Falciava l’erba lì intorno e coltivava granturco per il pollame. Nella vita aveva fatto l’insegnante di inglese, viveva qui in affitto con una misera pensione e sì, dapprima era stato in quell’altro paese, Leolandia.
Giulio conferma anche quanto detto da St. nell’intervista radiofonica: H. S. era testimone di Geova, si occupava di studi biblici e ne parlava in una trasmissione radiofonica notturna su una radio libera. A conferma di ciò c’è un altro dettaglio che nella casa aveva catturato la nostra attenzione: un grande foglio di cartoncino, scritto in inglese, fitto fitto, con date e fatti riportati nella Bibbia, schematizzati e posti in ordine cronologico.

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Forse H. S. voleva calcolare l’età della Terra risalendo alla data della creazione secondo quanto scritto nella Bibbia? Beh, ha avuto illustri predecessori, anche un altro signore inglese aveva fatto lo stesso, un certo Sir Isaac Newton!

dsc_1850Purtroppo nelle parole di Giulio troviamo anche la fine di questa storia: H.S., ci dice, è morto qualche anno fa e pare sia sepolto a Piove per Bacco (altro nome di fantasia ma meno strano del reale). Chissà.
Abbiamo un finale, ma manca ancora un vero inizio: cosa faceva H.S. in Inghilterra? Come mai è venuto in Italia? Da dove arrivavano i suoi amati leoni? Forse queste domande resteranno sospese.
Noi abbiamo continuato a cercarlo, in rete, ed è emersa una vecchia registrazione di una sua trasmissione radiofonica: ci sono le voci dei radioascoltatori che interagiscono proprio con H.S.! Era l’epoca dello sfratto e, a quanto pare, lui aveva sfogato in radio la sua rabbia con una sonora bestemmia che aveva alzato un polverone di polemiche. Questo signore inglese, pur mantenendo il suo accento, aveva ben imparato lo sfogo verbale tipicamente veneto!
La storia si conclude qui, ma per rendere giustizia all’eccezionalità di questo personaggio bisognerebbe scriverne un libro, o farne addirittura un film. Sarebbe una di quelle storie da farsi raccontare più e più volte, quelle storie che ci piacciono tanto di persone non allineate con il sistema, quelle che hanno un mondo che scoppia loro dentro. La storia di quel ribelle, folle, fantastico H. S..

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La villa dei leoni (prima parte)

Questa incredibile storia inizia varcando la porta socchiusa di una grande vecchia casa abbandonata. E’ una di quelle ville antiche che un tempo si ergeva orgogliosa sopra tutto il resto ma ora, sofferente per gli acciacchi del tempo, tende ad accartocciarsi su sé stessa e quasi sembra volersi nascondere dietro le piante e le sterpaglie che si fa crescere attorno.

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Davanti all’ingresso ci sono un paio di gabbie, ciotole, cucce per cani e immondizia varia sparsa intorno. Fa un po’ tenerezza accorgersi di una grossa farfalla di legno rimasta impigliata in un fascio di rami tagliati appoggiati al muro.

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Varcata la soglia, l’ingresso ci accoglie presentandoci abitanti che non ci sono più. Voliere, rettilari, acquari e gabbie in genere racchiudono un vuoto che non può non far pensare a quanto affollato debba essere stato questo posto. Chi abitava qui? Viene da pensare a una coppia o piuttosto a una persona soltanto che, ritiratasi in questo zoo domestico, passava le giornate a prendersi cura dei suoi ospiti. Questa idea, vedremo, non è lontana dalla realtà…

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La cucina straripa di disordine e oggetti di ogni tipo. Appese in fila ci sono ancora grosse farfalle, un quadro forse un po’ insolito che rappresenta una fattoria americana. Tanti souvenir su cui spicca un quadretto con carrettino siciliano. E appeso vicino alla finestra uno di quei nastri adesivi con appiccicate un bel po’ di mosche…chissà da quanto tempo sono lì.

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Mobili accatastati e ancora tanti, tanti oggetti di ogni tipo ingombrano anche la sala successiva, ma bisognerà salire le scale per poter cominciare davvero a raccontare la storia di chi viveva qui e soprattutto per rispondere alla domanda “cosa c’entrano i leoni?” (TO BE CONTINUED…)

Altre foto sulla pagina Facebook, in questo ALBUM

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