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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Villa Arzilla

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Avete presente Flora e Cissie? Sicuramente no. Erano due anziane signore protagoniste di una sitcom britannica che trasmettevano nei primi anni ’90, su qualche tv locale. Mingherlina e delicata una, robusta e impetuosa l’altra: le loro avventure si svolgevano in una casa di riposo, fra the e pasticcini, pettegolezzi, piccole cattiverie e tante risate. A volte mi tornano in mente così per caso. Qualche tempo fa, invece, ho ripensato a loro visitando una villa abbandonata.
Era una delle prime giornate di sole dell’anno, dopo aver fatto una bella passeggiata in mezzo al verde raggiungiamo l’edificio: bello, imponente, ma con più di qualche acciacco.

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Non appena girato l’angolo, ci accoglie un soffio: c’è un grosso biacco, lungo, nero e sollevato da terra per parecchi centimetri come a voler far credere di essere chissà che serpente. Stava prendendo il sole e noi l’abbiamo disturbato. Infastidito e risentito ha lasciato perdere le proteste e s’è infilato in una spaccatura.
Noi, invece, varcata la soglia della villa, ci siamo meravigliati della bellezza degli stucchi alle pareti. Ma, chissà perché, ancora prima di vedere il piano superiore e capire che questo posto doveva essere stato anche una sorta di ospizio, mi sono tornate in mente Flora e Cissie. Le ho viste lì sedute, a chiacchierare.

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Salendo le scale si trovano stanzette arredate con letti d’ospedale, ciascuno affiancato dal proprio mobiletto. Ci sono sempre gli stucchi che decorano le pareti, ma ci sono anche tanti, tanti fiori di plastica, ogni mazzo in un vaso, ogni vaso vicino a un letto vuoto. Qui dentro la bellezza e il kitsch vanno a braccetto creando un contrasto strano e forse buffo.

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Cosa si ottiene sommando stucchi antichi e fiori di plastica? Carta da parati come quella che c’era nella casa di riposo di Flora e Cissie. E poi, ipotizzando che in questo posto ci vivessero persone anziane, l’associazione mentale (nella mia mente) è naturale.

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Continuando a salire le scale, i letti e i fiori di plastica spariscono. Resta solo la grande bellezza di quella che un tempo fu una nobile dimora.

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Nonostante tutto però, uscendo da questo luogo a sua volta anziano e morente, resta appiccicata la colorata, polverosa spavalderia di tutti quei fiori che di appassire proprio non ne vogliono sapere.

Le ricerche sulla storia di questa villa e sul suo utilizzo non hanno ancora dato frutti.
Villa Arzilla è un bel nome inventato, preso a prestito da un’altra sitcom, questa volta italiana, che guarda caso parlava sempre di vecchietti ospitati in una villa.

Ci sono altre meravigliose stanze: ecco l’ALBUM COMPLETO

 

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Alice, Nellino e la loro casa

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L’hanno chiamata “Casa delle Favole”, “Casa di Hansel e Gretel” o “Casa di Adamo ed Eva”. Spersa nella campagna, è una casetta azzurra dalla quale spuntano piccole creature buffe e sorridenti che danzano, cantano, chiacchierano e si fanno dispetti. Sono statuine di ogni foggia e colore. Sono tante. A qualcuna manca un pezzo, altre hanno perso la testa ma continuano a sorridere.

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Varcata la soglia, ci si lascia alle spalle questo piccolo popolo per incontrare altri personaggi, coloratissimi e variegati, dipinti su ogni angolo di muro, su ogni centimetro quadrato.

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Ci si chiede chi mai potesse abitare in un posto così, così pazzesco. Si fa vagare lo sguardo fra vecchi vestiti buttati a terra, libri ammuffiti, un paio di stufe a legna. Nonostante l’abbandono  viene da pensare che qui non ci siano mai state troppe comodità, neanche quando oltre alle statue e ai disegni ci abitavano persone in carne e ossa.

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Ma chi erano gli abitanti artisti che hanno creato questo guscio modellandolo a immagine della loro visione del mondo? Le poche tracce sono un nome apposto come firma su molte delle opere dipinte: “Alice Nelly”. Chiedendo, cercando, confrontando le proprie informazioni con quelle raccolte da altri che sono passati di qui, tutti vittime dello stesso fascino, si viene a sapere che in questa casa ci vivevano fratello e sorella: Nellino e Alice Nelly. Altro fatto ritenuto abbastanza certo è che facessero a meno di elettricità e acqua corrente. Una visita al cimitero del paese svela che Alice è venuta a mancare nel 2007, ma non ci sono notizie sul destino del fratello. Da questi brandelli di verità sono sbocciate ipotesi fantasiose sulle vicende e la vita dei due fratelli, storie che hanno rivestito di leggenda Alice e Nellino donando loro l’immortalità  che meritano coloro che lasciano i propri sogni in prestito.

