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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Categoria

racconti

Voci perdute (73, 51, 88)

Erano i miei anni del liceo, tempi di levatacce e di lunghi viaggi in corriera attraverso campagne sonnacchiose. I pomeriggi erano per lo studio, la musica a tutto volume e la tivù qualche volta. Facevo zapping, davo occhiate veloci a “Non è la Rai” perché…, chissà perchè, mi sarebbe piaciuto somigliare a Miriana. Il telefono era uno e fisso, quello di casa, mi appollaiavo lì per dettare la versione di latino a Nicola e per ridere, ma non si poteva restare troppo ché andava su la bolletta e poi la linea restava occupata. Sempre, dopo cena, correvo in camera ad accendere il CB, una cosa che appena qualche mese prima non sapevo nemmeno esistesse. Era stata la prof di lettere a raccontarci, per caso, di radio e microfoni e antenne sui tetti che sembravano scheletri di ombrelli. Ne ero rimasta affascinata e poi, come succede quando le cose nuove decidono di entrare nella tua vita, ne sentii parlare ancora e decisi di assecondare il destino. Tutto merito di un ragazzotto, venuto a fare alcuni lavoretti lì dai miei: mi raccontò di amici dai nomi strani con cui chiacchierava al CB, disse che ne aveva uno da vendere, antenna inclusa. Così entrai in quel nuovo mondo fatto solo di voci, il mondo del CB, detto pure baracchino, radiotrasmittente.

Era la stessa radio che hanno i camionisti per parlare fra loro, ma a quei tempi trovavi in linea chiunque. Adolescenti, ragazze e ragazzi, o gente un po’ più grande che già guidava e s’era installata il CB in auto, con l’antennone lungo che spuntava dalla cappotta. C’era questo gran chiacchierare, un gran bailamme su ciascuno dei 30 canali della banda di frequenza utilizzabile, la banda cittadina, citizen band, CB, appunto. La tua voce, e quelle che ascoltavi, coprivano un raggio di poche decine di chilometri. C’erano le voci che ritrovavi ogni sera, quelle che conoscevi per il tempo di due parole prima che sfrecciassero via per sempre, quelle gracchianti per i disturbi, che decifravi appena e poi affogavano nel mare di interferenze. Il mio canale era il 19, tenevo un’agenda su cui segnavo data e ora e i nomi di chi entrava in ruota, nella conversazione.

Penna Rossa, Elvox, Manuel, Libellula, Titti, Memphis, Rascal, Sorcio (sì), Pantera, Viper, Baracca e altri che meritavano il premio fantasia: Califfo, Volpe astuta, Veliero, Bavaria, Kabubi. Non ricordo di cosa si parlasse, stupidaggini. Non dovevi mai dire il tuo nome, vietato fornire indirizzo o numero di telefono, ma ogni tanto ti accordavi con qualcuno per fare una verticale, il fatidico incontro dal vivo. E allora c’era da stabilire dove e quando con messaggi in codice, per non far capire nulla a chiunque fosse lì sotto, silenzioso, in ascolto. A volte ti dimenticavi che le conversazioni le poteva ascoltare chiunque.

Una volta accettai di conoscere un ragazzo con cui parlavo da un po’, il suo nomingnolo al CB era Pop Corn, sì, semplicemente Pop o “il Pop”. L’appuntamento era davanti a un bar che proprio quel giorno scoprii essere chiuso per ferie. Poco male, ero arrivata prima io e restai ad aspettare. Di lì a poco arrivò un’auto, parcheggiò e ne scese un bel ragazzo che venne verso di me. Non poteva essere che lui, chi altri si sarebbe fermato a un bar chiuso? Gli feci un bel sorriso e dissi d’un fiato “Ciao, sei il Pop?”.
Fece una strana espressione e disse “no” e io, beh… imbarazzo paralizzante.
Ancora oggi mi vergogno. Anche adesso.
Mi chiese se ci fosse un distributore di sigarette lì e io continuavo a sentire solo “Ciao, sei il Pop?” che si ripeteva in loop nella mia testa. Il fantomatico Pop Corn arrivò poco più tardi: nulla a che vedere con il suo predecessore ma in ogni caso io ormai lo odiavo e volevo essere ovunque tranne che lì. Non lo rividi più, anzì sì, una volta in discoteca e feci finta di non conoscerlo. Gli adolescenti sono stronzi.

