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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

L'arte delle gocce rosse
L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

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La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

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Storie in treno: le mie preferite

Ci sono due cose che amo nella letteratura e nei film (e dovunque se ne racconti), ma che cerco di evitare nel mondo reale: il treno e il circo. Sono mondi chiusi e in movimento, il primo è pieno di sconosciuti, il secondo è una specie di strana famiglia. Ho deciso di fare un po’ d’ordine con i ricordi e provare ad annotare quelle storie che mi hanno colpito. Cominciamo da quelle in cui c’era di mezzo un treno (poi per il capitolo Circo ci sentiamo più avanti). Cominciamo proprio dall’inizio, dai ricordi di bambina che sono saldamente legati al mondo dei cartoni animati: in principio fu il Galaxy Express 999, un treno spaziale (ne parlo anche nel podcast Stelle&TV). Idea folle, impossibile e meravigliosa, quella di un lunghissimo viaggio in treno facendo tappa su qualche pianeta. s-l300Non era un cartone animato allegro, le storie erano cupe come il nero dello spazio profondo che si vedeva fuori dai finestrini. Le carrozze erano tante ed erano vuote, piccoli vuoti nel vuoto cosmico in un viaggio di sola andata. Il Galaxy però ogni tanto si fermava, cosa che invece sembra non dover succedere per il treno su cui viaggiava Sophia Loren nel film Cassandra Crossing.mv5bzwnkyjhhnzutmzbiyi00owe2ltgxmdutyzdjmdcxzteyoduzxkeyxkfqcgdeqxvymji4mja5mza@._v1_ Questa visione che all’epoca mi impressionò molto (quasi quanto il mio film catastrofico preferito, ovvero L’avventura del Poseidon di cui ho parlato qui). Il treno correva verso la morte: era stato (volutamente) fatto dirottare verso un vecchio ponte che attraversava una gola profonda, dato che a bordo si era diffuso un pericoloso contagio. I passeggeri erano prigionieri in questa trappola letale: se non era il virus a ucciderli ci avrebbe pensato la forza di gravità (forse per questo non amo i viaggi in treno?).
Se alla claustrofobia del treno aggiungiamo quella del sottomarino, ecco che ci tuffiamo in un altro cartone animato della mia infanzia, anche questo non proprio divertente seppur farcito di scene buffe.8pvb63m Del resto stiamo parlando di Osamu Tezuka con Marine Express – L’espresso sottomarino, dove gli occhioni dei personaggi del creatore della Principessa Zaffiro non devono ingannare: da occhi grandi scendono poi grandi lacrime. Per alcuni aspetti e soprattutto per la scena finale (no, non faccio spoiler!) questo lungometraggio animato mi è tornato in mente svariate volte guardando Snowpiercer ,altro film in cui il treno è protagonista assoluto. snowpiercer-1024x682In un modo coperto dai ghiacci questo treno viaggia senza fermarsi mai racchiudendo nelle sue carrozze le esistenze degli esseri umani che si sono adattati a una vita che scorre veloce sulle rotaie, ma non alla divisione in classi sociali. Claustrofobia portami via!
Ma la scena più claustrofobica ambientata a bordo di un treno l’ho vista nel film Non ho sonno, di Dario Argento. Quelle rare volte che si vorrebbe un treno super affollato, quelle volte in cui ad esempio sei inseguita da un assassino, ecco… lo si trova spaventosamente vuoto come il Galaxy Express. non-ho-sonno-2La povera ragazza di questo film non sa più dove nascondersi. Arriva a infilarsi in quello spazio fra due vagoni, dietro la membrana di gomma che sostituisce le pareti nella zona di passaggio. Ho trovato più horror quella singola scena che non tutto il film.
Forse è meglio prendere questo mezzo di trasporto con una predisposizione d’animo più tranquilla. Meglio rilassarsi con atmosfere più british, perché su un treno ci si può concedere anche un the con pasticcini e magari un omicidio o una scomparsa. il_mistero_della_signora_scd0bemparsa_28film29Ovvio che mi riferisco a Omicidio sull’Orient Express, però devo dire che su questo “stile” ho preferito Il mistero della signora scomparsa con l’adorabile zia Fletcher 😉
Ah, dimenticavo: oltre a tutto questo su un treno ci si può anche leggere un bel libro, magari ambientato su un treno… chissà se Books and details ha qualche consiglio in merito!

