Trovo rassicurante il bianco e nero dei vecchi film, sa essere avvolgente e caldo come la coperta del divano, di sera, d’inverno. Ti avvolgi di garbo, buon gusto, contorni sfumati, vestiti eleganti. A seconda dei personaggi, le voci maschili sono profonde o sottili, da macchietta. Le voci di donna suonano squillanti, spensierate o austere. Sono le voci di doppiaggi che echeggiano di passato, di grammofono. Talvolta trovi esattamente tutto questo.

Altre volte l’abbraccio avvolgente diventa freddo e soffocante come la stretta di un’anaconda: mi è successo tre volte. Tre volte, tre film, tre coppie di grandi attrici.

Joan Crawford e Bette Davis, Audrey Hepburn e Shirley Mclane, Elizabeth Taylor e Katharine Hepburn: tre esperienze difficili e indimenticabili.

Ingannevole, affascinante, ipnotico bianco e nero!

Che fine ha fatto Baby Jane (What Ever Happened to Baby Jane?)

Jane (Bette Davis) e Blanche (Joan Crawford) sono due sorelle che sopravvivono nei ricordi e nel reciproco astio. Sono due ex attrici, Jane in particolare è stata una bambina prodigio, una sorta di Shirley Temple. Sono due donne dal passato pesante fatto di successi che non torneranno mai più, di rimorsi, rimpianti. E colpe. Ciascuna delle due è l’incarnazione del passato dell’altra: il solo fatto di vedersi è un tormento giornaliero, garantito dalla convivenza forzata, dalla necessità di doversi prendere cura l’una dell’altra, nonostante l’astio abbia la tendenza a degnerare in odio, o in follia. Di questo film già solo il titolo racconta una storia: pone un quesito per il quale sentiamo subito necessità di trovare risposta, contrappone un passato a un presente. Se non sapete nulla di questo film, non leggete la trama in anticipo: godetevelo.

Due parole sulle attrici

Non sono solo gli occhi, quelli citati nella famosa canzone, qui è l’intero volto di Bette Davis che catalizza l’attenzione perché recita un ruolo tutto suo, diventa la maschera di bambina invecchiata che indossa a sua volta la maschera di un Pierrot pazzo. L’effetto è grottesco e spiazzante. La vita, il tempo e gli eventi sfuggono di mano, non si possono afferrare più e c’è chi non riesce ad accettarlo: è tutto scritto in quel volto. Il volto di Joan Crawford ha i lineamenti decisi, una bellezza innegabile che però non si adatterebbe mai a un ruolo di Biancaneve quanto piuttosto a quello di Regina Cattiva della Disney (prima della traformanzione).

Quello della Crawford è il volto di una donna forte che però qui appare impotente, paralizzata sia letteralmente che metaforicamente. Assieme alla Crawford, alla sua espressività, sentiamo forte il desiderio di ribellarci e ciò conferisce una forza alla storia che non sarebbe stata tale con un altro volto, più dolce e delicato.

Nella vita reale le due attrici furono grandi antagoniste, ci sono tanti aneddoti che testimoniano la reciproca insofferenza. Sul lato da “Regina Cattiva” di Joan Crawford, invece, segnalo il film “Mammina cara” tratto dal romanzo autobiografico scritto dalla figlia adottiva Cristina, anche in questo caso il titolo, ovviamente sarcastico, dice molto.  

Quelle due (The Children’s Hour)

Ovvero: Può una brutta voce distruggere ciò che è bello? La risposta purtroppo è sì, drammaticamente sì.

