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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

Attenzione! La versione digitale costa solo 1,49 euro su IBS!

 

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

L'arte delle gocce rosse
L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

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La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

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Un velenoso invito

Quello delle piante per me è un mondo sconosciuto, ma affascinante. Preferisco così, non saperne troppo, perché in questo modo mi tengo il diritto di fantasticare: questa bacca sarà velenosa? quell’erbetta primaverile sarà commestibile? perché i rovi crescono sempre intorno agli edifici abbandonati che vorrei esplorare? e quelle palline che si attaccano ai vestiti:

quante di loro si trasformeranno in nuove piantine?

Poi ci sono i nomi, tutti quei nomi dai poteri remoti. Poteri sì, perché sono in grado di evocare sensazioni, suscitare rispetto o simpatia, incutere timore. Pensate all’erba del diavolo: di tutto ciò che potete immaginare sul suo conto, di certo non sareste tentati di farci un’insalata.

Io ho anche giocato a inventarle, alcune piante, e così è nato il rubidio dalle cui bacche si ricava un succo rosso in grado di donare visioni, poi la viscalia dalle foglie che graffiano e ancora l’amaralia, anche detta erba del sonno. Ho messo queste piante dentro a una storia che è diventata un romanzo, s’intitola “L’arte delle gocce rosse”. Lo presenterò in un parco, che ospita un piccolo giardino botanico il quale custodisce affascinanti piante velenose: quale contesto migliore per parlare di una storia in cui le piante sono, in qualche modo, protagoniste? Se vivete nei paraggi o avete occasione di passare da quelle parti, fate un salto: si parlerà di piante reali e immaginarie, di posti abbandonati e anche di stelle, bevendo un bicchiere in compagnia. Ci sarà anche una visita guidata al Giardino.

Vi aspetto domenica 9 settembre, alle 18.00, al Parco Buzzaccarini – Boschetto dei Frati a Monselice (PD)

Per non dimenticare nulla, ci penserà Facebook a ricordarvi dove, come, quando cosa: cliccate con un bel “parteciperò” a questo evento

 

 

Fuori crepe, dentro colori

Visitando questa casa ho ricordato un libro leggendario letto anni fa. Perché leggendario? Perché è uno dei libri più bizzarri che mi siano mai capitati fra le mani e 417pvnqkzxl-_bo1204203200_perché adesso è praticamente introvabile. Il titolo è “Casa di foglie” racconta mille cose e parla anche di una casa che è più grande dentro che fuori. Impossibile? No, e se ci penso bene un posto del genere lo si trovava anche in un fumetto della serie ESP (che nessuno conosce a parte me  credo…).

Questa casa l’hanno cercata, raggiunta, esplorata e fotografata in molti e nessuno può dire che sia più grande dentro che fuori, ma la cosa che diranno tutti è che dentro sembra esplodere. Esplode di colori, pazzia, divertimento, feste, feste, feste.

Sembra di sentire ancora la musica, il baccano. Tutto questo è racchiuso da pareti che all’esterno non lasciano trapelare nulla. Nessuno direbbe mai che quel grande caseggiato dove un tempo abitavano famiglie di contadini, custodisca un altro mondo. Fuori ci sono i mattoni e le crepe, c’è la stalla, la porcilaia e il caseificio. Fuori ci sono le testimonianze di un passato ormai un po’ lontano, fatto di lavoro. Lavoro sotto il sole, campagna sterminata, stalle, odore di latte. Poi tutti se ne sono andati e il posto è rimasto vuoto.

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Le case soffrono quando vengono abbandonate, si lasciano andare, si arrendono al tempo, ma questa volta le cose sono andate diversamente, almeno per un breve periodo.

C’era un gruppo di amici, c’era la voglia di far festa. Così, quasi per gioco, in quelle vecchie stanze abbandonate iniziarono le feste,  per poche persone.

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Poi si sparse la voce ed esplosero i colori, la musica: a Cà dl’Ostia, così venne chiamato il posto, volevano andarci tutti. Gli anni ’90 erano agli sgoccioli e il 2000 venne accolto con una grande festa: 250 persone erano riunite lì a festeggiare il capodanno.

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Ora quelle feste speciali, fantastiche, vivono nei ricordi di chi le organizzava e di chi vi prendeva parte. Ne resta però la traccia, impressa nei colori sgargianti delle pareti destinate a crollare.

