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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Un brevissimo racconto horror

Ci vediamo a casa
di Elena Lazzaretto

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Ho fatto i gradini a due a due. Ho in mano la chiave, quella più lunga, quella che puoi conficcare nel volto di una persona. È impiastricciata di sangue scuro e c’è anche un pezzetto di carne o pelle, non lo so. La caccio dentro alla serratura e apro. Sul tavolo c’è un biglietto: ‘ Sono dalla zia, Giacomo non sta bene. Torno presto e mi racconti tutto. Un bacio, mamma.’
Mamma. Il cellulare squillava a vuoto.
Telefono a tutti. Niente. Nessuno.  L’ultimo messaggio è di due giorni fa, mio fratello. Ci vediamo a casa. Nicola,  ti aspetto.
Un rumore alla porta. Corro allo spioncino. Respiro forte, incollata lì. Una sagoma scura, un uomo fermo in piedi. Non so chi è, se lo conosco oppure no. Come la signora Luisa, quando mi è venuta incontro in cortile, appena riconoscibile. Lei di sicuro non aveva riconosciuto me altrimenti non… Era come impazzita, rantolava e puzzava, Dio come puzzava.
“Chi sei?” grido al tizio.
Si scaraventa contro la porta. Pazzo, pure lui. Caccio un urlo e indietreggio, inciampo e cado. D’istinto piazzo le mani a terra. La carne dell’avambraccio sembra lacerarsi, brucia. Urlo ancora. E maledico Luisa che in cortile mi era venuta incontro e non si era  fermata e io avevo fatto per respingerla e lei aveva preso a mordermi  come un cane rabbioso. Afferrata la chiave in tasca, gliel’avevo piantata nella guancia e nell’occhio, una, due, cinque volte. Mi aveva mollato, alla fine.
Ora non ho il coraggio di sollevare la manica. Mi stendo sul pavimento e chiudo gli occhi. Mi sveglia uno sparo. Lenta vado allo spioncino. Ho fame. Non muovo la lingua, tanto è gonfia. L’uomo di prima è a terra, ma ce n’è un altro in piedi. Nicola. Apro e vorrei abbracciarlo. Tendo le braccia. Ho fame. Lui piange e tende una pistola. Una pistola? Apro la bocca, ma esce un rantolo orribile. Capisco. Nicola piange. E spara.

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Il grande sanatorio

Visto da fuori mette soggezione: è enorme, isolato, abbandonato. L’aspetto ricorda quello dell’Ovelook Hotel e le storie che vengono in mente assomigliano agli episodi del podcast Lore (magari quello dal titolo “Se i muri potessero parlare” – è in inglese ma merita l’ascolto!).

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Certo, se davvero i muri potessero parlare racconterebbero migliaia di storie e ci porterebbero indietro di oltre cent’anni. Sicuramente se le pareti potessero farci ascoltare ciò che hanno assorbito sentiremmo voci, pianti e risate di bambini.

Sì, per un lungo periodo questo grande edificio ha accolto ragazzini con problemi respiratori che venivano qui a respirare l’aria buona e a trovare cure.

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Rimanevano qui, lontani da casa anche per mesi. La struttura era attrezzata per ospitare ben più di un centinaio di piccoli pazienti che nel frattempo stavano assieme, seguivano lezioni, studiavano e facevano i compiti, un po’ come a scuola e un po’ come nelle colonie estive.

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Li immagino seduti sui banchi, poi tutti riuniti assieme nella sala grande per le attività di gruppo. Qualcuno restava affacciato alla finestra a pensare a mamma e papà con tanta nostalgia e poi via, in fila per due, si andava a messa.

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A fine giornata ci si lavava rabbrividendo prima di rifugiarsi sotto le coperte, volgendo un ultimo sguardo alle cose personali, le più preziose, custodite da un piccolo comodino di metallo verniciato d’azzurro.