Il custode latin lover

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Potremmo chiamarlo Goran. Sarà sulla quarantina, diciamo 38 anni. Di giorno lavora qui al deposito. C’è sempre parecchio da fare per lui e i ragazzi. Sono una quindicina in tutto, più o meno hanno la stessa età. Sono una bella squadra: ogni tanto si accapigliano, ma è normale che succeda. Italiani o no, bestemmiano un po’ tutti. E fumano tutti: a muso duro lavorando, quando si arriva la mattina e quando a fine giornata si chiude.

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La sera gli altri se ne vanno, Goran no. Lui nel deposito ci vive anche, resta la notte a fare il custode. Nel suo alloggio c’è una cucina che lui usa assai di rado. Da qualche parte su un foglio ha una ricetta facile che gli ha scritto una ragazza tempo fa. Goran non l’ha mai nemmeno letta, però quel foglio gli dispiace buttarlo, ogni tanto se lo ritrova fra le mani e gli dà un senso di casa.

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Poi nell’alloggio c’è il bagno e la parte migliore:  la stanza da letto. Goran forse non è bello, però ci sa fare e questo piace alle sue donne, piace un sacco. Un paio le frequenta da un po’, le altre sono avventure fugaci da ricordare giusto fino al giorno dopo per raccontarle ai ragazzi. Quando Goran è da solo c’è la signorina del calendario a fargli compagnia: lei lo guarda dalla parete e lui fissa lei steso nel centro del letto, una mano sotto la testa e l’altra là sotto a darsi da fare.

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A Goran va bene così, la sua vita va bene così.  Basterebbe che lo stipendio degli ultimi due mesi si decidesse ad arrivare e andrebbe bene.
Invece sono arrivate le lettere. Era un giorno freddo di gennaio. Licenziati, tutti. Nessuna spiegazione, nessuna possibilità di riassunzione, niente.  La ditta è fallita e tutti a casa. Ma Goran una casa non ce l’ha. Mescola un mazzo di carte seduto sul letto, con la sigaretta in bocca. Fa volare le carte tutto intorno e sopra il letto non poteva che finirci una carta di cuori. Goran finisce di fumare, butta a terra la cicca, la pesta e si guarda intorno. Quel posto non è più casa. Saluta la signorina del calendario e se ne va.

49690797_2119407534748998_5714562607050915840_nCi sono altre foto di questo posto in questo album

La casa dalle scale azzurre

Era un pomeriggio d’inverno,  faceva freddo e fuori pioveva a dirotto. Era l’occasione ideale per intrufolarsi in una vecchia grande casa diroccata. Fuori il rumore costante della pioggia, dentro quello regolare di goccioline che ticchettavano, battevano, cantando ognuna la sua canzone.

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Di luce ce n’era poca, ma quella poca luce che entrava dal tetto, dalla finestra e dalla porta a vetri è riuscita a creare un’atmosfera particolare nel vano scale. Giocando con il bianco e l’azzurro delle pareti, sottolineando i riccioli della ringhiera, ha creato quel piccolo incanto che, chissà perché, su quelle scale mi ha fatto immaginare una sposa, o il fantasma di una sposa.
Di questo posto e della sua storia non è stato possibile conoscere nulla, ma a volte va bene anche così.

Altre foto le trovate a su QUESTO ALBUM

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Un velenoso invito

Quello delle piante per me è un mondo sconosciuto, ma affascinante. Preferisco così, non saperne troppo, perché in questo modo mi tengo il diritto di fantasticare: questa bacca sarà velenosa? quell’erbetta primaverile sarà commestibile? perché i rovi crescono sempre intorno agli edifici abbandonati che vorrei esplorare? e quelle palline che si attaccano ai vestiti:

quante di loro si trasformeranno in nuove piantine?

Poi ci sono i nomi, tutti quei nomi dai poteri remoti. Poteri sì, perché sono in grado di evocare sensazioni, suscitare rispetto o simpatia, incutere timore. Pensate all’erba del diavolo: di tutto ciò che potete immaginare sul suo conto, di certo non sareste tentati di farci un’insalata.

