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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

La casa strana

“Alla fine avevamo tirato sera senza combinare granché, ma la colpa era del caldo mica nostra. Uno pensa che lì all’ombra del monte sia un po’ più fresco, ma la calura si era appiccicata alle pareti della casa e sulle travi e addosso a me e a Mario. Si è potuto respirare solo quando il sole ha cominciato ad andare giù.

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Ci siamo bevuti un paio di birre e più passava il tempo più si stava bene seduti a fare quattro chiacchiere. Passava il tempo e si faceva buio e la birra scendeva e il sonno saliva così pesante da tenerci incollati lì. C’erano un divano e una branda e cos’altro dire? Ci siamo addormentati in quella strana casa che ormai facevi prima a buttarla giù e a costruirla nuova che a ristrutturarla.

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Ero sprofondato in  un sonno di quelli che ti fanno dimenticare chi sei e dove sei, di quelli che quando ti svegli non capisci più niente. Mi svegliai tossendo come se avessi il fuoco in gola e capivo solo che stavo morendo e che il fuoco c’era davvero. Non vedevo niente, mi bruciavano gli occhi e andavo a sbattere. Mario s’era alzato pure lui e tossiva. La porta era a un passo ma ci mettemmo una vita a trovarla fra tosse e bestemmie. Fuori corremmo e finimmo a terra, gli occhi bruciavano da matti ma riuscimmo a vedere il fuoco lassù, sulla torretta. Le fiamme facevano luce e rumore e caldo. Arrivò la gente urlando, arrivarono i pompieri e i carabinieri. Sembrava l’inferno, sarebbe stato l’inferno se il monte secco avesse preso fuoco. Il maresciallo ripeteva le stesse domande, ci credeva due sbandati. Le fiamme illuminavano i volti di tutti, sembravamo le anime dell’inferno. I pompieri ci misero quasi tre ore a spegnerle. Quando tutto finì, la casa strana era diventata ancora più strana: mezza bruciata, mezza in piedi, con quelle statuette in alto che sono rimaste a guardare lontano. Noi ce ne andammo. Ogni tanto mi capita di passare da quelle parti e di vederla in lontananza ma non riesco mai a osservarla troppo a lungo.” 

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Le cose sono andate più o meno così. La casa strana è un edificio degli inizi del novecento. Il proprietario si è trasferito altrove, ma per un po’ di anni qui ci sono vissute ben tre famiglie. Poi è venuto il tempo dell’abbandono. L’incendio è scoppiato una notte d’estate e si è mangiato le strutture in legno. Tutta la colpa sarebbe stata di un corto circuito della linea elettrica. La torretta che abbelliva la casa ha subito i danni maggiori, lo spavento più grande lo hanno avuto le due persone che dormivano al piano terra, la preoccupazione più  forte è stata quella degli abitanti della zona che temevano il propagarsi delle fiamme su tutta la collina. Ora tutto è finito, la vita va avanti, si guarda oltre così come ci insegnano le statuette che scrutano l’orizzonte dalle sommità delle mura sopravvissute.

Le altre foto le trovate in questo ALBUM

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La casetta degli sposi

Questa casetta un tempo è stata un nido d’amore: piccola, isolata, disposta su due piani. Deve essere stato bello viverci, i primi tempi, prima che il tempo corresse troppo avanti, troppo in fretta.

All’inizio ci viveva una coppia di sposi, erano felici.

Beh, forse non proprio loro, però ci piace immaginarli così perché questa casa è anche un po’ bizzarra, come quella del FILM da cui è tratto questo fotogramma. Perché bizzarra? Si entra dal piano terra, affacciandosi subito a quello che poteva essere un salottino. C’è ancora una di quelle poltrone grassocce, quelle in cui l’uomo di casa può sprofondare leggendo il giornale (sempre che riesca a ricordare dove ha lasciato gli occhiali).

Da qui si raggiunge una piccola cucina dove, nel frattempo, la moglie sta preparando un delizioso pranzetto.

Ma quante volte succede che, quando tutto è pronto in tavola, manchi un coltello o una forchetta? Forse uno spiritello dispettoso ha nascosto le posate, ma di certo ce ne sono un sacco nella sala da pranzo, quella bella dove si ricevono gli ospiti.