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Altre foto di questo luogo davvero insolito le trovate QUI

Sturm und drang

Qui è successo qualcosa di forte, devastante. Qui qualcosa ha distrutto tutto, all’improvviso, come un incantesimo scagliato da un mago impazzito. Per questo motivo, aggirandomi qui, fra mura crollate e statuette spaesate, ho pensato a Dorothy quando ritorna alla città di Smeraldo e la trova stravolta.

 

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fotogramma tratto dal film “Nel fantastico mondo di Oz” del 1985

Forse, come succede nel film, quelle statuine in mezzo all’erba non sono sempre state di pietra, forse prima del disastro erano esserini viventi.

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Forse con questi mobili abbandonati e un tocco di magia, ci potremmo costruire anche noi un trabiccolo volante e andare via.

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Inoltre c’è da dire che la vernice rimasta il colore della città di smeraldo lo ricorda davvero.  Non avete visto il film e ricordate solo il grande classico con Judy Garland? Recuperate quanto prima! “Nel fantastico mondo di Oz” mantiene il tono della favola ma si tinge di tinte cupe, alcune scene riescono anche ad essere disturbanti. La sensazione di trovarsi imbrigliati in un incantesimo un po’ folle pervade anche lo spettatore ed è un po’ ciò che si prova visitando luoghi abbandonati come questo.
Nella realtà questo posto non è stato vittima di una magia cattiva. A guardarlo viene da pensare a uno scenario di guerra, ma non è così. Questa volta è stata la natura che s’è svegliata e ha  deciso di spazzare via questo posto, le sue mura, le statue, i mobili, tutto. Non ha lasciato nulla se non i ricordi e un asciugacapelli appeso.

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Chi si è salvato? Solo chi se ne stava rincantucciato nell’angolo, sul fondo della chiesetta: una madonnina è ancora lì, sopravissuta e riconoscente.

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Ci sono altre foto di questo posto, se vi va le trovate in questo album. Magari lasciate pure qualche commento!

Villa Arzilla

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Avete presente Flora e Cissie? Sicuramente no. Erano due anziane signore protagoniste di una sitcom britannica che trasmettevano nei primi anni ’90, su qualche tv locale. Mingherlina e delicata una, robusta e impetuosa l’altra: le loro avventure si svolgevano in una casa di riposo, fra the e pasticcini, pettegolezzi, piccole cattiverie e tante risate. A volte mi tornano in mente così per caso. Qualche tempo fa, invece, ho ripensato a loro visitando una villa abbandonata.
Era una delle prime giornate di sole dell’anno, dopo aver fatto una bella passeggiata in mezzo al verde raggiungiamo l’edificio: bello, imponente, ma con più di qualche acciacco.

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Non appena girato l’angolo, ci accoglie un soffio: c’è un grosso biacco, lungo, nero e sollevato da terra per parecchi centimetri come a voler far credere di essere chissà che serpente. Stava prendendo il sole e noi l’abbiamo disturbato. Infastidito e risentito ha lasciato perdere le proteste e s’è infilato in una spaccatura.
Noi, invece, varcata la soglia della villa, ci siamo meravigliati della bellezza degli stucchi alle pareti. Ma, chissà perché, ancora prima di vedere il piano superiore e capire che questo posto doveva essere stato anche una sorta di ospizio, mi sono tornate in mente Flora e Cissie. Le ho viste lì sedute, a chiacchierare.

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Salendo le scale si trovano stanzette arredate con letti d’ospedale, ciascuno affiancato dal proprio mobiletto. Ci sono sempre gli stucchi che decorano le pareti, ma ci sono anche tanti, tanti fiori di plastica, ogni mazzo in un vaso, ogni vaso vicino a un letto vuoto. Qui dentro la bellezza e il kitsch vanno a braccetto creando un contrasto strano e forse buffo.

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Cosa si ottiene sommando stucchi antichi e fiori di plastica? Carta da parati come quella che c’era nella casa di riposo di Flora e Cissie. E poi, ipotizzando che in questo posto ci vivessero persone anziane, l’associazione mentale (nella mia mente) è naturale.

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Continuando a salire le scale, i letti e i fiori di plastica spariscono. Resta solo la grande bellezza di quella che un tempo fu una nobile dimora.

