Visto da fuori mette soggezione: è enorme, isolato, abbandonato. L’aspetto ricorda quello dell’Ovelook Hotel e le storie che vengono in mente assomigliano agli episodi del podcast Lore (magari quello dal titolo “Se i muri potessero parlare” – è in inglese ma merita l’ascolto!).

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Certo, se davvero i muri potessero parlare racconterebbero migliaia di storie e ci porterebbero indietro di oltre cent’anni. Sicuramente se le pareti potessero farci ascoltare ciò che hanno assorbito sentiremmo voci, pianti e risate di bambini.

Sì, per un lungo periodo questo grande edificio ha accolto ragazzini con problemi respiratori che venivano qui a respirare l’aria buona e a trovare cure.

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Rimanevano qui, lontani da casa anche per mesi. La struttura era attrezzata per ospitare ben più di un centinaio di piccoli pazienti che nel frattempo stavano assieme, seguivano lezioni, studiavano e facevano i compiti, un po’ come a scuola e un po’ come nelle colonie estive.

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Li immagino seduti sui banchi, poi tutti riuniti assieme nella sala grande per le attività di gruppo. Qualcuno restava affacciato alla finestra a pensare a mamma e papà con tanta nostalgia e poi via, in fila per due, si andava a messa.

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A fine giornata ci si lavava rabbrividendo prima di rifugiarsi sotto le coperte, volgendo un ultimo sguardo alle cose personali, le più preziose, custodite da un piccolo comodino di metallo verniciato d’azzurro.

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Ho scoperto, con enorme sorpresa, che anche mio zio è stato qui a lungo quando era piccolo, tanto tempo fa, negli anni ’50. Le automobili erano ancora un lusso e per mia nonna, sua madre, era un’impresa andare a fargli visita, se andava bene, una volta al mese . Treno, corriera e poi un tizio con l’auto traghettava tre o quattro di quei  genitori spaesati fin lassù dai loro bambini. Caramelle, carezze e lacrime. Chissà chi è l’ultimo ragazzino ad essersi lasciato alle spalle questo posto, prima che chiudesse i battenti per trovare un definitivo silenzio. Magari qui, dopotutto, sono nate amicizie e belle storie.

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