Di verticali ce ne sono state tante, ma la magia del CB era nelle voci senza un volto e di quelle ce ne sono state molte di più, ciascuna con una storia talvolta incredibile. Ogni tanto dal rumore di fondo, dal gracchiante QRM, saltava fuori una vocetta a sua volta gracchiante e dal fortissimo accento spagnolo. Era Concita, un’anziana signora che sapeva bene tenere a bada i bulli del CB che la insultavano. Non l’ho mai vista di persona, dicevano amasse passeggiare in Prato della Valle con un paio di cagnolini che abbaiavano un sacco. Una notte ci attardammo a parlare io e lei e mi raccontò della sua vita, del marito che non c’era più da tanto tempo. Avevano girato il mondo e fatto i lavori più strani, perfino in un circo. Mi raccontò vicende che io purtroppo non ricordo più, ma ricordo la sua voce e quell’atmosfera indefinita e sognante che le sue parole, con l’accento della vecchiaia mescolato a quello spagnolo, avevano evocato.

Il CB mi ha fatto compagnia per parecchi anni, più di una decina credo. Ho iniziato quando c’era un gran bailamme di voci su tutti i 30 canali e ho continuato anche quando una dopo l’altra quelle voci hanno smesso di farsi sentire. Negli ultimi tempi c’era il vuoto e il rumore di fondo sottolineava le assenze. Internet cominciava a entrare prepotente nelle case.
Un pomeriggio d’estate scoppiò un temporale che se la prese con l’antenna a scheletro d’ombrello che svettava sopra casa mia. Così giunse anche per me il momento di chiudere le trasmissioni, cosa che avrei fatto comunque di lì a poco. Era finita un’epoca e per me si concludeva qualcosa che mi aveva reso diversa: avevo conosciuto e ascoltato persone che nella mia vita di quei tempi non avrei mai avuto occasione di conoscere e ascoltare. Credo che quella radiolina nera in qualche modo mi abbia reso migliore e per questo la ricorderò sempre con riconoscenza.

Ah, volete conoscere il significato dei numeri nel titolo di questo articolo amarcord? Lo trovate qui, assieme a tutta la bizzarra terminologia CB

A Natale niente shopping

Era una giornata di freddo e sole di inizio anno. Le feste erano passate da poco e nel loro strascico si insinuava una insolita incertezza destinata a trasformarsi, nei mesi a venire, in una nuova difficoltosa realtà. Le misure restrittive e le chiusure erano ancora ipotesi. Quel giorno noi raggiungevamo il centro commerciale.

Il parcheggio deserto incorniciava la desolazione tipica delle zone industriali. Fra serrande abbassate e porte chiuse, l’unico negozio sopravvissuto si esibiva stanco attraverso una vetrina spoglia. Passammo davanti al negozio aperto e a quelli chiusi, lungo tutto il perimetro, fino a trovare una porta a vetri socchiusa e dietro di essa una serranda non del tutto abbassata. Strisciando là sotto fra sporcizia, volantini e vetri rotti, iniziò la nostra giornata al centro commerciale. Gli scaffali vuoti del supermercato e i carrelli abbandonati in disordine li avevamo già visti in tanti  film e c’era da aspettarsi, senza troppa originalità, di vedere uno zombie sbucare fra una corsia e l’altra.

Invece no, lì dentro c’era qualcun altro. Zitti e fermi, ascoltammo rumore di vetri rotti, echi metallici, rimbombo di lamiere. Risate e voci tipiche di ragazzini che hanno ancora la voce da bambine. Il silenzio che di solito avvolge le esplorazioni questa volta non sarebbe stato con noi, ma non si può pretendere silenzio in un centro commerciale, anche se abbandonato.

L’incontro è avvenuto dove approdavano immobili le scale mobili, al piano superiore. Ce li siamo trovati davanti: noi con le macchine fotografiche, loro con le spranghe di ferro, noi in due e loro otto o nove. Erano un bel gruppetto variegato, con le facce da Goonies o Stranger Things, c’era quello un po’ più alto, quello cicciottello, quello con gli occhiali. Erano lì che si divertivano a spaccare tutto, naturalmente, ed erano perfino un po’ sudaticci.

“Ci servono per difesa, perché non sappiamo chi possiamo incontrare qui dentro” disse quello furbetto. Per un momento ho provato a pensare a quei teneri diavoletti che prendevano a sprangate qualcuno, ma non ci sono riuscita. Gli ho chiesto se ci fossero cose belle da fotografare, e mi hanno guardato strano. Giustamente in effetti. Loro entravano ed uscivano direttamente da quel piano, ci hanno detto, era tutto spalancato.

E così abbiamo fatto noi alla fine, senza dover più strisciare come bisce fra sporcizia e vetri rotti. Ci siamo lasciati con un tacito accordo di non belligeranza: noi a fotografare, loro a cercare qualcos’altro da colpire. Fra le foto che ho fatto quel giorno mi sarebbe piaciuto farne una anche a loro. 