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Nonostante tutto però, uscendo da questo luogo a sua volta anziano e morente, resta appiccicata la colorata, polverosa spavalderia di tutti quei fiori che di appassire proprio non ne vogliono sapere.

Le ricerche sulla storia di questa villa e sul suo utilizzo non hanno ancora dato frutti.
Villa Arzilla è un bel nome inventato, preso a prestito da un’altra sitcom, questa volta italiana, che guarda caso parlava sempre di vecchietti ospitati in una villa.

Ci sono altre meravigliose stanze: ecco l’ALBUM COMPLETO

 

Alice, Nellino e la loro casa

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L’hanno chiamata “Casa delle Favole”, “Casa di Hansel e Gretel” o “Casa di Adamo ed Eva”. Spersa nella campagna, è una casetta azzurra dalla quale spuntano piccole creature buffe e sorridenti che danzano, cantano, chiacchierano e si fanno dispetti. Sono statuine di ogni foggia e colore. Sono tante. A qualcuna manca un pezzo, altre hanno perso la testa ma continuano a sorridere.

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Varcata la soglia, ci si lascia alle spalle questo piccolo popolo per incontrare altri personaggi, coloratissimi e variegati, dipinti su ogni angolo di muro, su ogni centimetro quadrato.

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Ci si chiede chi mai potesse abitare in un posto così, così pazzesco. Si fa vagare lo sguardo fra vecchi vestiti buttati a terra, libri ammuffiti, un paio di stufe a legna. Nonostante l’abbandono  viene da pensare che qui non ci siano mai state troppe comodità, neanche quando oltre alle statue e ai disegni ci abitavano persone in carne e ossa.

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Ma chi erano gli abitanti artisti che hanno creato questo guscio modellandolo a immagine della loro visione del mondo? Le poche tracce sono un nome apposto come firma su molte delle opere dipinte: “Alice Nelly”. Chiedendo, cercando, confrontando le proprie informazioni con quelle raccolte da altri che sono passati di qui, tutti vittime dello stesso fascino, si viene a sapere che in questa casa ci vivevano fratello e sorella: Nellino e Alice Nelly. Altro fatto ritenuto abbastanza certo è che facessero a meno di elettricità e acqua corrente. Una visita al cimitero del paese svela che Alice è venuta a mancare nel 2007, ma non ci sono notizie sul destino del fratello. Da questi brandelli di verità sono sbocciate ipotesi fantasiose sulle vicende e la vita dei due fratelli, storie che hanno rivestito di leggenda Alice e Nellino donando loro l’immortalità  che meritano coloro che lasciano i propri sogni in prestito.

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Doveva fare freddo lì d’inverno, ci si sorprende ogni tanto a pensare.  E poi ci si immagina come fosse la vita di tutti i giorni. È una casa che torna in mente, anche quando si sta facendo altro. Anche quando distrattamente si sfoglia un libro di storia locale e ci si imbatte in una foto in bianco e nero. Ci sono un uomo e una donna, non più giovani. E ci sono loro, le statuine, proprio loro. Ecco allora che Alice e Nellino hanno un volto e un sorriso. Ora è possibile immaginarli nella loro casa, lei a dipingere sui muri, lui a modellare statuette. Sulle pagine del libro leggiamo la loro storia.

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Si erano trasferiti in questa casa nel lontano ’46, con la madre. Il padre era morto folgorato mentre lavorava su una linea elettrica dell’alta tensione: di qui il rifiuto della madre di dotare la casa di impianto elettrico, un rifiuto che i suoi figli fecero proprio. Il racconto riportato nel libro offre parecchi altri aneddoti che aiutano a capire quanto i due fossero anticonformisti e, a loro modo, felici. Nellino venerava la sorella al punto da non chiamarla per nome, per lui era Divina e con questo appellativo si rivolgeva a lei. Entrambi avevano adorato la madre e Nellino, alla sua morte, realizzò una serie di sculture di angeli e santi che pose nei pressi della tomba. Le sue creazioni, però, creavano un ingombro notevole, tanto che il Comune dovette predisporne lo sgombero. La figura della madre deve essere stata una presenza forte, imprescindibile, aveva questo folle desiderio che i suoi figli si sposassero fra loro… e quel suo desiderio possiamo dire che loro lo abbiano esaudito.

