Ricerca

Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

A passeggio per Padova con le “Cose che luccicano”

Cosa non darei per poter uscire, fare una lunga passeggiata in mezzo al verde o magari per le vie della città, della mia città. Le stesse vie che percorre il protagonista di questo racconto.

unnamed
Parco Treves de’ Bonfili

Sapete? Non so nemmeno quale sia il suo nome, ma so che riesce a vedere cose molto particolari. Lo conoscerete assieme a Pablito, Tamara e al gatto Lèon. Insieme a tutti loro girerete per Padova, entrerete in una casa che sembra vuota, raggiungerete il favoloso Parco Treves, andrete a curiosare fra i banchi del meractino dell’antiquariato in Prato della Valle, e leggerete perfino i tarocchi.

Neanche un euro, meno di un caffè, lo trovate a 0,99 euro su Amazon se avete Kindle e su IBS per avete un qualsiasi altro ereader

prato
Mercatino dell’antiquariato in Prato della Valle
Featured post

Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

L'arte delle gocce rosse
L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

IMG_20180624_174824

La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

Featured post

Voci perdute (73, 51, 88)

Erano i miei anni del liceo, tempi di levatacce e di lunghi viaggi in corriera attraverso campagne sonnacchiose. I pomeriggi erano per lo studio, la musica a tutto volume e la tivù qualche volta. Facevo zapping, davo occhiate veloci a “Non è la Rai” perché…, chissà perchè, mi sarebbe piaciuto somigliare a Miriana. Il telefono era uno e fisso, quello di casa, mi appollaiavo lì per dettare la versione di latino a Nicola e per ridere, ma non si poteva restare troppo ché andava su la bolletta e poi la linea restava occupata. Sempre, dopo cena, correvo in camera ad accendere il CB, una cosa che appena qualche mese prima non sapevo nemmeno esistesse. Era stata la prof di lettere a raccontarci, per caso, di radio e microfoni e antenne sui tetti che sembravano scheletri di ombrelli. Ne ero rimasta affascinata e poi, come succede quando le cose nuove decidono di entrare nella tua vita, ne sentii parlare ancora e decisi di assecondare il destino. Tutto merito di un ragazzotto, venuto a fare alcuni lavoretti lì dai miei: mi raccontò di amici dai nomi strani con cui chiacchierava al CB, disse che ne aveva uno da vendere, antenna inclusa. Così entrai in quel nuovo mondo fatto solo di voci, il mondo del CB, detto pure baracchino, radiotrasmittente.

Era la stessa radio che hanno i camionisti per parlare fra loro, ma a quei tempi trovavi in linea chiunque. Adolescenti, ragazze e ragazzi, o gente un po’ più grande che già guidava e s’era installata il CB in auto, con l’antennone lungo che spuntava dalla cappotta. C’era questo gran chiacchierare, un gran bailamme su ciascuno dei 30 canali della banda di frequenza utilizzabile, la banda cittadina, citizen band, CB, appunto. La tua voce, e quelle che ascoltavi, coprivano un raggio di poche decine di chilometri. C’erano le voci che ritrovavi ogni sera, quelle che conoscevi per il tempo di due parole prima che sfrecciassero via per sempre, quelle gracchianti per i disturbi, che decifravi appena e poi affogavano nel mare di interferenze. Il mio canale era il 19, tenevo un’agenda su cui segnavo data e ora e i nomi di chi entrava in ruota, nella conversazione.

Penna Rossa, Elvox, Manuel, Libellula, Titti, Memphis, Rascal, Sorcio (sì), Pantera, Viper, Baracca e altri che meritavano il premio fantasia: Califfo, Volpe astuta, Veliero, Bavaria, Kabubi. Non ricordo di cosa si parlasse, stupidaggini. Non dovevi mai dire il tuo nome, vietato fornire indirizzo o numero di telefono, ma ogni tanto ti accordavi con qualcuno per fare una verticale, il fatidico incontro dal vivo. E allora c’era da stabilire dove e quando con messaggi in codice, per non far capire nulla a chiunque fosse lì sotto, silenzioso, in ascolto. A volte ti dimenticavi che le conversazioni le poteva ascoltare chiunque.