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Ho scoperto, con enorme sorpresa, che anche mio zio è stato qui a lungo quando era piccolo, tanto tempo fa, negli anni ’50. Le automobili erano ancora un lusso e per mia nonna, sua madre, era un’impresa andare a fargli visita, se andava bene, una volta al mese . Treno, corriera e poi un tizio con l’auto traghettava tre o quattro di quei  genitori spaesati fin lassù dai loro bambini. Caramelle, carezze e lacrime. Chissà chi è l’ultimo ragazzino ad essersi lasciato alle spalle questo posto, prima che chiudesse i battenti per trovare un definitivo silenzio. Magari qui, dopotutto, sono nate amicizie e belle storie.

Guarda l’ALBUM COMPLETO.

C’era una volta la fabbrica della carta

C’era una volta un monastero che poi divenne casa colonica che poi divenne cartiera. Si produceva carta paglia e carta da imballaggio, ma ci piace pensare che nascessero qui anche i fogli che poi diventavano pagine di libri illustrati.

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Dicono che qui ci siano i fantasmi, ma forse sono le ombre colorate di personaggi fiabeschi a scivolare da una stanza all’altra, attraverso le pareti.

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Potremmo immaginare che Cappuccetto Rosso sia uscito con un balzello dal libro che ci aspettava appoggiato ad una colonnina: chissà se lì dentro c’è la sua storia, chissà quale delle tante sue versioni (sapete che “Le Storie della mala notte” adorano le fiabe e le loro aggrovigliatissime radici? Se volete saperne di più sulle tante, sorprendenti, varianti della vicenda di Cappuccetto Rosso, ecco qui una bella puntata di Wikiradio tutta da ascoltare).

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La bambina vestita di rosso la vediamo con l’immaginazione, ma inseguendola ci imbattiamo in un lupo che c’è davvero, poi in un uomo cattivo e poi in creature malefiche e ghignanti che ci sorprendono da dietro le colonne.

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Per fortuna ci sono anche supereroi e cavalieri. C’è perfino traccia di quel ragazzino tutto giallo che ha dimenticato qui il suo skateboard.

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A un certo punto, però, il mondo delle fiabe diventa reale. Dapprima è una sensazione, poi un suono dolce e gentile che si moltiplica per 10, 100…è un tranquillo belare di pecore. Ci affacciamo al terrazzino e loro sono lì, bianche e morbide che circondano la struttura abbandonata. Siamo circondati da un gregge intero, un pacifico assedio bianco. Cosa c’è di più inaspettato e anacronistico di un gregge di pecore? Quale incontro potrebbe essere più in tema di questo, mentre si esplora una fabbrica abbandonata con il cielo che si fa scuro? La magia delle fiabe esiste davvero.

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La nostra Cappuccetto Rosso ci accompagna per altre mille stanze senza sollevare le montagne di fogli che ricoprono i pavimenti. A un certo punto salta a piè pari dentro un cerchio giallo disegnato per terra e sparisce. Il tour è finito. Dicono che mesi dopo la cartiera abbia preso fuoco: chissà che aspetto avrà adesso. Sarà un po’ meno colorata, forse. E i personaggi fiabeschi che ci abitavano? Sono sopravvissuti, loro sopravvivono sempre.   (Clicca QUI per vedere l’album completo)

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La villa dell’affresco naif

Grande e appariscente questa villa cattura lo sguardo, ci si volta a guardarla mentre si è diretti altrove e poi, prima di lasciarsela alle spalle, ecco cambiati i programmi della giornata: ci si gira e ci si avvicina.

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L’apparenza, si sa, inganna: gli esterni conservano il loro splendore ma, varcata la soglia, sono l’abbandono e la desolazione a fare gli onori di casa. Gli interni sono una successione di ambienti vasti e vuoti. I soffitti sono la dimora dei piccioni e i pavimenti… beh, sono ricoperti da strati e strati di escrementi. I piccioni spiccano voli improvvisi e disordinati, sbattono ovunque in cerca di un’uscita, fanno quel rumore che accentua il silenzio.