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Alice e Nellino erano entrambi insegnanti. Vivevano dei prodotti dell’orto e avevano polli e galline. Ascoltavano le notizie dalla radio a batterie e per far luce di notte usavano lumini a petrolio. Alice cuciva i vestiti che indossavano e si racconta che lei avesse gusti molto raffinati e non rinunciasse al vezzo di usare scarpe col tacco. Nellino ha raggiunto l’amata sorella nel 2013, ora sono di nuovo insieme e lo saranno per l’eternità.

Alcune delle informazioni riportate in questo articolo e la foto di Alice e Nellino sono tratte dal libro “I Colli Euganei nella memoria – vecchie storie, antiche leggende, canzoni e tradizioni” di Danilo Montin, Proget Edizioni.

Altre foto di questa casa le trovate in QUESTO ALBUM e se volete visitarla mentre fuori nevica, ecco ALTRE FOTO

La casa strana

“Alla fine avevamo tirato sera senza combinare granché, ma la colpa era del caldo mica nostra. Uno pensa che lì all’ombra del monte sia un po’ più fresco, ma la calura si era appiccicata alle pareti della casa e sulle travi e addosso a me e a Mario. Si è potuto respirare solo quando il sole ha cominciato ad andare giù.

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Ci siamo bevuti un paio di birre e più passava il tempo più si stava bene seduti a fare quattro chiacchiere. Passava il tempo e si faceva buio e la birra scendeva e il sonno saliva così pesante da tenerci incollati lì. C’erano un divano e una branda e cos’altro dire? Ci siamo addormentati in quella strana casa che ormai facevi prima a buttarla giù e a costruirla nuova che a ristrutturarla.

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Ero sprofondato in  un sonno di quelli che ti fanno dimenticare chi sei e dove sei, di quelli che quando ti svegli non capisci più niente. Mi svegliai tossendo come se avessi il fuoco in gola e capivo solo che stavo morendo e che il fuoco c’era davvero. Non vedevo niente, mi bruciavano gli occhi e andavo a sbattere. Mario s’era alzato pure lui e tossiva. La porta era a un passo ma ci mettemmo una vita a trovarla fra tosse e bestemmie. Fuori corremmo e finimmo a terra, gli occhi bruciavano da matti ma riuscimmo a vedere il fuoco lassù, sulla torretta. Le fiamme facevano luce e rumore e caldo. Arrivò la gente urlando, arrivarono i pompieri e i carabinieri. Sembrava l’inferno, sarebbe stato l’inferno se il monte secco avesse preso fuoco. Il maresciallo ripeteva le stesse domande, ci credeva due sbandati. Le fiamme illuminavano i volti di tutti, sembravamo le anime dell’inferno. I pompieri ci misero quasi tre ore a spegnerle. Quando tutto finì, la casa strana era diventata ancora più strana: mezza bruciata, mezza in piedi, con quelle statuette in alto che sono rimaste a guardare lontano. Noi ce ne andammo. Ogni tanto mi capita di passare da quelle parti e di vederla in lontananza ma non riesco mai a osservarla troppo a lungo.” 

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Le cose sono andate più o meno così. La casa strana è un edificio degli inizi del novecento. Il proprietario si è trasferito altrove, ma per un po’ di anni qui ci sono vissute ben tre famiglie. Poi è venuto il tempo dell’abbandono. L’incendio è scoppiato una notte d’estate e si è mangiato le strutture in legno. Tutta la colpa sarebbe stata di un corto circuito della linea elettrica. La torretta che abbelliva la casa ha subito i danni maggiori, lo spavento più grande lo hanno avuto le due persone che dormivano al piano terra, la preoccupazione più  forte è stata quella degli abitanti della zona che temevano il propagarsi delle fiamme su tutta la collina. Ora tutto è finito, la vita va avanti, si guarda oltre così come ci insegnano le statuette che scrutano l’orizzonte dalle sommità delle mura sopravvissute.

Le altre foto le trovate in questo ALBUM

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La casetta degli sposi

Questa casetta un tempo è stata un nido d’amore: piccola, isolata, disposta su due piani. Deve essere stato bello viverci, i primi tempi, prima che il tempo corresse troppo avanti, troppo in fretta.

All’inizio ci viveva una coppia di sposi, erano felici.