Altre foto in questo ALBUM

La torre di luce (ovvero un raccontino che non avrei mai pensato di scrivere)

Una storia del tutto inaspettata, scritta lanciando i dadi. Questi qui:

LA TORRE DI LUCE
Molto tempo fa, in un posto sperduto del mondo, c’era un villaggio. I suoi abitanti erano cacciatori, guerrieri, sciamani, discendenti di una grande tribù di spiriti liberi come il vento.
Un tempo erano stati nomadi senza radici e le loro dimore erano state sempre senza fondamenta. Lo erano rimaste anche dopo che la tribù si fu imbattuta nella Torre. Quando successe, gli sciamani dissero di accamparsi lì, tutto intorno. Prima o poi sarebbero ripartiti, quando fosse venuto il momento.
La Torre era altissima, quasi non si riusciva a vederne la sommità, saliva nel cielo, più in alto delle nuvole. Ogni anno poi, la notte del primo novilunio d’estate, la Torre emetteva un potentissimo fascio di luce che saliva su verso l’infinito, squarciando la notte.
Succedeva ogni estate, da tanto tantissimo tempo…tanto che la tribù aveva perso il conto dei noviluni rischiarati dal fascio di luce. Avevano perso il conto anche del tempo passato da quando il primo giovane coraggioso aveva tentato, senza riuscirci, l’impresa di arrampicarsi fin lassù, una sera del primo novilunio d’estate.
Gli sciamani avevano interpellato il fato lanciando le pietre della sorte: esse rivelarono che il momento di ripartire sarebbe arrivato quando si fosse trovato il prescelto. Il prescelto doveva essere il migliore, colui in grado di emergere dal gregge senza tornare mai a mescolarsi con esso.
Il prescelto, avevano annunciato gli sciamani, doveva essere colui che fosse riuscito nella grande arrampicata. Il prescelto avrebbe scalato la Torre, sarebbe arrivato in cima e dall’alto avrebbe visto il mondo e lo avrebbe compreso. Dall’alto avrebbe guardato dentro la Torre e avrebbe compreso. Poi sarebbe sceso, senza temere: nulla avrebbe parato la sua caduta, ma lui non sarebbe precipitato.
Furono innumerevoli i noviluni d’estate in cui giovani coraggiosi tentarono l’impresa. Iniziavano l’arrampicata con caparbietà. Ogni volta però alcuni di loro cadevano, altri, stremati si fermavano per lunghi momenti aggrappati alla roccia prima di cominciare a scendere giù. Nessuno mai era riuscito ad arrivare fin lassù.
Passarono tante estati, tante da perdere il conto, tante da dimenticare quando tutto fosse iniziato. Ma la notte in cui un giovane riuscì finalmente a scalare la Torre, tutti la avrebbero ricordata e poi raccontata per innumerevoli altre estati. Il giovane si arrampicò, abile come una formica sul muro. Arrivato tanto in alto, tanto più su del chiarore dei falò, non lo si poteva vedere più. Però non cadde mai, e continuava a non cadere.
Lo videro quando la Torre emise il fascio di luce: videro la sua sagoma scura stagliarsi lì in alto, avvolta dal fascio luminoso. La sagoma scura sembrava farsi grande, le braccia alzate verso l’alto: il giovane sembrava voler salire ancora più su di dove già era arrivato. E così avvenne. Lo videro volare nel cielo, trasportato dal fascio di luce.
Il prescelto aveva visto troppo, compreso troppo, dissero gli sciamani. Non avrebbe potuto tornare a rivelare verità troppo grandi. Le entità superiori , dissero gli sciamani, lo avrebbero fatto diventare uno di loro.
Il giorno dopo la tribù si rimise in viaggio: abbandonarono la Torre e non la rividero più. Le entità superiori si erano prese il loro prescelto, ma avevano donato loro lo spirito dell’Uomo che Sale nel Cielo che avrebbe ascoltato le loro preghiere e guidato dall’alto i loro passi.

Stasera alle 21.00 ci si vede su Instagram

Se il mondo che avete sbirciato dalle pagine di questo blog vi incuriosisce, stasera non potete mancare. Cercate su Instagram il mio account (Lazzaladra) oppure Books_details. Parleremo del mio libro fantastico, di genere e di fatto, L’arte delle gocce rossee di tutte le cose bizzarre e curiose che sono fonte di ispirazione quando scrivo. Fuggiremo lontani dalla realtà. Poi torneremo per sorseggiare un cordiale, assieme a Cosmas e Vertov.