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Doveva fare freddo lì d’inverno, ci si sorprende ogni tanto a pensare.  E poi ci si immagina come fosse la vita di tutti i giorni. È una casa che torna in mente, anche quando si sta facendo altro. Anche quando distrattamente si sfoglia un libro di storia locale e ci si imbatte in una foto in bianco e nero. Ci sono un uomo e una donna, non più giovani. E ci sono loro, le statuine, proprio loro. Ecco allora che Alice e Nellino hanno un volto e un sorriso. Ora è possibile immaginarli nella loro casa, lei a dipingere sui muri, lui a modellare statuette. Sulle pagine del libro leggiamo la loro storia.

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Si erano trasferiti in questa casa nel lontano ’46, con la madre. Il padre era morto folgorato mentre lavorava su una linea elettrica dell’alta tensione: di qui il rifiuto della madre di dotare la casa di impianto elettrico, un rifiuto che i suoi figli fecero proprio. Il racconto riportato nel libro offre parecchi altri aneddoti che aiutano a capire quanto i due fossero anticonformisti e, a loro modo, felici. Nellino venerava la sorella al punto da non chiamarla per nome, per lui era Divina e con questo appellativo si rivolgeva a lei. Entrambi avevano adorato la madre e Nellino, alla sua morte, realizzò una serie di sculture di angeli e santi che pose nei pressi della tomba. Le sue creazioni, però, creavano un ingombro notevole, tanto che il Comune dovette predisporne lo sgombero. La figura della madre deve essere stata una presenza forte, imprescindibile, aveva questo folle desiderio che i suoi figli si sposassero fra loro… e quel suo desiderio possiamo dire che loro lo abbiano esaudito.

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Alice e Nellino erano entrambi insegnanti. Vivevano dei prodotti dell’orto e avevano polli e galline. Ascoltavano le notizie dalla radio a batterie e per far luce di notte usavano lumini a petrolio. Alice cuciva i vestiti che indossavano e si racconta che lei avesse gusti molto raffinati e non rinunciasse al vezzo di usare scarpe col tacco. Nellino ha raggiunto l’amata sorella nel 2013, ora sono di nuovo insieme e lo saranno per l’eternità.

Alcune delle informazioni riportate in questo articolo e la foto di Alice e Nellino sono tratte dal libro “I Colli Euganei nella memoria – vecchie storie, antiche leggende, canzoni e tradizioni” di Danilo Montin, Proget Edizioni.

Altre foto di questa casa le trovate in QUESTO ALBUM e se volete visitarla mentre fuori nevica, ecco ALTRE FOTO

La casa strana

“Alla fine avevamo tirato sera senza combinare granché, ma la colpa era del caldo mica nostra. Uno pensa che lì all’ombra del monte sia un po’ più fresco, ma la calura si era appiccicata alle pareti della casa e sulle travi e addosso a me e a Mario. Si è potuto respirare solo quando il sole ha cominciato ad andare giù.

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Ci siamo bevuti un paio di birre e più passava il tempo più si stava bene seduti a fare quattro chiacchiere. Passava il tempo e si faceva buio e la birra scendeva e il sonno saliva così pesante da tenerci incollati lì. C’erano un divano e una branda e cos’altro dire? Ci siamo addormentati in quella strana casa che ormai facevi prima a buttarla giù e a costruirla nuova che a ristrutturarla.

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Ero sprofondato in  un sonno di quelli che ti fanno dimenticare chi sei e dove sei, di quelli che quando ti svegli non capisci più niente. Mi svegliai tossendo come se avessi il fuoco in gola e capivo solo che stavo morendo e che il fuoco c’era davvero. Non vedevo niente, mi bruciavano gli occhi e andavo a sbattere. Mario s’era alzato pure lui e tossiva. La porta era a un passo ma ci mettemmo una vita a trovarla fra tosse e bestemmie. Fuori corremmo e finimmo a terra, gli occhi bruciavano da matti ma riuscimmo a vedere il fuoco lassù, sulla torretta. Le fiamme facevano luce e rumore e caldo. Arrivò la gente urlando, arrivarono i pompieri e i carabinieri. Sembrava l’inferno, sarebbe stato l’inferno se il monte secco avesse preso fuoco. Il maresciallo ripeteva le stesse domande, ci credeva due sbandati. Le fiamme illuminavano i volti di tutti, sembravamo le anime dell’inferno. I pompieri ci misero quasi tre ore a spegnerle. Quando tutto finì, la casa strana era diventata ancora più strana: mezza bruciata, mezza in piedi, con quelle statuette in alto che sono rimaste a guardare lontano. Noi ce ne andammo. Ogni tanto mi capita di passare da quelle parti e di vederla in lontananza ma non riesco mai a osservarla troppo a lungo.” 