Io ho anche giocato a inventarle, alcune piante, e così è nato il rubidio dalle cui bacche si ricava un succo rosso in grado di donare visioni, poi la viscalia dalle foglie che graffiano e ancora l’amaralia, anche detta erba del sonno. Ho messo queste piante dentro a una storia che è diventata un romanzo, s’intitola “L’arte delle gocce rosse”. Lo presenterò in un parco, che ospita un piccolo giardino botanico il quale custodisce affascinanti piante velenose: quale contesto migliore per parlare di una storia in cui le piante sono, in qualche modo, protagoniste? Se vivete nei paraggi o avete occasione di passare da quelle parti, fate un salto: si parlerà di piante reali e immaginarie, di posti abbandonati e anche di stelle, bevendo un bicchiere in compagnia. Ci sarà anche una visita guidata al Giardino.

Vi aspetto domenica 9 settembre, alle 18.00, al Parco Buzzaccarini – Boschetto dei Frati a Monselice (PD)

Per non dimenticare nulla, ci penserà Facebook a ricordarvi dove, come, quando cosa: cliccate con un bel “parteciperò” a questo evento

 

 

Fuori crepe, dentro colori

Visitando questa casa ho ricordato un libro leggendario letto anni fa. Perché leggendario? Perché è uno dei libri più bizzarri che mi siano mai capitati fra le mani e 417pvnqkzxl-_bo1204203200_perché adesso è praticamente introvabile. Il titolo è “Casa di foglie” racconta mille cose e parla anche di una casa che è più grande dentro che fuori. Impossibile? No, e se ci penso bene un posto del genere lo si trovava anche in un fumetto della serie ESP (che nessuno conosce a parte me  credo…).

Questa casa l’hanno cercata, raggiunta, esplorata e fotografata in molti e nessuno può dire che sia più grande dentro che fuori, ma la cosa che diranno tutti è che dentro sembra esplodere. Esplode di colori, pazzia, divertimento, feste, feste, feste.

Sembra di sentire ancora la musica, il baccano. Tutto questo è racchiuso da pareti che all’esterno non lasciano trapelare nulla. Nessuno direbbe mai che quel grande caseggiato dove un tempo abitavano famiglie di contadini, custodisca un altro mondo. Fuori ci sono i mattoni e le crepe, c’è la stalla, la porcilaia e il caseificio. Fuori ci sono le testimonianze di un passato ormai un po’ lontano, fatto di lavoro. Lavoro sotto il sole, campagna sterminata, stalle, odore di latte. Poi tutti se ne sono andati e il posto è rimasto vuoto.

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Le case soffrono quando vengono abbandonate, si lasciano andare, si arrendono al tempo, ma questa volta le cose sono andate diversamente, almeno per un breve periodo.

C’era un gruppo di amici, c’era la voglia di far festa. Così, quasi per gioco, in quelle vecchie stanze abbandonate iniziarono le feste,  per poche persone.

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Poi si sparse la voce ed esplosero i colori, la musica: a Cà dl’Ostia, così venne chiamato il posto, volevano andarci tutti. Gli anni ’90 erano agli sgoccioli e il 2000 venne accolto con una grande festa: 250 persone erano riunite lì a festeggiare il capodanno.

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Ora quelle feste speciali, fantastiche, vivono nei ricordi di chi le organizzava e di chi vi prendeva parte. Ne resta però la traccia, impressa nei colori sgargianti delle pareti destinate a crollare.

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Altre foto di questo luogo davvero insolito le trovate QUI

Sturm und drang

Qui è successo qualcosa di forte, devastante. Qui qualcosa ha distrutto tutto, all’improvviso, come un incantesimo scagliato da un mago impazzito. Per questo motivo, aggirandomi qui, fra mura crollate e statuette spaesate, ho pensato a Dorothy quando ritorna alla città di Smeraldo e la trova stravolta.

 

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fotogramma tratto dal film “Nel fantastico mondo di Oz” del 1985

Forse, come succede nel film, quelle statuine in mezzo all’erba non sono sempre state di pietra, forse prima del disastro erano esserini viventi.