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Resta qualche decorazione qua e là su pareti che, chissà, forse un tempo erano impreziosite da affreschi o arazzi, quadri e librerie traboccanti di volumi. Sì, perché fra i componenti della facoltosa famiglia vissuta qui, ci fu anche un personaggio eclettico che purtroppo, come spesso succede, non è ricordato quanto meriterebbe.

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La vita lo portò a vivere altrove e a intraprendere una brillante carriera politica, ma è stato emozionante varcare quella porta da cui dev’essere passato un sacco di volte, con il cappello in mano. Siamo fra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, momento storico turbolento in cui l’attivismo o la fede in certi ideali potevano portare a scomode conseguenze. Ma nonostante l’impegno politico e le vicende che lo hanno costretto anche a trasferirsi altrove, il nostro padrone di casa non ha mai perso l’entusiasmo, la curiosità per il mondo che lo circonda e la natura in particolare. Oltre che politico fu naturalista, si interessò di scavi per la ricerca di insediamenti preistorici e fu anche apprezzato divulgatore scientifico. Scrisse una grande quantità di libri: dalle novelle ai testi naturalistici, dalle dissertazioni politiche ai libri di astronomia (confesso che non ho potuto fare a meno di procuramene uno!). Chissà, magari trovava l’ispirazione restando seduto sotto il portico, lasciando vagare lo sguardo oltre le colonne.

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Lasciato il ricordo di questo aristocratico intellettuale a contemplare il mondo e suoi cambiamenti, ci si sorprende nel fare un altro incontro. Salendo le scale quasi non la si vede… bisogna alzare lo sguardo e lei è lì, su un ritaglio di soffitto con una schiera di angioletti che la circonda.

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Una madonnina che calpesta un serpente sorridendo. Il dipinto raffigura “L’immacolata concezione” una scena rappresentata più o meno allo stesso modo in una grande varietà di casi (di seguito alcuni esempi) anche se nel “nostro” caso sorgono delle domande.

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Chi ha realizzato questo affresco e perché? Si trova in un punto non proprio evidente e lo stile è insolito: a giudicarlo così (senza alcuna conoscenza approfondita della storia dell’arte) sembra quasi copiato, realizzato cercando di riproporre la composizione delle figure adottata in altre opere che ripropongono la stessa scena anche se la posa della Santa Vergine appare speculare rispetto a tutte le altre. Chissà, magari la madonnina che ci accoglie sopra le scale, quasi nascosta, è opera di qualche passato inquilino di questa villa con il vezzo della pittura? Oppure questo suo aspetto naif appartiene a uno stile preciso? Perché scegliere proprio l’Immacolata concezione? Forse c’era un particolare legame di devozione della famiglia o forse è la data dell’8 dicembre ad essere significativa per chi viveva qui? Queste domande restano sospese, come il tempo racchiuso qui e in tutti i luoghi abbandonati che tanto amiamo visitare.

Se volete aggirarvi ancora in questa villa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

 

La casa dell’impagliatore

Questa casa è una di quelle mete molto note nel mondo dell’esplorazione urbana. La chiamano “La casa dell’impagliatore” e guardando le foto capirete perché.

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L’ho già detto che dentro ad ogni luogo abbandonato il tempo si è fermato in un determinato momento? In una casa visitata poco tempo fa, ad esempio, si era fermato agli anni ’80. Qui, invece, è stato come ritrovarsi in un film degli anni ’70. Un horror italiano, con le musiche dei Goblin. Sì, ho pensato a Buio Omega dove il bel Francesco si dilettava a fare l’imbalsamatore.

Anche il padrone di questa casa, a quanto pare, aveva lo stesso hobby… quello di imbalsamare gli animali, intendo.

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Era un primario radiologo e la casa era colma di cartoline che venivano da lontano, scritte in italiano stentato, che lo salutavano caramente. Chissà qual è la sua storia. Possiamo solo provare a immaginarla visitando questo luogo. Potete sfogliare l’ALBUM COMPLETO.