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Le cose sono andate più o meno così. La casa strana è un edificio degli inizi del novecento. Il proprietario si è trasferito altrove, ma per un po’ di anni qui ci sono vissute ben tre famiglie. Poi è venuto il tempo dell’abbandono. L’incendio è scoppiato una notte d’estate e si è mangiato le strutture in legno. Tutta la colpa sarebbe stata di un corto circuito della linea elettrica. La torretta che abbelliva la casa ha subito i danni maggiori, lo spavento più grande lo hanno avuto le due persone che dormivano al piano terra, la preoccupazione più  forte è stata quella degli abitanti della zona che temevano il propagarsi delle fiamme su tutta la collina. Ora tutto è finito, la vita va avanti, si guarda oltre così come ci insegnano le statuette che scrutano l’orizzonte dalle sommità delle mura sopravvissute.

Le altre foto le trovate in questo ALBUM

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La casetta degli sposi

Questa casetta un tempo è stata un nido d’amore: piccola, isolata, disposta su due piani. Deve essere stato bello viverci, i primi tempi, prima che il tempo corresse troppo avanti, troppo in fretta.

All’inizio ci viveva una coppia di sposi, erano felici.

Beh, forse non proprio loro, però ci piace immaginarli così perché questa casa è anche un po’ bizzarra, come quella del FILM da cui è tratto questo fotogramma. Perché bizzarra? Si entra dal piano terra, affacciandosi subito a quello che poteva essere un salottino. C’è ancora una di quelle poltrone grassocce, quelle in cui l’uomo di casa può sprofondare leggendo il giornale (sempre che riesca a ricordare dove ha lasciato gli occhiali).

Da qui si raggiunge una piccola cucina dove, nel frattempo, la moglie sta preparando un delizioso pranzetto.

Ma quante volte succede che, quando tutto è pronto in tavola, manchi un coltello o una forchetta? Forse uno spiritello dispettoso ha nascosto le posate, ma di certo ce ne sono un sacco nella sala da pranzo, quella bella dove si ricevono gli ospiti.

Questa sala è bella… in modo strano. Guardate che colori! Le pareti di un verdemare molto intenso, i mobili di legno scuro dagli interni porpora e poi ancora il termosifone dipinto di rosso come pure gli infissi. Per sentirsi in un film di Tim Burton basta stare qui dentro, magari al centro della stanza e fare una piroetta. Forse potrebbe anche arrivare uno spiritello.

Gli sposini nel frattempo osservano tutto. Loro sono qui presenti, in ogni angolo. Vicino a una vecchia tovaglia c’è anche il “barometro matrimoniale” per lanciarsi messaggi, per non arrabbiarsi e perdonarsi sempre.

Altra bizzarria di questa casa è che la camera da letto è al piano superiore e per raggiungerla bisogna uscire e fare le scale esterne. Scopriamo che la nostra coppia di sposi, oltre che innamorata, era molto devota.

Quando è arrivato un pargoletto, marito e moglie hanno ragionato e discusso: questa casa è piccola e scomoda, non ci si può stare più! Così, alla fine, hanno deciso di cercarne un’altra e andare via. Però hanno dimenticato qualcosa, lì nella scatola, sopra l’armadio, ben piegato: il vestito da sposa.

O forse è stato uno spiritello dispettoso a nasconderlo, perché voleva tenerlo per sè?

Adesso qui ci viene lui solo, di notte, a giocare.

Quello che possiamo dire noi è che questa casetta è parecchio malconcia: a occhio e croce sarà abbandonata da almento vent’anni. A giudicare da certe crepe sulle mura, forse il motivo dell’abbandono potrebbe essere legato a cedimenti strutturali, ma queste sono tutte ipotesi. Non siamo riusciti a sapere nulla di quella coppia di sposi che un tempo è vissuta qui. Auguriamo loro di essere sempre felici e che ogni giorno sia bello come quello del loro matrimonio.