Beh, forse non proprio loro, però ci piace immaginarli così perché questa casa è anche un po’ bizzarra, come quella del FILM da cui è tratto questo fotogramma. Perché bizzarra? Si entra dal piano terra, affacciandosi subito a quello che poteva essere un salottino. C’è ancora una di quelle poltrone grassocce, quelle in cui l’uomo di casa può sprofondare leggendo il giornale (sempre che riesca a ricordare dove ha lasciato gli occhiali).

Da qui si raggiunge una piccola cucina dove, nel frattempo, la moglie sta preparando un delizioso pranzetto.

Ma quante volte succede che, quando tutto è pronto in tavola, manchi un coltello o una forchetta? Forse uno spiritello dispettoso ha nascosto le posate, ma di certo ce ne sono un sacco nella sala da pranzo, quella bella dove si ricevono gli ospiti.

Questa sala è bella… in modo strano. Guardate che colori! Le pareti di un verdemare molto intenso, i mobili di legno scuro dagli interni porpora e poi ancora il termosifone dipinto di rosso come pure gli infissi. Per sentirsi in un film di Tim Burton basta stare qui dentro, magari al centro della stanza e fare una piroetta. Forse potrebbe anche arrivare uno spiritello.

Gli sposini nel frattempo osservano tutto. Loro sono qui presenti, in ogni angolo. Vicino a una vecchia tovaglia c’è anche il “barometro matrimoniale” per lanciarsi messaggi, per non arrabbiarsi e perdonarsi sempre.

Altra bizzarria di questa casa è che la camera da letto è al piano superiore e per raggiungerla bisogna uscire e fare le scale esterne. Scopriamo che la nostra coppia di sposi, oltre che innamorata, era molto devota.

Quando è arrivato un pargoletto, marito e moglie hanno ragionato e discusso: questa casa è piccola e scomoda, non ci si può stare più! Così, alla fine, hanno deciso di cercarne un’altra e andare via. Però hanno dimenticato qualcosa, lì nella scatola, sopra l’armadio, ben piegato: il vestito da sposa.

O forse è stato uno spiritello dispettoso a nasconderlo, perché voleva tenerlo per sè?

Adesso qui ci viene lui solo, di notte, a giocare.

Quello che possiamo dire noi è che questa casetta è parecchio malconcia: a occhio e croce sarà abbandonata da almento vent’anni. A giudicare da certe crepe sulle mura, forse il motivo dell’abbandono potrebbe essere legato a cedimenti strutturali, ma queste sono tutte ipotesi. Non siamo riusciti a sapere nulla di quella coppia di sposi che un tempo è vissuta qui. Auguriamo loro di essere sempre felici e che ogni giorno sia bello come quello del loro matrimonio.

Le altre foto di questa casetta le trovate QUI.

Un breve racconto di fumo e di morte

L’ambientazione per questo racconto l’ho trovata anni dopo averlo scritto, in una casa abbandonata. Eccola, la stanza.

LA STANZA

di Elena Lazzaretto

Passava le giornate a fissare il soffitto alto della sua stanza. Lo guardava finché c’era luce, con un braccio fuori dal letto, due dita ossute a reggere svogliatamente la sigaretta. Ogni tanto la portava alla bocca: il tempo di un respiro e il fumo saliva al soffitto accompagnando i ricordi, uno ad uno. La vita, sì, la rivedeva tutta quanta aleggiare lassù sopra il letto. 

Poi veniva la sera. Il soffitto lentamente spariva e la stanza si trasformava, i contorni degli oggetti, le pareti, gli spigoli dell’armadio diventavano indefiniti. 

Era stato lui stesso ad imporre che nella sua stanza non venissero accostati gli scuri, di notte. Questa volontà si era nel tempo andata ad aggiungere a mille altre sue cosiddette manie che, lo aveva sentito con le proprie orecchie, gli erano valse il titolo di “vecchio capriccioso e bizzarro”. Non se ne curava. La luce della notte lo liberava dai ricordi, lo accompagnava gentilmente verso il dormiveglia.

Come ogni sera si mise a sedere sul letto. Una fiamma piccola e sfacciata comparve nella stanza, apparì e sparì, pochi istanti che gli illuminarono il volto.  Era la sua sigaretta preferita, l’unica che non fumava per noia. Un velo di fumo: era convinto di riuscire a vederlo. E poi uno squittio, era sicuro di aver sentito bene.