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Un tempo scrivevo sceneggiature

Sì, mi è capitato di scrivere soggetti e sceneggiature. Un paio di queste si sono trasformate in cortometraggi. Per “La misura dei salami” avevo scritto la sceneggiatura come si dice “non originale”, perché il punto di partenza era il racconto omonimo di Luciano Rocco.

Guardando il piccolo film che ne è uscito ci si ritrova nelle atmosfere di grandi film come “L’albero degli zoccoli” e “Novecento“.

“La misura dei salami” è stato un’esperienza indimenticabile anche se io, sceneggiatrice, sul set non ci sono mai andata. Però, scrivendo quelle scene, c’ero stata prima di tutti gli altri.

Grazie al regista e artista, Matteo Corazza, che aveva creduto in me per questo progetto.

Vi racconto una storia: “Quando si spensero le luci”

Ascolta “Le storie della mala notte” su Spreaker.

Vi racconto una storia, e non una storia qualsiasi bensì una delle storie della mala notte. C’è un paese di provincia, un ragazzino, un capannone pieno di cose vecchie e perfino una ballerina di burlesque: all’improvviso non c’è più corrente, le luci si spengono e tutti devono reinventare le proprie vite e guardarle con occhi diversi. Almeno per un po’. Ed è un po’ quello che ci sta succedendo ora, anche se per un motivo diverso. “Quando si spensero le luci” è uno dei racconti contenuti nel libro che ha dato origine a questo sito, “Le storie della mala notte”, appunto.

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Ora quel libro non lo trovate più (ma su richiesta vi posso fornire la versione epub), ma i racconti sono sempre vivi: con questo non dovete neppure fare la fatica di leggere, ve lo leggo io! Anche se può non sembrare, c’è molto del mio vissuto personale in questa storia ma questo vale, in modo più o meno palese, per chiunque scriva qualcosa.

A passeggio per Padova con le “Cose che luccicano”

Cosa non darei per poter uscire, fare una lunga passeggiata in mezzo al verde o magari per le vie della città, della mia città. Le stesse vie che percorre il protagonista di questo racconto.

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Parco Treves de’ Bonfili

Sapete? Non so nemmeno quale sia il suo nome, ma so che riesce a vedere cose molto particolari. Lo conoscerete assieme a Pablito, Tamara e al gatto Lèon. Insieme a tutti loro girerete per Padova, entrerete in una casa che sembra vuota, raggiungerete il favoloso Parco Treves, andrete a curiosare fra i banchi del meractino dell’antiquariato in Prato della Valle, e leggerete perfino i tarocchi.

Neanche un euro, meno di un caffè, lo trovate a 0,99 euro su Amazon se avete Kindle e su IBS per avete un qualsiasi altro ereader

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Mercatino dell’antiquariato in Prato della Valle

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Un racconto cyberpunk (!?)

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Ambientato in un futuro distopico, parla di connessioni, clonazione e ribellione. Se si possa davvero definire cyberpunk non lo so, ma ci somiglia quantomeno per le atmosfere, le stesse che ritrovo di tanto in tanto esplorando vecchi stabilimenti industriali che cadono a pezzi. “Gli anni del vivaio” lo scrissi molto tempo fa, era credo il 2008. Lo scrissi, lo feci leggere a qualche conoscente e qualcuno mi disse: “sai che somiglia tanto al filmThe Island?“. Io quel film non lo avevo ancora visto, ma nessuno ci crederà mai.

