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Le storie della mala notte

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istituti sanitari

Villa Arzilla

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Avete presente Flora e Cissie? Sicuramente no. Erano due anziane signore protagoniste di una sitcom britannica che trasmettevano nei primi anni ’90, su qualche tv locale. Mingherlina e delicata una, robusta e impetuosa l’altra: le loro avventure si svolgevano in una casa di riposo, fra the e pasticcini, pettegolezzi, piccole cattiverie e tante risate. A volte mi tornano in mente così per caso. Qualche tempo fa, invece, ho ripensato a loro visitando una villa abbandonata.
Era una delle prime giornate di sole dell’anno, dopo aver fatto una bella passeggiata in mezzo al verde raggiungiamo l’edificio: bello, imponente, ma con più di qualche acciacco.

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Non appena girato l’angolo, ci accoglie un soffio: c’è un grosso biacco, lungo, nero e sollevato da terra per parecchi centimetri come a voler far credere di essere chissà che serpente. Stava prendendo il sole e noi l’abbiamo disturbato. Infastidito e risentito ha lasciato perdere le proteste e s’è infilato in una spaccatura.
Noi, invece, varcata la soglia della villa, ci siamo meravigliati della bellezza degli stucchi alle pareti. Ma, chissà perché, ancora prima di vedere il piano superiore e capire che questo posto doveva essere stato anche una sorta di ospizio, mi sono tornate in mente Flora e Cissie. Le ho viste lì sedute, a chiacchierare.

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Salendo le scale si trovano stanzette arredate con letti d’ospedale, ciascuno affiancato dal proprio mobiletto. Ci sono sempre gli stucchi che decorano le pareti, ma ci sono anche tanti, tanti fiori di plastica, ogni mazzo in un vaso, ogni vaso vicino a un letto vuoto. Qui dentro la bellezza e il kitsch vanno a braccetto creando un contrasto strano e forse buffo.

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Cosa si ottiene sommando stucchi antichi e fiori di plastica? Carta da parati come quella che c’era nella casa di riposo di Flora e Cissie. E poi, ipotizzando che in questo posto ci vivessero persone anziane, l’associazione mentale (nella mia mente) è naturale.

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Continuando a salire le scale, i letti e i fiori di plastica spariscono. Resta solo la grande bellezza di quella che un tempo fu una nobile dimora.

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Nonostante tutto però, uscendo da questo luogo a sua volta anziano e morente, resta appiccicata la colorata, polverosa spavalderia di tutti quei fiori che di appassire proprio non ne vogliono sapere.

Le ricerche sulla storia di questa villa e sul suo utilizzo non hanno ancora dato frutti.
Villa Arzilla è un bel nome inventato, preso a prestito da un’altra sitcom, questa volta italiana, che guarda caso parlava sempre di vecchietti ospitati in una villa.

Ci sono altre meravigliose stanze: ecco l’ALBUM COMPLETO

 

Il grande sanatorio

Visto da fuori mette soggezione: è enorme, isolato, abbandonato. L’aspetto ricorda quello dell’Ovelook Hotel e le storie che vengono in mente assomigliano agli episodi del podcast Lore (magari quello dal titolo “Se i muri potessero parlare” – è in inglese ma merita l’ascolto!).

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Certo, se davvero i muri potessero parlare racconterebbero migliaia di storie e ci porterebbero indietro di oltre cent’anni. Sicuramente se le pareti potessero farci ascoltare ciò che hanno assorbito sentiremmo voci, pianti e risate di bambini.

Sì, per un lungo periodo questo grande edificio ha accolto ragazzini con problemi respiratori che venivano qui a respirare l’aria buona e a trovare cure.

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Rimanevano qui, lontani da casa anche per mesi. La struttura era attrezzata per ospitare ben più di un centinaio di piccoli pazienti che nel frattempo stavano assieme, seguivano lezioni, studiavano e facevano i compiti, un po’ come a scuola e un po’ come nelle colonie estive.

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Li immagino seduti sui banchi, poi tutti riuniti assieme nella sala grande per le attività di gruppo. Qualcuno restava affacciato alla finestra a pensare a mamma e papà con tanta nostalgia e poi via, in fila per due, si andava a messa.

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A fine giornata ci si lavava rabbrividendo prima di rifugiarsi sotto le coperte, volgendo un ultimo sguardo alle cose personali, le più preziose, custodite da un piccolo comodino di metallo verniciato d’azzurro.

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Ho scoperto, con enorme sorpresa, che anche mio zio è stato qui a lungo quando era piccolo, tanto tempo fa, negli anni ’50. Le automobili erano ancora un lusso e per mia nonna, sua madre, era un’impresa andare a fargli visita, se andava bene, una volta al mese . Treno, corriera e poi un tizio con l’auto traghettava tre o quattro di quei  genitori spaesati fin lassù dai loro bambini. Caramelle, carezze e lacrime. Chissà chi è l’ultimo ragazzino ad essersi lasciato alle spalle questo posto, prima che chiudesse i battenti per trovare un definitivo silenzio. Magari qui, dopotutto, sono nate amicizie e belle storie.

Guarda l’ALBUM COMPLETO.

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