Una volta accettai di conoscere un ragazzo con cui parlavo da un po’, il suo nomingnolo al CB era Pop Corn, sì, semplicemente Pop o “il Pop”. L’appuntamento era davanti a un bar che proprio quel giorno scoprii essere chiuso per ferie. Poco male, ero arrivata prima io e restai ad aspettare. Di lì a poco arrivò un’auto, parcheggiò e ne scese un bel ragazzo che venne verso di me. Non poteva essere che lui, chi altri si sarebbe fermato a un bar chiuso? Gli feci un bel sorriso e dissi d’un fiato “Ciao, sei il Pop?”.
Fece una strana espressione e disse “no” e io, beh… imbarazzo paralizzante.
Ancora oggi mi vergogno. Anche adesso.
Mi chiese se ci fosse un distributore di sigarette lì e io continuavo a sentire solo “Ciao, sei il Pop?” che si ripeteva in loop nella mia testa. Il fantomatico Pop Corn arrivò poco più tardi: nulla a che vedere con il suo predecessore ma in ogni caso io ormai lo odiavo e volevo essere ovunque tranne che lì. Non lo rividi più, anzì sì, una volta in discoteca e feci finta di non conoscerlo. Gli adolescenti sono stronzi.

Di verticali ce ne sono state tante, ma la magia del CB era nelle voci senza un volto e di quelle ce ne sono state molte di più, ciascuna con una storia talvolta incredibile. Ogni tanto dal rumore di fondo, dal gracchiante QRM, saltava fuori una vocetta a sua volta gracchiante e dal fortissimo accento spagnolo. Era Concita, un’anziana signora che sapeva bene tenere a bada i bulli del CB che la insultavano. Non l’ho mai vista di persona, dicevano amasse passeggiare in Prato della Valle con un paio di cagnolini che abbaiavano un sacco. Una notte ci attardammo a parlare io e lei e mi raccontò della sua vita, del marito che non c’era più da tanto tempo. Avevano girato il mondo e fatto i lavori più strani, perfino in un circo. Mi raccontò vicende che io purtroppo non ricordo più, ma ricordo la sua voce e quell’atmosfera indefinita e sognante che le sue parole, con l’accento della vecchiaia mescolato a quello spagnolo, avevano evocato.

Il CB mi ha fatto compagnia per parecchi anni, più di una decina credo. Ho iniziato quando c’era un gran bailamme di voci su tutti i 30 canali e ho continuato anche quando una dopo l’altra quelle voci hanno smesso di farsi sentire. Negli ultimi tempi c’era il vuoto e il rumore di fondo sottolineava le assenze. Internet cominciava a entrare prepotente nelle case.
Un pomeriggio d’estate scoppiò un temporale che se la prese con l’antenna a scheletro d’ombrello che svettava sopra casa mia. Così giunse anche per me il momento di chiudere le trasmissioni, cosa che avrei fatto comunque di lì a poco. Era finita un’epoca e per me si concludeva qualcosa che mi aveva reso diversa: avevo conosciuto e ascoltato persone che nella mia vita di quei tempi non avrei mai avuto occasione di conoscere e ascoltare. Credo che quella radiolina nera in qualche modo mi abbia reso migliore e per questo la ricorderò sempre con riconoscenza.

Ah, volete conoscere il significato dei numeri nel titolo di questo articolo amarcord? Lo trovate qui, assieme a tutta la bizzarra terminologia CB

A Natale niente shopping

Era una giornata di freddo e sole di inizio anno. Le feste erano passate da poco e nel loro strascico si insinuava una insolita incertezza destinata a trasformarsi, nei mesi a venire, in una nuova difficoltosa realtà. Le misure restrittive e le chiusure erano ancora ipotesi. Quel giorno noi raggiungevamo il centro commerciale.

Il parcheggio deserto incorniciava la desolazione tipica delle zone industriali. Fra serrande abbassate e porte chiuse, l’unico negozio sopravvissuto si esibiva stanco attraverso una vetrina spoglia. Passammo davanti al negozio aperto e a quelli chiusi, lungo tutto il perimetro, fino a trovare una porta a vetri socchiusa e dietro di essa una serranda non del tutto abbassata. Strisciando là sotto fra sporcizia, volantini e vetri rotti, iniziò la nostra giornata al centro commerciale. Gli scaffali vuoti del supermercato e i carrelli abbandonati in disordine li avevamo già visti in tanti  film e c’era da aspettarsi, senza troppa originalità, di vedere uno zombie sbucare fra una corsia e l’altra.

Invece no, lì dentro c’era qualcun altro. Zitti e fermi, ascoltammo rumore di vetri rotti, echi metallici, rimbombo di lamiere. Risate e voci tipiche di ragazzini che hanno ancora la voce da bambine. Il silenzio che di solito avvolge le esplorazioni questa volta non sarebbe stato con noi, ma non si può pretendere silenzio in un centro commerciale, anche se abbandonato.