Karen (Audrey Hepburn) e Martha (Shirley Mclane) sono colleghe e amiche sin dai tempi del college. Dirigono un collegio femminile privato, dove ricoprono anche il ruolo di insegnanti. Una delle ragazzine, in seguito a un rimprovero, insinua qualcosa lamentandosi con la nonna: forse non sa bene con quale accusa sfogare il suo astio, quel desiderio di vendetta dei bambini capricciosi e viziati. Dice che quelle due sono troppo amiche. La nonna raccoglie e amplifica le parole della nipote aggiungendo significati che forse la bambina nemmeno conosce. La bambina conferma tutto, anche quello che non sa, lieta per la consapevolezza di stare facendo del male. La voce si diffonde, si gonfia, i genitori inorridiscono, il collegio si svuota. Le vite di Karen e Martha vengono segnate dalla calunnia, in modo irreparabile. La storia parla del pregiudizio degli adulti e al contempo di quella cattiveria spontanea che non lascia scampo, la cattiveria più cattiva che c’è: quella dei bambini che sanno essere cattivi per il solo gusto di esserlo. Sono tutti carnefici: adulti e bambini, in quanto esseri umani.  

Quelle due: il titolo italiano forse è più efficace dell’originale, The children’s hour, perchè in due parole soltanto già lascia trapelare un’accusa e quindi una storia. L’accusa è sempre insinuata, mai dichiarata. Se da una parte il film dipinge l’ipocrisia e la pochezza di una società garbatamente spietata, dall’altra ritrae con estrema delicatezza i sentimenti e il rapporto delle due insegnanti. Siamo partecipi del loro dramma, dei loro sentimenti, dei loro dubbi.

Il film è del 1961, il tema è l’omosessualità femminile. Il film è coraggioso e necessario, ancora oggi. Viene da piangere, sul finale, ma con la consapevolezza che se abbiamo sofferto assieme a Karen e Martha abbiamo fatto del bene a noi stessi.

Improvvisamente l’estate scorsa (Suddenly, last summer)

La luce, l’estate, il caldo, la spiaggia, e le piante che affollano la serra: tutto risulta soffocante. Il bianco della pellicola fa male agli occhi. Questo film fa male.

Sebastian è morto in circostanze poco chiare, in estate, durante le vacanze in Spagna con la cugina Catherine (Elizabeth Taylor). Con questi presupposti ci si potrebbe aspettare un’opera alla Hitchcok, ma l’atmosfera è diversa, fin da subito. Chi era davvero Sebastian, quell’uomo di cui non riusciamo mai a vedere il volto ma che proviamo a conoscere attraverso il racconto tormentato di Catherine? Sebastian è la vittima del proprio destino: è la sua morte che all’inizio ci fa star male. A poco a poco però scopriamo che Sebastian è stato anche carnefice: sopraggiunge allora quel disagio nel non sentirci più del tutto schierati dalla sua parte. Ambiguo, manipolatore incapace di amare altri che non sè stesso perché oppresso da un legame soffocante con la madre, Mrs. Venable (Katharine Hepburn). Sebastian è vittima, carnefice e di nuovo vittima nel momento in cui lo scopriamo oggetto delle attenzioni morbose della madre. Ma Sebastian, morendo, ha creato un’altra vittima: la cugina Catherine, la cui unica colpa è stata assecondarlo sempre, essere presente nel tragico momento finale e aver visto il suo lato oscuro. Catherine è testimone di una verità che Mrs. Venable non vuole accettare, una verità che va cancellata dalla mente. Mrs. Venable fa leva sui disturbi emotivi di Catherine sostenendo che la ragazza, ricoverata in una sorta di manicomio femminile, debba essere sottoposta a un intervento di lobotomia. L’ombra della possibilità che il trattamento venga effettuato è ancora più scura dell’ombra della morte che aleggia su tutta la storia. In un film in cui il bianco è accecante, le ombre sono nerissime.

Katharine Hepburn e Elizabeth Taylor sono opposti che competono e si misurano in un equilibrio sempre sul punto di infrangersi, interpretano due ruoli enormi, durissimi.

Ingannevole, affascinante, ipnotico bianco e nero. La visione di questi tre film ha una controindicazione: una volta visti è difficile dimenticarli, vanno ad annidarsi fra i ricordi oscuri e ogni tanto uno sguardo, un bisbiglio o una spiaggia ci sembreranno più drammatici che mai.

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