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Forse con questi mobili abbandonati e un tocco di magia, ci potremmo costruire anche noi un trabiccolo volante e andare via.

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Inoltre c’è da dire che la vernice rimasta il colore della città di smeraldo lo ricorda davvero.  Non avete visto il film e ricordate solo il grande classico con Judy Garland? Recuperate quanto prima! “Nel fantastico mondo di Oz” mantiene il tono della favola ma si tinge di tinte cupe, alcune scene riescono anche ad essere disturbanti. La sensazione di trovarsi imbrigliati in un incantesimo un po’ folle pervade anche lo spettatore ed è un po’ ciò che si prova visitando luoghi abbandonati come questo.
Nella realtà questo posto non è stato vittima di una magia cattiva. A guardarlo viene da pensare a uno scenario di guerra, ma non è così. Questa volta è stata la natura che s’è svegliata e ha  deciso di spazzare via questo posto, le sue mura, le statue, i mobili, tutto. Non ha lasciato nulla se non i ricordi e un asciugacapelli appeso.

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Chi si è salvato? Solo chi se ne stava rincantucciato nell’angolo, sul fondo della chiesetta: una madonnina è ancora lì, sopravissuta e riconoscente.

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Ci sono altre foto di questo posto, se vi va le trovate in questo album. Magari lasciate pure qualche commento!

Villa Arzilla

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Avete presente Flora e Cissie? Sicuramente no. Erano due anziane signore protagoniste di una sitcom britannica che trasmettevano nei primi anni ’90, su qualche tv locale. Mingherlina e delicata una, robusta e impetuosa l’altra: le loro avventure si svolgevano in una casa di riposo, fra the e pasticcini, pettegolezzi, piccole cattiverie e tante risate. A volte mi tornano in mente così per caso. Qualche tempo fa, invece, ho ripensato a loro visitando una villa abbandonata.
Era una delle prime giornate di sole dell’anno, dopo aver fatto una bella passeggiata in mezzo al verde raggiungiamo l’edificio: bello, imponente, ma con più di qualche acciacco.

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Non appena girato l’angolo, ci accoglie un soffio: c’è un grosso biacco, lungo, nero e sollevato da terra per parecchi centimetri come a voler far credere di essere chissà che serpente. Stava prendendo il sole e noi l’abbiamo disturbato. Infastidito e risentito ha lasciato perdere le proteste e s’è infilato in una spaccatura.
Noi, invece, varcata la soglia della villa, ci siamo meravigliati della bellezza degli stucchi alle pareti. Ma, chissà perché, ancora prima di vedere il piano superiore e capire che questo posto doveva essere stato anche una sorta di ospizio, mi sono tornate in mente Flora e Cissie. Le ho viste lì sedute, a chiacchierare.

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Salendo le scale si trovano stanzette arredate con letti d’ospedale, ciascuno affiancato dal proprio mobiletto. Ci sono sempre gli stucchi che decorano le pareti, ma ci sono anche tanti, tanti fiori di plastica, ogni mazzo in un vaso, ogni vaso vicino a un letto vuoto. Qui dentro la bellezza e il kitsch vanno a braccetto creando un contrasto strano e forse buffo.

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Cosa si ottiene sommando stucchi antichi e fiori di plastica? Carta da parati come quella che c’era nella casa di riposo di Flora e Cissie. E poi, ipotizzando che in questo posto ci vivessero persone anziane, l’associazione mentale (nella mia mente) è naturale.

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Continuando a salire le scale, i letti e i fiori di plastica spariscono. Resta solo la grande bellezza di quella che un tempo fu una nobile dimora.

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Nonostante tutto però, uscendo da questo luogo a sua volta anziano e morente, resta appiccicata la colorata, polverosa spavalderia di tutti quei fiori che di appassire proprio non ne vogliono sapere.

Le ricerche sulla storia di questa villa e sul suo utilizzo non hanno ancora dato frutti.
Villa Arzilla è un bel nome inventato, preso a prestito da un’altra sitcom, questa volta italiana, che guarda caso parlava sempre di vecchietti ospitati in una villa.

Ci sono altre meravigliose stanze: ecco l’ALBUM COMPLETO

 

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