Questa sala è bella… in modo strano. Guardate che colori! Le pareti di un verdemare molto intenso, i mobili di legno scuro dagli interni porpora e poi ancora il termosifone dipinto di rosso come pure gli infissi. Per sentirsi in un film di Tim Burton basta stare qui dentro, magari al centro della stanza e fare una piroetta. Forse potrebbe anche arrivare uno spiritello.

Gli sposini nel frattempo osservano tutto. Loro sono qui presenti, in ogni angolo. Vicino a una vecchia tovaglia c’è anche il “barometro matrimoniale” per lanciarsi messaggi, per non arrabbiarsi e perdonarsi sempre.

Altra bizzarria di questa casa è che la camera da letto è al piano superiore e per raggiungerla bisogna uscire e fare le scale esterne. Scopriamo che la nostra coppia di sposi, oltre che innamorata, era molto devota.

Quando è arrivato un pargoletto, marito e moglie hanno ragionato e discusso: questa casa è piccola e scomoda, non ci si può stare più! Così, alla fine, hanno deciso di cercarne un’altra e andare via. Però hanno dimenticato qualcosa, lì nella scatola, sopra l’armadio, ben piegato: il vestito da sposa.

O forse è stato uno spiritello dispettoso a nasconderlo, perché voleva tenerlo per sè?

Adesso qui ci viene lui solo, di notte, a giocare.

Quello che possiamo dire noi è che questa casetta è parecchio malconcia: a occhio e croce sarà abbandonata da almento vent’anni. A giudicare da certe crepe sulle mura, forse il motivo dell’abbandono potrebbe essere legato a cedimenti strutturali, ma queste sono tutte ipotesi. Non siamo riusciti a sapere nulla di quella coppia di sposi che un tempo è vissuta qui. Auguriamo loro di essere sempre felici e che ogni giorno sia bello come quello del loro matrimonio.

Le altre foto di questa casetta le trovate QUI.

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

La villa contadina

“Noi siamo fittavoli, lavoriamo il terreno tutto intorno, lavoriamo tanto e parliamo poco. La casa? è abbandonata al suo destino, ma un tempo c’eravamo noi. Qui ci vivevamo, sì, pagavamo l’affitto e per noi era casa nostra. Ci stavamo in quattro fratelli con le nostre famiglie, eravamo in 23, abitavamo anche una casettina là fuori che sembra poco più di una baracca.

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Noi questa casa la volevamo comprare, ma i signori dicevano che non si può. Ha un grande valore affettivo, dicevano, è un caro ricordo materno, dicevano, è impossibile separarsene. Così noi ci siamo rimasti fino agli anni ’90, poi a malincuore abbiamo fatto fagotto e ci siamo trasferiti poco più in là. La terra continuiamo a lavorarla come un tempo.

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Lì dentro sono rimasti i nostri ricordi, assieme a un po’ di cianfrusaglie, alle credenze con ancora la bottiglia di vermouth e quella di crema marsala che ci facevamo il vov con le uova e tutto il guscio per tirarci su.

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Che se la tengano quel po’ di roba che abbiamo lasciato, così come hanno voluto tenersi tutto quanto solo per lasciarlo andare in malora. Ora la casa è passata in eredità alle figlie dei vecchi proprietari, sono quattro sorelle e si sa come vanno queste cose: non ci si mette mai d’accordo, le decisioni vengono rimandate, il tempo passa e i muri crollano. Non potevano vendercela per via del valore affettivo, avevano detto, ma a vederla com’è ridotta adesso non dovevano tenerci poi molto.

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Noi invece ci stiamo male anche solo a guardarla, per questo non la guardiamo nemmeno più, teniamo lo sguardo basso sulla terra che veniamo a lavorare e sugli attrezzi e sul volante del trattore.” 

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Ci ha salutati, è saltato sul trattore e ha continuato a fare quello che ha sempre fatto, lavorare. Non abbiamo saputo molto altro su questo posto. Non si sa bene a quale epoca possa risalire, forse la villa è successiva al 1600. C’è una targhetta annerita sulla facciata con qualcosa inciso: qualcuno, ci è stato detto, era passato a fotografarla per cercare di ricavarne informazioni, con quali risultati non si sa. Guardiamo il trattore allontanarsi e ci chiediamo chi mai avesse insonorizzato una stanza intera con le confezioni delle uova per farci una sala prove o una mini discoteca, queste però sono altre storie. Ma a proposito di uova con tutto il loro guscio, vi lasciamo una ricetta per fare il vov…se avete il coraggio provate! Nel frattempo ci sono altre foto su QUESTO ALBUM.