Le altre foto di questa casetta le trovate QUI.

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

La villa contadina

“Noi siamo fittavoli, lavoriamo il terreno tutto intorno, lavoriamo tanto e parliamo poco. La casa? è abbandonata al suo destino, ma un tempo c’eravamo noi. Qui ci vivevamo, sì, pagavamo l’affitto e per noi era casa nostra. Ci stavamo in quattro fratelli con le nostre famiglie, eravamo in 23, abitavamo anche una casettina là fuori che sembra poco più di una baracca.

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Noi questa casa la volevamo comprare, ma i signori dicevano che non si può. Ha un grande valore affettivo, dicevano, è un caro ricordo materno, dicevano, è impossibile separarsene. Così noi ci siamo rimasti fino agli anni ’90, poi a malincuore abbiamo fatto fagotto e ci siamo trasferiti poco più in là. La terra continuiamo a lavorarla come un tempo.

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Lì dentro sono rimasti i nostri ricordi, assieme a un po’ di cianfrusaglie, alle credenze con ancora la bottiglia di vermouth e quella di crema marsala che ci facevamo il vov con le uova e tutto il guscio per tirarci su.

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Che se la tengano quel po’ di roba che abbiamo lasciato, così come hanno voluto tenersi tutto quanto solo per lasciarlo andare in malora. Ora la casa è passata in eredità alle figlie dei vecchi proprietari, sono quattro sorelle e si sa come vanno queste cose: non ci si mette mai d’accordo, le decisioni vengono rimandate, il tempo passa e i muri crollano. Non potevano vendercela per via del valore affettivo, avevano detto, ma a vederla com’è ridotta adesso non dovevano tenerci poi molto.

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Noi invece ci stiamo male anche solo a guardarla, per questo non la guardiamo nemmeno più, teniamo lo sguardo basso sulla terra che veniamo a lavorare e sugli attrezzi e sul volante del trattore.” 

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Ci ha salutati, è saltato sul trattore e ha continuato a fare quello che ha sempre fatto, lavorare. Non abbiamo saputo molto altro su questo posto. Non si sa bene a quale epoca possa risalire, forse la villa è successiva al 1600. C’è una targhetta annerita sulla facciata con qualcosa inciso: qualcuno, ci è stato detto, era passato a fotografarla per cercare di ricavarne informazioni, con quali risultati non si sa. Guardiamo il trattore allontanarsi e ci chiediamo chi mai avesse insonorizzato una stanza intera con le confezioni delle uova per farci una sala prove o una mini discoteca, queste però sono altre storie. Ma a proposito di uova con tutto il loro guscio, vi lasciamo una ricetta per fare il vov…se avete il coraggio provate! Nel frattempo ci sono altre foto su QUESTO ALBUM.

Ecco la ricetta per il LIQUORE VOV ALL’UOVO CON GUSCIO (presa dal blog giallozafferano)

Ingredienti:

  • 6 uova (di campagna o biologiche)
  • 6 limoni grandi
  • 4/5 cucchiai di zucchero
  • 500 gr di marsala secco

Preparazione:

Spremere i limoni e mettere il succo in un contenitore di vetro a chiusura ermetica . Lavare accuratamente le uova e porle nel succo di limone senza muoverle per 4 giorni. Trascorso il tempo indicato, aiutandovi con due cucchiai girare le uova e lasciarle per altri 4 giorni stando attenti a non romperle . Passati i 4 giorni rompete le uova lasciando il guscio, eliminando solo la pellicina bianca, delle uova nel succo di limone e frullare il tutto molto finemente. Aggiungere lo zucchero e il marsala e filtrare in un colino a maglie non fitte e imbottigliare. Conservare in frigorifero.

 

 

 

Solo gli dei

Sono rimasti solo loro. Guardavano tutti senza essere guardati mai. C’era la musica, c’erano i baccanti, c’erano gli eccessi, le passioni consumate in fretta e poi l’ebrezza e la sfrenatezza.
Noi ci siamo andati di giorno, in un caldissimo pomeriggio d’estate. Ci siamo intrufolati lì dentro assieme a luce e calore. Ma questo luogo era proprietà del popolo della notte che ora è scappato via, altrove.
Noi li abbiamo ammirati, finalmente, gli dei.