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La casa anni ’80

Siamo capitati qui per caso, quasi perdendoci fra argini e campi sconfinati: è una casa contadina, con un grande spiazzo sul davanti, il cosiddetto “seese” dove immagino stendessero al sole il granoturco una volta sgranato. Di fianco c’è una grande stalla vuota. Cercando indizi sulla storia di questa casa ci siamo imbattuti in vicende di partigiani e rappresaglie, ma l’aria che si respira dentro è di qualche decennio dopo. Questa casa ha deciso di trattenere fra le sue mura brandelli di vita di una famiglia, così com’era negli anni ’80.

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Era una famiglia di quattro persone: mamma, papà e due ragazzi che avranno dieci e quattordici anni. Nella foto che ho trovato in terra, rovesciata, siedono al tavolo. Pranzano o cenano non so, è estate: i ragazzi hanno maniche corte, il papà la canottiera e la mamma uno di quei vestiti di stoffa stampata senza maniche. Sembrano felici, è una bella foto e io l’ho fotografata ma non la pubblicherò. In quella cucina è rimasta una montagna di piatti da lavare:

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Per terra c’è una tazza. Lo so, a molti di voi non ricorderà nulla…ma nel vederla è salita l’alta marea della nostalgia. Ne avevo una uguale, da bambina: era la mia tazza della colazione. La si comprava al supermercato, piena di Nutella. Io ci bevevo il caffellatte prima di andare ad aspettare lo scuolabus.

23659617_1620374247985665_3508407941865437680_n Al piano di sopra troviamo ciò che resta delle camere da letto e, sparsi sul pavimento, altri fossili di quegli anni dell’infanzia, quando le confezioni di merendine nascondevano un tesoro in una scatolina di cartoncino.

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Chissà dove sono ora quei ragazzi e se ricordano questi simboli della loro infanzia. Se vi va di vedere altre foto di questa casa, ecco l’ALBUM COMPLETO.

La casa di Halloween

Questa è una casa che giace adagiata lungo un sentiero, come se qualcuno di passaggio l’avesse gettata lì.

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Diroccata e avvolta dalle piante rampicanti sembra un insignificante cumulo di vecchi mattoni, ma noi siamo a conoscenza delle spaventose creature che la abitano e senza paura le andiamo a salutare. Entriamo e squittii, ruggiti e ragnatele ci accolgono nel loro mondo dalle pareti rosse.

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Non sappiamo nulla della famiglia che un tempo viveva qui, ma ci piace pensare a un ragazzino tanto appassionato di mostri da volerli sempre con sé, nella propria camera da letto. Erano compagni di gioco che si staccavano dalle pareti non  appena, di notte, cominciavano i sogni, quelli avventurosi.
Chissà quanti anni ha ora quel ragazzo e dove vive, chissà se gli piacciono ancora i mostri e se ripensa ai suoi vecchi amici quando per le strade, ad Halloween, incontra piccoli mostriciattoli.

Io lo ringrazio, perché è per merito della sua stanza che è nato il mio racconto “La casa del fuoco” (lo trovate fra le pagine di QUESTO LIBRO)

Le case crollano, ma i posti magici viaggiano. Buoni mostri a tutti.

(PS. altre foto le trovate su QUESTO ALBUM)

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Nel borgo di case e gatti

Ci sono le colline e un corso d’acqua, c’è una villa dal grande giardino, c’è una strada tutta curve, ci sono automobili che sfrecciano veloci, incuranti della solitudine del borghetto. Le case sono fatte di pietre antiche e di finestre chiuse. Una di esse si affaccia proprio sulla strada: un involucro vuoto con la vita frettolosa che gli passa davanti. Fuori scorre il presente. Dentro restano intrappolati brandelli di passato.dsc_1556

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Fuori esplodono i colori dell’autunno. Dentro le riviste raccontano vecchie storie e i quaderni delle vacanze testimoniano che il bambino Luca aveva sacrificato agli impegni scolastici qualche ora dei suoi spensierati pomeriggi estivi …

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Nello stanzone buio che dà proprio sulla strada c’è un vecchissimo televisore. Sta di fronte al portone chiuso, come a fare la guardia. Le macchine che passano fuori, ad appena mezzo metro di distanza, provocano uno spostamento d’aria che fa oscillare rumorosamente il portone. Un rumore preso in prestito dall’esterno, di tanto in tanto, regala a questa casa l’illusione di essere ancora abitata.
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Usciamo e nei dintorni ci sono altre case abbandonate che si appoggiano, stanche, ai propri resti.