L’incontro è avvenuto dove approdavano immobili le scale mobili, al piano superiore. Ce li siamo trovati davanti: noi con le macchine fotografiche, loro con le spranghe di ferro, noi in due e loro otto o nove. Erano un bel gruppetto variegato, con le facce da Goonies o Stranger Things, c’era quello un po’ più alto, quello cicciottello, quello con gli occhiali. Erano lì che si divertivano a spaccare tutto, naturalmente, ed erano perfino un po’ sudaticci.

“Ci servono per difesa, perché non sappiamo chi possiamo incontrare qui dentro” disse quello furbetto. Per un momento ho provato a pensare a quei teneri diavoletti che prendevano a sprangate qualcuno, ma non ci sono riuscita. Gli ho chiesto se ci fossero cose belle da fotografare, e mi hanno guardato strano. Giustamente in effetti. Loro entravano ed uscivano direttamente da quel piano, ci hanno detto, era tutto spalancato.

E così abbiamo fatto noi alla fine, senza dover più strisciare come bisce fra sporcizia e vetri rotti. Ci siamo lasciati con un tacito accordo di non belligeranza: noi a fotografare, loro a cercare qualcos’altro da colpire. Fra le foto che ho fatto quel giorno mi sarebbe piaciuto farne una anche a loro. 

Altre foto in questo ALBUM

La torre di luce (ovvero un raccontino che non avrei mai pensato di scrivere)

Una storia del tutto inaspettata, scritta lanciando i dadi. Questi qui:

LA TORRE DI LUCE
Molto tempo fa, in un posto sperduto del mondo, c’era un villaggio. I suoi abitanti erano cacciatori, guerrieri, sciamani, discendenti di una grande tribù di spiriti liberi come il vento.
Un tempo erano stati nomadi senza radici e le loro dimore erano state sempre senza fondamenta. Lo erano rimaste anche dopo che la tribù si fu imbattuta nella Torre. Quando successe, gli sciamani dissero di accamparsi lì, tutto intorno. Prima o poi sarebbero ripartiti, quando fosse venuto il momento.
La Torre era altissima, quasi non si riusciva a vederne la sommità, saliva nel cielo, più in alto delle nuvole. Ogni anno poi, la notte del primo novilunio d’estate, la Torre emetteva un potentissimo fascio di luce che saliva su verso l’infinito, squarciando la notte.
Succedeva ogni estate, da tanto tantissimo tempo…tanto che la tribù aveva perso il conto dei noviluni rischiarati dal fascio di luce. Avevano perso il conto anche del tempo passato da quando il primo giovane coraggioso aveva tentato, senza riuscirci, l’impresa di arrampicarsi fin lassù, una sera del primo novilunio d’estate.
Gli sciamani avevano interpellato il fato lanciando le pietre della sorte: esse rivelarono che il momento di ripartire sarebbe arrivato quando si fosse trovato il prescelto. Il prescelto doveva essere il migliore, colui in grado di emergere dal gregge senza tornare mai a mescolarsi con esso.
Il prescelto, avevano annunciato gli sciamani, doveva essere colui che fosse riuscito nella grande arrampicata. Il prescelto avrebbe scalato la Torre, sarebbe arrivato in cima e dall’alto avrebbe visto il mondo e lo avrebbe compreso. Dall’alto avrebbe guardato dentro la Torre e avrebbe compreso. Poi sarebbe sceso, senza temere: nulla avrebbe parato la sua caduta, ma lui non sarebbe precipitato.
Furono innumerevoli i noviluni d’estate in cui giovani coraggiosi tentarono l’impresa. Iniziavano l’arrampicata con caparbietà. Ogni volta però alcuni di loro cadevano, altri, stremati si fermavano per lunghi momenti aggrappati alla roccia prima di cominciare a scendere giù. Nessuno mai era riuscito ad arrivare fin lassù.
Passarono tante estati, tante da perdere il conto, tante da dimenticare quando tutto fosse iniziato. Ma la notte in cui un giovane riuscì finalmente a scalare la Torre, tutti la avrebbero ricordata e poi raccontata per innumerevoli altre estati. Il giovane si arrampicò, abile come una formica sul muro. Arrivato tanto in alto, tanto più su del chiarore dei falò, non lo si poteva vedere più. Però non cadde mai, e continuava a non cadere.
Lo videro quando la Torre emise il fascio di luce: videro la sua sagoma scura stagliarsi lì in alto, avvolta dal fascio luminoso. La sagoma scura sembrava farsi grande, le braccia alzate verso l’alto: il giovane sembrava voler salire ancora più su di dove già era arrivato. E così avvenne. Lo videro volare nel cielo, trasportato dal fascio di luce.
Il prescelto aveva visto troppo, compreso troppo, dissero gli sciamani. Non avrebbe potuto tornare a rivelare verità troppo grandi. Le entità superiori , dissero gli sciamani, lo avrebbero fatto diventare uno di loro.
Il giorno dopo la tribù si rimise in viaggio: abbandonarono la Torre e non la rividero più. Le entità superiori si erano prese il loro prescelto, ma avevano donato loro lo spirito dell’Uomo che Sale nel Cielo che avrebbe ascoltato le loro preghiere e guidato dall’alto i loro passi.