Visita l’intero ALBUM

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Un brevissimo racconto horror

Ci vediamo a casa
di Elena Lazzaretto

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Ho fatto i gradini a due a due. Ho in mano la chiave, quella più lunga, quella che puoi conficcare nel volto di una persona. È impiastricciata di sangue scuro e c’è anche un pezzetto di carne o pelle, non lo so. La caccio dentro alla serratura e apro. Sul tavolo c’è un biglietto: ‘ Sono dalla zia, Giacomo non sta bene. Torno presto e mi racconti tutto. Un bacio, mamma.’
Mamma. Il cellulare squillava a vuoto.
Telefono a tutti. Niente. Nessuno.  L’ultimo messaggio è di due giorni fa, mio fratello. Ci vediamo a casa. Nicola,  ti aspetto.
Un rumore alla porta. Corro allo spioncino. Respiro forte, incollata lì. Una sagoma scura, un uomo fermo in piedi. Non so chi è, se lo conosco oppure no. Come la signora Luisa, quando mi è venuta incontro in cortile, appena riconoscibile. Lei di sicuro non aveva riconosciuto me altrimenti non… Era come impazzita, rantolava e puzzava, Dio come puzzava.
“Chi sei?” grido al tizio.
Si scaraventa contro la porta. Pazzo, pure lui. Caccio un urlo e indietreggio, inciampo e cado. D’istinto piazzo le mani a terra. La carne dell’avambraccio sembra lacerarsi, brucia. Urlo ancora. E maledico Luisa che in cortile mi era venuta incontro e non si era  fermata e io avevo fatto per respingerla e lei aveva preso a mordermi  come un cane rabbioso. Afferrata la chiave in tasca, gliel’avevo piantata nella guancia e nell’occhio, una, due, cinque volte. Mi aveva mollato, alla fine.
Ora non ho il coraggio di sollevare la manica. Mi stendo sul pavimento e chiudo gli occhi. Mi sveglia uno sparo. Lenta vado allo spioncino. Ho fame. Non muovo la lingua, tanto è gonfia. L’uomo di prima è a terra, ma ce n’è un altro in piedi. Nicola. Apro e vorrei abbracciarlo. Tendo le braccia. Ho fame. Lui piange e tende una pistola. Una pistola? Apro la bocca, ma esce un rantolo orribile. Capisco. Nicola piange. E spara.

Il grande sanatorio

Visto da fuori mette soggezione: è enorme, isolato, abbandonato. L’aspetto ricorda quello dell’Ovelook Hotel e le storie che vengono in mente assomigliano agli episodi del podcast Lore (magari quello dal titolo “Se i muri potessero parlare” – è in inglese ma merita l’ascolto!).

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Certo, se davvero i muri potessero parlare racconterebbero migliaia di storie e ci porterebbero indietro di oltre cent’anni. Sicuramente se le pareti potessero farci ascoltare ciò che hanno assorbito sentiremmo voci, pianti e risate di bambini.

Sì, per un lungo periodo questo grande edificio ha accolto ragazzini con problemi respiratori che venivano qui a respirare l’aria buona e a trovare cure.

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Rimanevano qui, lontani da casa anche per mesi. La struttura era attrezzata per ospitare ben più di un centinaio di piccoli pazienti che nel frattempo stavano assieme, seguivano lezioni, studiavano e facevano i compiti, un po’ come a scuola e un po’ come nelle colonie estive.

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Li immagino seduti sui banchi, poi tutti riuniti assieme nella sala grande per le attività di gruppo. Qualcuno restava affacciato alla finestra a pensare a mamma e papà con tanta nostalgia e poi via, in fila per due, si andava a messa.

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A fine giornata ci si lavava rabbrividendo prima di rifugiarsi sotto le coperte, volgendo un ultimo sguardo alle cose personali, le più preziose, custodite da un piccolo comodino di metallo verniciato d’azzurro.

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Ho scoperto, con enorme sorpresa, che anche mio zio è stato qui a lungo quando era piccolo, tanto tempo fa, negli anni ’50. Le automobili erano ancora un lusso e per mia nonna, sua madre, era un’impresa andare a fargli visita, se andava bene, una volta al mese . Treno, corriera e poi un tizio con l’auto traghettava tre o quattro di quei  genitori spaesati fin lassù dai loro bambini. Caramelle, carezze e lacrime. Chissà chi è l’ultimo ragazzino ad essersi lasciato alle spalle questo posto, prima che chiudesse i battenti per trovare un definitivo silenzio. Magari qui, dopotutto, sono nate amicizie e belle storie.

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