GLI ANNI DEL VIVAIO

Elena Lazzaretto

Comincia a fare freddo e questa corrente d’aria cattiva me lo porta fin dentro le ossa. Sento il rumore perenne delle ventole che si affacciano sulle pareti, da qualche parte sopra di me. Da qualche parte, ancora più su, c’è anche il cielo. Io non credo sia lo stesso che vedevo allora: al Vivaio il cielo era quasi blu. E come ogni volta che scopro un ricordo di quegli anni non posso non chiedermi perché il Trattamento DEL non abbia funzionato. Gioco ad illudermi che il Vivaio non sia mai esistito, ma sento arrivare quell’idiota di Creuso che ha la brutta abitudine di riportarmi alla realtà. Riesce a trovarmi ovunque, mi viene a scovare in fondo ai vicoli anche se sono raggomitolato in un angolo sporco, nascosto sotto strati e strati di stracci. Confesso di non riuscire a sopportarlo, lui e quel suo sorriso di denti sghembi e gialli. Gli aliti d’aria più violenti se la prendono con i suoi capelli, coprendo e scoprendo la stempiatura. Creuso è giovane, tutto sommato, e non ha motivo di fare la vita che faccio io. Già da lontano vuol farmi capire che c’è qualcosa da vedere perché tiene in mano la placca, il braccio alzato. Qualcosa che riguarda Jadzia, ovviamente. Se solo si decidesse a lasciarmi in pace. Non mi libererò mai di Creuso e della sua placca: potrei distruggergliela, ma riuscirebbe a procurarsene un’altra, anche rubandola. La copertura totale senza un device per usufruirne per lui sarebbe l’inferno: sogna l’impianto opto-auricolare, lo stesso di cui mi sono sbarazzato…assieme al mio orecchio destro.  ‘Tu, tu ti sei bruciato il cervello a forza di caricare dd’ mi ha ripetuto non so più quante volte, ridacchiando, tirando su col naso e puntandomi contro il suo indice curvo e sporco. Glielo lascio credere, meglio così: sono abbastanza vecchio per aver provato droghe naturali e sintetiche, ma non ho mai scaricato nessun tipo di digital drug.  Mi sono fatto tagliare l’orecchio, sì: credo che per questo Creuso non sappia se considerarmi più pazzo di lui. Ed è per questo che forse mi ammira, ma se fosse appena un po’ più sveglio capirebbe pure lui. Rinunciare al credito, non accedere alla copertura totale, disfarsi dell’impianto: in una parola sparire. Niente droghe e, forse, niente pazzia caro stupido Creuso: semplicemente non voglio essere rintracciato, solo tu mi trovi ovunque, ma tanto tu non sei nessuno. Proprio come me.

“Tycho!” mi chiama, con quel sorriso ebete. Mi raggiunge e si siede pesantemente in terra, vicino, attaccato a me. Gli puzza il fiato, mi volto per non sentirlo e per non guardare la placca che mi mette con insistenza davanti agli occhi. Una vecchia placca, un modello che non credo producano più visto che tutti stanno passando all’impianto.
“Guarda Tycho, c’è la tua bella.”
“Creuso…” sospiro, sfinito.
Lo so che non lo fa con cattiveria, lo so. Crede che in realtà io sia contento di vedere ogni nuovo spot di Jadzia, ogni sua dichiarazione. Maledetti i primi tempi, il pensiero di Jadzia era una ossessione di cui Creuso fu testimone quando ero ubriaco o parlavo nel sonno. Ora riesco a controllarmi, ma non posso fare a meno di guardarla, Jadzia, sul monitor della placca. Almeno rimane confinata lì, l’impianto invece me la porterebbe fin dentro al cervello dove c’è già il ricordo di lei. La vera lei. Sotto ai pollici dalle unghie sporche di Creuso c’è Jadzia Vella che parla e sorride, parla e sorride: è solo la copia della copia della vera Jadzia. E’ quasi lei.

Quando vidi Jadzia B. Vella per la prima volta, aveva sedici anni e parlava di rado, sorrideva timidamente abbassando lo sguardo. Avrei dovuto restare al Vivaio per cinque anni a prendermi cura del suo cuore. Poi l’avrei dimenticata, assieme a tutto il resto. Questo prevedeva il contratto che avevo firmato con i Beta Labs: un anno di addestramento, quattro di lavoro, impianto opto-auricolare gratuito, compenso molto elevato. E dovevo acconsentire a sottopormi al Trattamento DEL una volta che tutto fosse finito: dovevo dimenticare anche l’esistenza di quel posto prima di tornare al mondo esterno. La sola clausola era riuscire a mantenere sempre lineare il profilo psicologico, una sola incrinatura e sarei stato sottoposto al trattamento e poi rispedito a casa. Le cose però andarono diversamente: ed ora eccomi qui, in compagnia di Creuso che mi dice per l’ennesima volta che esiste anche una dd  per scopare con Jadzia, solo che bisogna avere l’impianto ovviamente. Mi guarda indagatore, sicuramente crede che io intendessi una cosa del genere quando gli dissi che Jadzia l’avevo conosciuta davvero. In quasi 5 anni, invece, l’avevo proprio vista crescere. Vissi al Vivaio monitorandole ogni giorno il cuore, un cuore che non aveva alcun difetto: sapevo di non dover fare domande ai colleghi, né ai ricercatori Beta Labs. Cercai di non fare mai domande nemmeno a me stesso. E poi un giorno, l’ultimo, Jadzia mi guardò a lungo come non aveva mai fatto prima. “Immagino sia il cuore” mi disse, sembrava serena. Lì per lì non capii. Ma lei sì, non so come, aveva capito ogni cosa. Il suo cuore era perfetto e per questo glielo avrebbero tolto. Solo per questo era stata creata. Jadzia B., B come Beta, il pezzo di ricambio. Solo in questo modo la vera Jadzia avrebbe continuato a vivere.