Asylum #1: le mie esplorazioni

“Nido del cuculo” nel gergo statunitense è sinonimo di manicomio. L’ho scoperto da poco, su Wikipedia. Pensavo che il titolo del film fosse una metafora, un riferimento letterario che non conoscevo. È un bel nome per qualcosa che releghiamo nel mondo degli incubi. Un nido evoca protezione, sicurezza, affetto, calore. Il cuculo è un simpatico uccellino. Chissà da dove arriva l’accostamento ai manicomi. Chissà cos’erano poi, davvero, i manicomi.
Al manicomio ci siamo stati tutti, ci siamo entrati attraverso lo schermo di un cinema, il monitor di un televisore, abbiamo gironzolato fra i pazzi e le loro urla, abbiamo visto qualcuno di loro subire l’elettroshock o, peggio, quell’intervento agghiacciante, la lobotomia.
Ci siamo affacciati per pochi minuti, il tempo di una scena, di qualche inquadratura, nella stanza per l’isolamento: quella con le pareti imbottite e la porta spessa, con una finestrella che ogni tanto inquadrava per pochi attimi lo sguardo dell’infermiere.

Visitare un ex manicomio o un edificio che un tempo fu un ospedale psichiatrico gestito da suore è come scavalcare schermi e monitor portandosi dietro tutto ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, su quei luoghi. Ci si porta dietro un bagaglio pesante di suggestioni e emozioni. È un’esperienza forte e in un certo modo spirituale.

Anni fa ho visitato un ex manicomio, ora abbandonato. Era un complesso di tanti edifici distribuiti a ventaglio intorno a una chiesetta, tutto all’interno di un parco enorme.
Ho trovato letti vuoti e materassi ammassati, stanzoni spogli, pile di piatti, e un lavandino divelto che qualcuno non ha avuto la forza di lanciare contro la finestra per scappare, imitando Jack Nicholson.

Ho varcato soglie che davano su un mare di carta, fogli che invadevano anche i corridoi, fogli che riportavano la lista delle cure effettuate ai pazienti. Fra le cure ce n’era una che si ripeteva più e più volte, scritta così “fatto insulina”. Possibile che ci fossero tanti diabetici? No, l’insulinoterapia era un trattamento psichiatrico usato in alternativa all’elettroshock: ideato dal neurologo Manfred Sakel, serviva a far entrare il paziente in coma controllato. Li facevano entrare in coma, per farli stare buoni.

In questa struttura veniva praticato anche l’elettroshock e si racconta che da qualche parte, in uno di quei tanti edifici diroccati, ci sia ancora la saletta con l’attrezzatura.
C’erano gli edifici per le donne, per gli uomini, separati a seconda della loro condizione più o meno grave, più o meno curabile. C’era anche il reparto bambini e a questo i film non ci hanno preparato. I bambini riusciamo a immaginarli al massimo in un orfanotrofio, ma in un manicomio no, non ci si può pensare.

Sensazioni simili le ho provate qualche tempo dopo, in un ospedale psichiatrico situato nei pressi di un convento suore. Preghiera e malattia, solitudini cercate e imposte che convivono per forza. Ho camminato sotto gli archi del chiostro fra fantasmi di suore che passeggiavano in coppia.

Ancora una volta ho attraversato grandi stanze vuote, sbirciando sui fogli sparsi a terra.

Una penna stilografica e una calligrafia che appartiene a un altro tempo, avevano annotato le spese relative a un carro funebre. La funzione si sarebbe svolta nella chiesa adiacente, abbandonata anch’essa.

Qual è la natura del fascino oscuro che questi luoghi esercitano su di me, su molte altre persone come me? Forse la consapevolezza che le loro vere storie, che sono tante tantissime, resteranno segregate e segrete per sempre.

Stasera alle 21.00 ci si vede su Instagram

Se il mondo che avete sbirciato dalle pagine di questo blog vi incuriosisce, stasera non potete mancare. Cercate su Instagram il mio account (Lazzaladra) oppure Books_details. Parleremo del mio libro fantastico, di genere e di fatto, L’arte delle gocce rossee di tutte le cose bizzarre e curiose che sono fonte di ispirazione quando scrivo. Fuggiremo lontani dalla realtà. Poi torneremo per sorseggiare un cordiale, assieme a Cosmas e Vertov.