Ecco la ricetta per il LIQUORE VOV ALL’UOVO CON GUSCIO (presa dal blog giallozafferano)

Ingredienti:

  • 6 uova (di campagna o biologiche)
  • 6 limoni grandi
  • 4/5 cucchiai di zucchero
  • 500 gr di marsala secco

Preparazione:

Spremere i limoni e mettere il succo in un contenitore di vetro a chiusura ermetica . Lavare accuratamente le uova e porle nel succo di limone senza muoverle per 4 giorni. Trascorso il tempo indicato, aiutandovi con due cucchiai girare le uova e lasciarle per altri 4 giorni stando attenti a non romperle . Passati i 4 giorni rompete le uova lasciando il guscio, eliminando solo la pellicina bianca, delle uova nel succo di limone e frullare il tutto molto finemente. Aggiungere lo zucchero e il marsala e filtrare in un colino a maglie non fitte e imbottigliare. Conservare in frigorifero.

 

 

 

Solo gli dei

Sono rimasti solo loro. Guardavano tutti senza essere guardati mai. C’era la musica, c’erano i baccanti, c’erano gli eccessi, le passioni consumate in fretta e poi l’ebrezza e la sfrenatezza.
Noi ci siamo andati di giorno, in un caldissimo pomeriggio d’estate. Ci siamo intrufolati lì dentro assieme a luce e calore. Ma questo luogo era proprietà del popolo della notte che ora è scappato via, altrove.
Noi li abbiamo ammirati, finalmente, gli dei.

Visita l’intero ALBUM

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Un brevissimo racconto horror

Ci vediamo a casa
di Elena Lazzaretto

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Ho fatto i gradini a due a due. Ho in mano la chiave, quella più lunga, quella che puoi conficcare nel volto di una persona. È impiastricciata di sangue scuro e c’è anche un pezzetto di carne o pelle, non lo so. La caccio dentro alla serratura e apro. Sul tavolo c’è un biglietto: ‘ Sono dalla zia, Giacomo non sta bene. Torno presto e mi racconti tutto. Un bacio, mamma.’
Mamma. Il cellulare squillava a vuoto.
Telefono a tutti. Niente. Nessuno.  L’ultimo messaggio è di due giorni fa, mio fratello. Ci vediamo a casa. Nicola,  ti aspetto.
Un rumore alla porta. Corro allo spioncino. Respiro forte, incollata lì. Una sagoma scura, un uomo fermo in piedi. Non so chi è, se lo conosco oppure no. Come la signora Luisa, quando mi è venuta incontro in cortile, appena riconoscibile. Lei di sicuro non aveva riconosciuto me altrimenti non… Era come impazzita, rantolava e puzzava, Dio come puzzava.
“Chi sei?” grido al tizio.
Si scaraventa contro la porta. Pazzo, pure lui. Caccio un urlo e indietreggio, inciampo e cado. D’istinto piazzo le mani a terra. La carne dell’avambraccio sembra lacerarsi, brucia. Urlo ancora. E maledico Luisa che in cortile mi era venuta incontro e non si era  fermata e io avevo fatto per respingerla e lei aveva preso a mordermi  come un cane rabbioso. Afferrata la chiave in tasca, gliel’avevo piantata nella guancia e nell’occhio, una, due, cinque volte. Mi aveva mollato, alla fine.
Ora non ho il coraggio di sollevare la manica. Mi stendo sul pavimento e chiudo gli occhi. Mi sveglia uno sparo. Lenta vado allo spioncino. Ho fame. Non muovo la lingua, tanto è gonfia. L’uomo di prima è a terra, ma ce n’è un altro in piedi. Nicola. Apro e vorrei abbracciarlo. Tendo le braccia. Ho fame. Lui piange e tende una pistola. Una pistola? Apro la bocca, ma esce un rantolo orribile. Capisco. Nicola piange. E spara.