Era stata capace di intuire tutto questo da sola! Jadzia B. era qualcosa di diverso, molto più che una semplice copia. Tutti si erano sempre concentrati sul suo cuore, nessuno aveva mai studiato a fondo la sua mente, nessuno si era accorto delle sue facoltà. Sì, io sono certo che avesse sviluppato delle notevoli facoltà mentali, è l’unica spiegazione che sono riuscito a darmi in tutti questi anni. Era nata e cresciuta in un ambiente puro, schermato da qualsiasi onda artificiale, isolato perfino dalla copertura totale: nessuno al mondo aveva mai avuto questa possibilità. La sua mente ne aveva approfittato per…espandersi. Ancora non mi spiego perché avesse deciso di rivelare proprio a me tutto quello che aveva capito, a poche ore dal trapianto quando oramai era tardi per fare qualsiasi cosa. Dopotutto cosa avrei potuto fare? Ero solo un ignaro ingranaggio del Progetto Vivaio. Non sapevo che anche la vera Jadzia era stata da poco condotta al Vivaio. Non sapevo nemmeno che ci fosse una vera Jadzia! E non sapevo che quella che mi stava di fronte avrebbe finito di vivere quel giorno, a 21 anni. Jadzia B. forse, aveva soltanto bisogno di confidarsi con qualcuno per la prima e l’ultima volta.

Il mio profilo psicologico subì conseguenze notevoli ma quello che successe nelle ore successive giustificò largamente le alterazioni riscontrate quel giorno.
Rabbrividisco, mi succede ogni volta che ripenso a quei momenti. Creuso continua a parlare, ma io non lo sento, e lui guarda la placca quasi toccandola con il naso, tanto la tiene vicino.

Fu la vera Jadzia a morire: morì il giorno stesso in cui avrebbe dovuto avere inizio la sua nuova vita. Fu stroncata da un aneurisma cerebrale, lei che fin dalla nascita aveva avuto gravi problemi non con il cervello ma con il cuore. L’attacco si verificò non appena Jadzia B. fu condotta nella sua stessa stanza. Nessuno avrebbe mai potuto calcolare un imprevisto così incredibilmente assurdo. Con il passare del tempo però, si è fatta sempre più forte in me l’idea che in quello che era successo non ci fosse nulla di assurdo. Al Vivaio ci fu molto trambusto, mi venne chiesto di verificare le condizioni del cuore di Jadzia B: perfette. La sostituzione venne preparata nei dettagli, ma molto rapidamente. Il patrimonio mnemonico della vera Jadzia era comunque già stato scaricato, come vuole la prassi in tutti i casi di intervento a percentuale di rischio non nulla. Sottoposero Jadzia B. al Trattamento DEL totale e successivamente all’operazione di carica. Prima che si risvegliasse verificai nuovamente le condizioni del suo cuore: perfette. Da quel momento non avevano più bisogno di me. Fui sottoposto al Trattamento DEL a mia volta, giacqui sdraiato nello stesso punto in cui poche ore prima avevano deposto Jadzia B. Il trattamento con me non ha funzionato e all’inizio nessuno se ne è accorto, nemmeno io. Poi i ricordi hanno cominciato a tornare. Ho avuto paura e ne ho tuttora. Paura che i Beta Labs se ne accorgessero e mi venissero a cercare per cancellarmi la memoria in modo definitivo. Io non ho parlato, nessuno al mondo sa di tutto questo. Creuso borbotta e ridacchia, annuisce con gli occhi sbarrati sulla placca. Mi dà fastidio.

“Creuso, lasciami solo.”

Creuso si volta di scatto, come se si fosse ripreso all’improvviso da uno stato di ipnosi. Mi fissa in un modo che non è da lui, come se vedesse in me le risposte a tutte le domande del mondo.

Gli dico di smetterla. Creuso guarda la placca e poi guarda me, vedo la sua faccia con la coda dell’occhio. Guarda la placca e guarda me. Mi chiede “Tycho, ma tu da dove vieni?” Il cervello se lo deve essere bruciato anche senza impianto. Gli dico che vengo dal Paradiso. “Non hai certo l’aspetto di un angelo” Ridacchia e mi mette la placca sotto il naso, vedo la mia faccia nel monitor come allo specchio dopo un’eternità. Resto affacciato sulla rete estesa per alcuni istanti e quando me ne rendo conto mi scosto immediatamente. Creuso guarda me, guarda la placca e se ne va. Finalmente posso provare a dormire.