33864155_1810510078972080_5520751653768134656_n

Un tempo scrivevo sceneggiature

Sì, mi è capitato di scrivere soggetti e sceneggiature. Un paio di queste si sono trasformate in cortometraggi. Per “La misura dei salami” avevo scritto la sceneggiatura come si dice “non originale”, perché il punto di partenza era il racconto omonimo di Luciano Rocco.

Guardando il piccolo film che ne è uscito ci si ritrova nelle atmosfere di grandi film come “L’albero degli zoccoli” e “Novecento“.

“La misura dei salami” è stato un’esperienza indimenticabile anche se io, sceneggiatrice, sul set non ci sono mai andata. Però, scrivendo quelle scene, c’ero stata prima di tutti gli altri.

Grazie al regista e artista, Matteo Corazza, che aveva creduto in me per questo progetto.

Orfanotrofio per adulti

C’era una volta una grande casa che ospitava ragazzi e ragazze, giovani non più bambini. Andrea, Marco, Matteo, Lisanna, Marta, Jarno e molti altri hanno vissuto lì per un po’ di tempo, insieme, per forza.

97540774_3055278164495259_2466954980607655936_n

Le le loro storie se ne sono sono andate via con loro, tanto tempo fa. Fra quelle pareti sono nate grandi amicizie, forse perfino qualche amore. Di sicuro ci sono stati litigi, crisi e fiumi di lacrime. Ci sono state discussioni per stabilire i turni delle pulizie, ma anche giochi, scherzi e lunghe cene.

97951597_3055276031162139_6699946224943890432_n

Tutto questo, mescolato assieme, impregna ancora le pareti della casa che ora è orfana, come in qualche modo lo sono stati i suoi ospiti di un tempo. Forse ognuno di loro, a un certo punto della sua permanenza lì, si è sentito abbandonato ma al tempo stesso parte di una grande, variegata, famiglia. Proprio come si immagina succeda negli orfanotrofi. Dopotutto questo posto cos’era se non un orfanotrofio per adulti? Ragazzi, adulti, rimasti soli rincorrendo una scelta, un’idea, un’utopia sbagliata o solo troppo veloce. Spero siano riusciti tutti a ritrovare il proprio percorso. Chissà se qualche volta ripensano ancora a quella grande casa.

 

 

 

 

97215713_3055272597829149_5276097083793735680_n

Poi ci sono le coincidenze, che poi alla fine non sono nemmeno tali. Si tratta solo di vedere qualcosa con gli occhi ancora impressionati da un’esperienza appena fatta. Il fatto è che dopo essermi aggirata in quel posto fra i fantasmi del suo passato, ho iniziato a vedere “The promised neverland” un anime che, guardacaso, è ambientato in un orfanotrofio dove la serenità è solo apparente. Anche a distanza di tempo ho ancora la sensazione di aver visitato, dal vivo, gli stessi ambienti che poi ho rivisto nell’anime… ditemi se per voi non è lo stesso!

98169235_3055284124494663_1845783829206269952_o

98347072_3055275927828816_1579785101426819072_n

98731876_3055284151161327_4139030356470792192_o

97391224_3055278121161930_5157507809775976448_n

97997381_3055284317827977_8468749418273701888_o

Vi racconto una storia: “Quando si spensero le luci”

Ascolta “Le storie della mala notte” su Spreaker.

Vi racconto una storia, e non una storia qualsiasi bensì una delle storie della mala notte. C’è un paese di provincia, un ragazzino, un capannone pieno di cose vecchie e perfino una ballerina di burlesque: all’improvviso non c’è più corrente, le luci si spengono e tutti devono reinventare le proprie vite e guardarle con occhi diversi. Almeno per un po’. Ed è un po’ quello che ci sta succedendo ora, anche se per un motivo diverso. “Quando si spensero le luci” è uno dei racconti contenuti nel libro che ha dato origine a questo sito, “Le storie della mala notte”, appunto.

cena1

Ora quel libro non lo trovate più (ma su richiesta vi posso fornire la versione epub), ma i racconti sono sempre vivi: con questo non dovete neppure fare la fatica di leggere, ve lo leggo io! Anche se può non sembrare, c’è molto del mio vissuto personale in questa storia ma questo vale, in modo più o meno palese, per chiunque scriva qualcosa.

Blog su WordPress.com.

Su ↑