Il grande sanatorio

Visto da fuori mette soggezione: è enorme, isolato, abbandonato. L’aspetto ricorda quello dell’Ovelook Hotel e le storie che vengono in mente assomigliano agli episodi del podcast Lore (magari quello dal titolo “Se i muri potessero parlare” – è in inglese ma merita l’ascolto!).

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Certo, se davvero i muri potessero parlare racconterebbero migliaia di storie e ci porterebbero indietro di oltre cent’anni. Sicuramente se le pareti potessero farci ascoltare ciò che hanno assorbito sentiremmo voci, pianti e risate di bambini.

Sì, per un lungo periodo questo grande edificio ha accolto ragazzini con problemi respiratori che venivano qui a respirare l’aria buona e a trovare cure.

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Rimanevano qui, lontani da casa anche per mesi. La struttura era attrezzata per ospitare ben più di un centinaio di piccoli pazienti che nel frattempo stavano assieme, seguivano lezioni, studiavano e facevano i compiti, un po’ come a scuola e un po’ come nelle colonie estive.

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Li immagino seduti sui banchi, poi tutti riuniti assieme nella sala grande per le attività di gruppo. Qualcuno restava affacciato alla finestra a pensare a mamma e papà con tanta nostalgia e poi via, in fila per due, si andava a messa.

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A fine giornata ci si lavava rabbrividendo prima di rifugiarsi sotto le coperte, volgendo un ultimo sguardo alle cose personali, le più preziose, custodite da un piccolo comodino di metallo verniciato d’azzurro.

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Ho scoperto, con enorme sorpresa, che anche mio zio è stato qui a lungo quando era piccolo, tanto tempo fa, negli anni ’50. Le automobili erano ancora un lusso e per mia nonna, sua madre, era un’impresa andare a fargli visita, se andava bene, una volta al mese . Treno, corriera e poi un tizio con l’auto traghettava tre o quattro di quei  genitori spaesati fin lassù dai loro bambini. Caramelle, carezze e lacrime. Chissà chi è l’ultimo ragazzino ad essersi lasciato alle spalle questo posto, prima che chiudesse i battenti per trovare un definitivo silenzio. Magari qui, dopotutto, sono nate amicizie e belle storie.

Guarda l’ALBUM COMPLETO.

C’era una volta la fabbrica della carta

C’era una volta un monastero che poi divenne casa colonica che poi divenne cartiera. Si produceva carta paglia e carta da imballaggio, ma ci piace pensare che nascessero qui anche i fogli che poi diventavano pagine di libri illustrati.

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Dicono che qui ci siano i fantasmi, ma forse sono le ombre colorate di personaggi fiabeschi a scivolare da una stanza all’altra, attraverso le pareti.

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Potremmo immaginare che Cappuccetto Rosso sia uscito con un balzello dal libro che ci aspettava appoggiato ad una colonnina: chissà se lì dentro c’è la sua storia, chissà quale delle tante sue versioni (sapete che “Le Storie della mala notte” adorano le fiabe e le loro aggrovigliatissime radici? Se volete saperne di più sulle tante, sorprendenti, varianti della vicenda di Cappuccetto Rosso, ecco qui una bella puntata di Wikiradio tutta da ascoltare).

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La bambina vestita di rosso la vediamo con l’immaginazione, ma inseguendola ci imbattiamo in un lupo che c’è davvero, poi in un uomo cattivo e poi in creature malefiche e ghignanti che ci sorprendono da dietro le colonne.

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Per fortuna ci sono anche supereroi e cavalieri. C’è perfino traccia di quel ragazzino tutto giallo che ha dimenticato qui il suo skateboard.

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A un certo punto, però, il mondo delle fiabe diventa reale. Dapprima è una sensazione, poi un suono dolce e gentile che si moltiplica per 10, 100…è un tranquillo belare di pecore. Ci affacciamo al terrazzino e loro sono lì, bianche e morbide che circondano la struttura abbandonata. Siamo circondati da un gregge intero, un pacifico assedio bianco. Cosa c’è di più inaspettato e anacronistico di un gregge di pecore? Quale incontro potrebbe essere più in tema di questo, mentre si esplora una fabbrica abbandonata con il cielo che si fa scuro? La magia delle fiabe esiste davvero.