Un dolore al collo, come una puntura d’insetto mi sveglia. Apro gli occhi ma la vista è annebbiata. Distinguo la faccia di Creuso che è davanti a me e mi respira addosso. Mi sta per venire un attacco di nausea e le sue parole isteriche sembrano venire da lontano. Dice qualcosa del tipo che non mi devo preoccupare e non mi devo arrabbiare, che gli hanno promesso l’impianto. Sento che sto per perdere i sensi, non vedo più nulla.

E’ come se tornassi da molto lontano, ma sento di stare bene. Percepisco luce gentile che si insinua fra le palpebre. Provo ad aprire gli occhi: prima è solo luce, poi prende forma uno spettacolo che non vedevo più da chissà quanto. Al di là di una vetrata enorme, al di là delle torri e dei palazzi più alti, c’è un tramonto immenso che si prende tutto lo spazio e tutto il mio cuore. Lo contemplo a lungo senza farmi domande, non mi importa di dove sono, né di chi mi ci ha portato e perché. Sento la pace e potrei restare sdraiato su questa chaise longue così, per sempre. Poi, una voce. Da qualche parte nella stanza, dietro o di fianco a me, una voce di donna.

“Volevo che vedessi qualcosa di bello, al tuo risveglio.”

Mi manca il respiro e non oso guardare, non oso pensare. Fisso imperterrito il tramonto e sento i dei passi. Profumo leggero di fiori. Posa la sua mano sulla mia.

“Ti ho cercato così a lungo, Tycho. Così a lungo.”

La voce un po’ le trema, e io non dico nulla ma trovo la forza e mi volto lentamente verso di lei. Nel suo sorriso mi pare ancora di distinguere quel velo di timidezza di un tempo, e non riesco a dire una parola. Ci guardiamo a lungo con la luce del tramonto che copre d’oro il suo volto e forse anche il mio. Sono capace di mormorare soltanto il suo nome, a bassa voce, temendo che lei sparisca all’improvviso. E invece lei tenta di mantenere il sorriso, ma una lacrima le sfugge e scivola giù, e cade sul mio braccio.

“Tycho…ricordi chi sono?”

Vorrei che non soffrisse così, la mia piccola Jadzia.

“Ricordo chi sei, Jadzia B., ricordo tutto.”

Jadzia mi stringe la mano. “Lo sapevo che il Trattamento non…” Lascia la frase a metà, sospesa. “Sono ancora la Jadzia che hai conosciuto?”

“Quasi, Jadzia, sei quasi tu.” Le sorrido.

Rimaniamo in  silenzio a guardare il tramonto fino a che la luce non se ne va del tutto. Ci sono troppe cose da dire e da chiedere, ma sto di nuovo bene: sento di potercela fare e non ho alcuna fretta. Io ho tutto il tempo che Jadzia può volere. Tempo e ricordi sono tutto ciò che ho. Jadzia fa un profondo respiro.

“Ricordo amori che non ho vissuto e lacrime che non ho mai versato, ma della vita che fu davvero mia ricordo soltanto le ultime ore, e ricordo te.”

Di Jadzia B. non è rimasto altro che una manciata di ore. E’ quasi più triste così che saperla cancellata del tutto.

“Tycho, io non so come spiegarlo ma… è dipeso tutto da me. Ho interferito con il dispositivo di cancellazione” sospira. “Verso la fine del trattamento sono riuscita a reagire. Avevo la sensazione di aver capito come rispondere agli impulsi in modo uguale e contrario, annullando l’effetto. Devo aver creato un’interferenza che  ha compromesso il funzionamento del dispositivo.”

Abbassa lo sguardo, mi prende la mano con entrambe le sue e mi chiede di perdonarla.

“Non avrei avuto tante difficoltà a ritrovarti, se i tuoi ricordi fossero stati cancellati non avresti avuto alcun motivo di nasconderti. Se il Trattamento DEL non ha funzionato, se non ha funzionato con te  Tycho, è solo colpa mia.”

Mi sporgo verso di lei e vorrei sfiorarle la guancia con la mano, ma non riesco a fare altro che un sorriso.

“Jadzia, nessuno al mondo ha meno colpe di te.”

Lei si fa ancora più triste e suoi occhi sono di nuovo lucidi di lacrime.

“Tycho tu credi davvero che io non abbia colpe?” Si alza in piedi tenendosi i gomiti come se questo le servisse a contenere il dolore. “Quello che ho fatto con il dispositivo assomiglia a quello che ho fatto a lei. Io l’ho uccisa”

La guardo e comincio a capire il suo tormento. Jadzia non conosce sé stessa, ma porta in sé i ricordi, le emozioni dell’altra lei. Convive assieme al pensiero terribile di aver causato la fine della vita che conosce così come fosse stata la sua, ma che sua non era.