Da qualche giorno la stanza ospitava un nuovo inquilino che aveva fatto notare la propria presenza in modo discreto, solo di notte, soltanto a lui, non facendosi vedere ma squittendo garbatamente ogni tanto. Certo nessuno gli aveva creduto, dicevano che un topo non aveva nessun motivo per avventurarsi fin lassù. Ad Alda, la domestica, era comunque stato detto di piazzare una trappola dietro l’armadio. Lei lo aveva fatto borbottando: si rendessero conto una buona volta che il signore…sì, insomma…ultimamente andava farneticando cose strane, la vecchiaia, lo starsene sempre in camera, diceva addirittura che una donna andava a fargli visita lì, in quella stanza, durante la notte! Non si poteva dar retta a tutto quello che inventava e lei, Alda, aveva un sacco di cose da fare.

Il topo non aveva fatto scattare la trappola rafforzando le convinzioni della domestica.

A lui non importava, anzi meglio così: quello squittio lo faceva sorridere.

Poi arrivava lei, non tutte le notti però. Si sedeva sulla poltrona in fondo alla stanza, dove sembrava che tutte le ombre andassero a raggrupparsi, era il punto più buio. Non parlavano, o quasi. Era lui a rivolgerle la parola, la invitava ad avvicinarsi. Lei rifiutava sempre, con un impercettibile cenno del capo. Lui avrebbe voluto vederle il volto anche se aveva la certezza, assoluta quanto inspiegabile, che fosse bellissima. Non voleva addormentarsi, non mentre lei era lì, ma succedeva puntualmente. Si svegliava quando la luce era cambiata, quando nemmeno la stanza sembrava più la stessa. Non c’era più penombra, non c’era più lei.

Iniziava il  giorno, lungo, interminabile. Le sigarette erano  piccole clessidre che lo aiutavano ad accorgersi che il tempo passava, anche se non sembrava.

Alda entrava, puntuale, borbottando come sempre. Fumasse di meno, il signore, che la cenere finisce sulle lenzuola e le rovina…guardi qui che disastro! Dopo aver sistemato la stanza, Alda usciva, scuotendo la testa, come sempre.

Fu notte, nuovamente. Ebbe però la sensazione che fosse una notte diversa da tutte le altre. I rumori, gli odori: riusciva a distinguerli tutti, quelli che giungevano da lì, dalla sua stanza dagli ignoti scricchiolii che sapeva di fumo, e da fuori, al di là delle finestre socchiuse, oltre il parco, via dalla siepe a chilometri e chilometri di distanza in un altro mondo che gli sembrava di percepire, per la prima volta, quella notte. Era giunto il momento della sua sigaretta preferita e se ne dimenticò. Lei era lì. Una volta ancora le chiese di avvicinarsi. Lei non disse una parola, ma le sue mani lentamente abbandonarono il grembo.  Pur fissandola con attenzione infinita, non avrebbe saputo indicare il momento esatto in cui abbandonò la poltrona né l’istante in cui fu così vicina da poterla toccare. Riusciva a scorgerle il volto, adesso, e tutto il resto non contava più.  Non un fruscio la accompagnò mentre si chinava su di lui, nessuno avrebbe potuto percepire un suono provenire dalle sue labbra che si schiusero appena. Lui solo poté.   

Morì quella notte, in silenzio. Alcuni istanti dopo che il suo cuore si fu fermato, un rumore sordo e metallico  avvertì le pareti della stanza che  non ci sarebbero più stati squittii.

Alda non si risparmiò nel descrivere il suo anziano signore come una cara e degna persona, e non lesinò neppure svariate scontatezze. Fece tutto quanto richiesto dalle tristi circostanze e pensò, anche, una cosa che tenne per sé. Quando, un po’ incredula, aveva recuperato la trappola scattata su un topolino, si rammaricò per la poca indulgenza con cui aveva giudicato quell’uomo negli ultimi tempi. Magari quello che raccontava, la storia della donna che gli faceva visita di notte, era tutto vero, sì…perché in fondo chissà cosa vedono gli occhi di uno che sta per morire! Alda, tuttavia, abbandonò subito queste riflessioni, non era affatto curiosa di conoscere la risposta o, perlomeno sperava di averla il più tardi possibile. Ci fosse arrivata  lei all’età del signore! Spalancò le finestre ché chissà quando se ne sarebbe andato quell’odore di fumo.

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