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La nostra Cappuccetto Rosso ci accompagna per altre mille stanze senza sollevare le montagne di fogli che ricoprono i pavimenti. A un certo punto salta a piè pari dentro un cerchio giallo disegnato per terra e sparisce. Il tour è finito. Dicono che mesi dopo la cartiera abbia preso fuoco: chissà che aspetto avrà adesso. Sarà un po’ meno colorata, forse. E i personaggi fiabeschi che ci abitavano? Sono sopravvissuti, loro sopravvivono sempre.   (Clicca QUI per vedere l’album completo)

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La villa dell’affresco naif

Grande e appariscente questa villa cattura lo sguardo, ci si volta a guardarla mentre si è diretti altrove e poi, prima di lasciarsela alle spalle, ecco cambiati i programmi della giornata: ci si gira e ci si avvicina.

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L’apparenza, si sa, inganna: gli esterni conservano il loro splendore ma, varcata la soglia, sono l’abbandono e la desolazione a fare gli onori di casa. Gli interni sono una successione di ambienti vasti e vuoti. I soffitti sono la dimora dei piccioni e i pavimenti… beh, sono ricoperti da strati e strati di escrementi. I piccioni spiccano voli improvvisi e disordinati, sbattono ovunque in cerca di un’uscita, fanno quel rumore che accentua il silenzio.

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Resta qualche decorazione qua e là su pareti che, chissà, forse un tempo erano impreziosite da affreschi o arazzi, quadri e librerie traboccanti di volumi. Sì, perché fra i componenti della facoltosa famiglia vissuta qui, ci fu anche un personaggio eclettico che purtroppo, come spesso succede, non è ricordato quanto meriterebbe.

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La vita lo portò a vivere altrove e a intraprendere una brillante carriera politica, ma è stato emozionante varcare quella porta da cui dev’essere passato un sacco di volte, con il cappello in mano. Siamo fra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, momento storico turbolento in cui l’attivismo o la fede in certi ideali potevano portare a scomode conseguenze. Ma nonostante l’impegno politico e le vicende che lo hanno costretto anche a trasferirsi altrove, il nostro padrone di casa non ha mai perso l’entusiasmo, la curiosità per il mondo che lo circonda e la natura in particolare. Oltre che politico fu naturalista, si interessò di scavi per la ricerca di insediamenti preistorici e fu anche apprezzato divulgatore scientifico. Scrisse una grande quantità di libri: dalle novelle ai testi naturalistici, dalle dissertazioni politiche ai libri di astronomia (confesso che non ho potuto fare a meno di procuramene uno!). Chissà, magari trovava l’ispirazione restando seduto sotto il portico, lasciando vagare lo sguardo oltre le colonne.

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Lasciato il ricordo di questo aristocratico intellettuale a contemplare il mondo e suoi cambiamenti, ci si sorprende nel fare un altro incontro. Salendo le scale quasi non la si vede… bisogna alzare lo sguardo e lei è lì, su un ritaglio di soffitto con una schiera di angioletti che la circonda.

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Una madonnina che calpesta un serpente sorridendo. Il dipinto raffigura “L’immacolata concezione” una scena rappresentata più o meno allo stesso modo in una grande varietà di casi (di seguito alcuni esempi) anche se nel “nostro” caso sorgono delle domande.

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Chi ha realizzato questo affresco e perché? Si trova in un punto non proprio evidente e lo stile è insolito: a giudicarlo così (senza alcuna conoscenza approfondita della storia dell’arte) sembra quasi copiato, realizzato cercando di riproporre la composizione delle figure adottata in altre opere che ripropongono la stessa scena anche se la posa della Santa Vergine appare speculare rispetto a tutte le altre. Chissà, magari la madonnina che ci accoglie sopra le scale, quasi nascosta, è opera di qualche passato inquilino di questa villa con il vezzo della pittura? Oppure questo suo aspetto naif appartiene a uno stile preciso? Perché scegliere proprio l’Immacolata concezione? Forse c’era un particolare legame di devozione della famiglia o forse è la data dell’8 dicembre ad essere significativa per chi viveva qui? Queste domande restano sospese, come il tempo racchiuso qui e in tutti i luoghi abbandonati che tanto amiamo visitare.

Se volete aggirarvi ancora in questa villa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

 

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