Perché Jadzia mi ha cercato tanto? Perché ha sperato (ne sono convinto) che il Trattamento DEL non avesse funzionato con me? Perché ha bisogno di essere rassicurata sulla persona che era. Ha bisogno di qualcuno che le parli di Jadzia B. Qualcuno che le dica che Jadzia B. era stata creata nell’ambito del progetto Vivaio e che aveva sviluppato delle sorprendenti facoltà mentali. Io non posso sapere cosa sia successo in quella stanza, ma so che erano entrambe prive di sensi quando furono condotte lì. Posso dirle quello su cui ho fantasticato io: due menti così simili l’una all’altra forse hanno reagito, forse è successo quello che succede alle onde quando interferiscono costruttivamente o entrano in risonanza. Il cervello della vera Jadzia non ha retto, tutto qui. Alla fine le dico la cosa più semplice, la più vera.

“Tu non avresti mai fatto del male, non era nella tua natura. No Jadzia, tu non l’hai uccisa. Ora però hai i suoi ricordi dentro di te, ed è un po’ come se ospitassi la sua anima no?”

Jadzia mi guarda e alla fine sorride fra le lacrime. Non dice nulla, mi si avvicina e mi abbraccia. Io chiudo gli occhi e mi perdo nel suo profumo.

“Ti prego, parlami di Jadzia B.”

Mi lascia e io mi appoggio nuovamente allo schienale, ma continuo a guardarla mentre inizio a raccontare.

Credo stia per sorgere il sole. Jadzia mi ha ascoltato per ore mentre le restituivo una parte di lei. Se ne riappropriava senza lasciarsi sfuggire una sola sfumatura. Adesso dorme, con un po’ di fortuna sta sognando i suoi sogni e forse da oggi vivrà più serenamente. La lascio così e scendo fuori sulla strada: me ne ritornerò con calma ai miei vicoli, non ho fretta. Non considerarla ingratitudine, Jadzia, se me ne vado così: non ce la faccio a ricominciare in questo mondo, non ne ho la forza. Ma sono felice e mi stupisco di riuscirci ancora. Penso a Creuso che grazie a questo scherzetto potrà avere il suo tanto desiderato impianto. Tutto perché ha avuto la fortuna di conoscermi e di ricevere uno dei tanti messaggi subliminali di cui erano infarcite le comparse di Jadzia nella rete estesa. Gli darò una lezione appena lo vedo, se lo rivedrò, eppure sono felice anche per lui.  E’ una felicità piena che mi prende come una folata di vento costante e vigoroso. Il motivo è che ora ho un ricordo nuovo e bellissimo a cui ripensare ogni volta che voglio: l’espressione incantata di Jadzia mentre  ascoltava le mie prime parole.

“Quando ti ho vista per la prima volta avevi sedici anni e un sorriso timido. Abbassavi sempre lo sguardo ogni volta che qualcuno ti guardava.”

FINE

 

Sotto un salice piangente

Nel giardino di un mio compagno di scuola c’era un salice piangente. Lo ricordo grandissimo, ma le cose sono sempre grandi nei ricordi di quando si era piccoli. Si giocava tutti assieme a correre fra quei suoi rametti d’argento che scendevano giù come piccole liane, e quella era una giungla e noi eravamo tarzan, tutti quanti. Il salice piangente è il mio albero preferito da allora, perché ci puoi andare dentro e lui ti avvolge, ti abbraccia, ti accoglie sempre. Ho un ricordo felice di un albero dal nome triste e questo rende tutto malinconico. E mi piace ancora di più.
Sono un vecchio ricordo e considerazioni  che riaffiorano proprio in questi giorni, perché le coincidenze della vita mi hanno portato a ripensare a questo albero gentile.
Il primo gennaio passeggiavo lungo un argine alto e ho notato un salice piangente più giù, chino sulla sponda del corso d’acqua e su un grosso macigno che non sembrava essere lì per caso. Scesa a vedere ho scoperto che, dalla parte rivolta all’acqua, il blocco di pietra riportava parole tristi in memoria di Francesco.

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Non so chi fosse, immagino un bambino. Forse giocava come facevo io da piccola fra le liane sottili che non sono riuscite a dargli appiglio, una volta scivolato in acqua. I bambini sono tristi, e un po’ lo sono anch’io. Ho lasciato il salice, il masso e il ricordo di Francesco quando il sole stava calando.
Un paio di sere prima avevo giusto cominciato a leggere una storia di salici inquietanti e di un corso d’acqua ben più grande. Ora lo leggerò più lentamente, per stare più a lungo sotto le fronde del mio albero preferito.

 

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