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E poi ci sono i gatti, guardiani silenziosi che vigilano, che osservano. Sembrano comparire dal nulla, sfuggenti come gli spettri. Ognuno davanti a una casa.
Uno di loro ci invita ad entrare nella sua dimora. Grassoccio ma agile, ghiotto di carezze, lo chiamiamo Tom Bombadil. Lui non ha niente da obiettare. Scavalca la finestra insieme e noi e ci mostra la sua cucina.

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Tom Bombadil ci accompagna al piano superiore correndo su per le scale di legno. Ci vediamo tutti riflessi nel grande specchio sull’anta aperta del vecchio armadio. L’ultima luce del giorno che si lascia catturare dai cristalli del lampadario ci ricorda che presto farà buio, che è tempo di andare.

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Usciamo e salutiamo Tom Bombadil promettendogli di tornare: c’è ancora un’altra casa da visitare, la “casa di Halloween“… ma questa sarà un’altra avventura.

Allontanandoci dal borgo e dai suoi gatti mentre la nebbia comincia a salire, pensiamo che questo posto non è abbandonato, ma solo vittima di un incantesimo. Gli abitanti sono stati trasformati in gatti e continuano ad vivere qui, nelle loro case che però non possono più curare come un tempo.

Vedi su Facebook l’ALBUM COMPLETO

Urban Exploration: la villa dell’antiquario

Quante volte l’ho vista da lontano, questa villa. Arroccata sulla cima di una collinetta, nascosta fra le fronde di un giardino che il tempo e l’incuria hanno trasformato in boschetto.
Ha ospitato personaggi illustri in un passato purtroppo lontano.
Chiedendo in giro ho scoperto che l’ultimo proprietario era un facoltoso antiquario. Se vi va, la visitiamo un po’ assieme, cominciando dall’esterno.

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Altre foto dell’esterno dell’edificio in questo ALBUM

La villa dell’antiquario è in realtà un insieme di cinque edifici. Grandi spazi e alti soffitti, che un tempo racchiudevano arredamenti preziosi, ora custodiscono vuoto, ciarpame e silenzio. C’era anche una chiesa: i marmi dell’altare non ci sono più, ma lì appoggiate abbiamo trovato un paio di candele rosse. Forse residui di qualche rito notturno?
Una volta usciti, nei dintorni della villa, abbiamo incontrato una signora che vive lì vicino, portava a spasso il cane e abbiamo fatto due chiacchiere.
I vandali, ci ha detto, hanno distrutto ogni cosa. Venivano anche di notte e si divertivano a buttare tutto dalle finestre. Ora non c’è più molto da buttare o distruggere, restano l’edificio e le sue stanze e una bellezza antica che ancora non se ne va.

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Altre foto degli interni dell’edificio in questo ALBUM

In questa fantastica villa ci si imbatte ora nel diavolo ora nell’acqua santa. Paramenti sacri e statue di madonnine (tutte decapitate), candele rosse e oggetti (rotti) in pregiato vetro di murano. Si dice che l’antiquario facesse su e giù da Venezia, e che da lì portasse a casa un sacco di mercanzia. Si dice anche che avesse un proprio laboratorio e che le statue le costruisse lui stesso: può darsi sia vero dato che accatastati qua e là ci siano vari secchi di colore ormai diventato cemento. Peccato non sia rimasto nulla di integro, ma ci sono altre storie su questo posto, basta indagare e farsele raccontare. Poi vi terrò aggiornati!

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Altre foto di vari oggetti in questo ALBUM

 

 

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