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Le storie della mala notte

esplorazioni, racconti e visioni per fare sogni inquieti

A passeggio per Padova con le “Cose che luccicano”

Cosa non darei per poter uscire, fare una lunga passeggiata in mezzo al verde o magari per le vie della città, della mia città. Le stesse vie che percorre il protagonista di questo racconto.

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Parco Treves de’ Bonfili

Sapete? Non so nemmeno quale sia il suo nome, ma so che riesce a vedere cose molto particolari. Lo conoscerete assieme a Pablito, Tamara e al gatto Lèon. Insieme a tutti loro girerete per Padova, entrerete in una casa che sembra vuota, raggiungerete il favoloso Parco Treves, andrete a curiosare fra i banchi del meractino dell’antiquariato in Prato della Valle, e leggerete perfino i tarocchi.

Neanche un euro, meno di un caffè, lo trovate a 0,99 euro su Amazon se avete Kindle e su IBS per avete un qualsiasi altro ereader

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Mercatino dell’antiquariato in Prato della Valle
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Consiglio di lettura: “L’arte delle gocce rosse”

 

cielo-stellato.jpgLe aveva detto che andare alla festa non costava nulla, che bastava portare con sé una candela, che quella era l’usanza. Certo che servono per fare luce! Dopotutto è una casa abbandonata! aveva risposto all’ennesima petulante domanda di Malinka, però… servono anche per cacciare gli spiriti che si annidano fra quelle mura quando non c’è nessuno. (da “L’arte delle gocce rosse“)

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L’arte delle gocce rosse

Ci sono case abbandonate e case abitate, ci sono macchine volanti e vecchiette esperte di erbe. C’è la miraggina, una sostanza allucinogena che dona visioni. Poi ci sono Malinka e la vecchia Usta, Vertov il mercante e la piccola, inquietante, Diane: ognuno con la propria ossessione, malattia, perversione.
Se vi piacciono le atmosfere racchiuse nei luoghi abbandonati, questa è una delle tante storie che hanno suggerito a me: l’ambientazione è immaginaria ma le ispirazioni le ho raccolte in posti reali seppur effimeri, dati in pasto all’incuria e al passare del tempo. Ma ogni tanto, se vi va, possiamo uscire all’aria aperta, di notte, e attardarci ad ammirare le stelle.

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La costellazione della Clessidra: esisterà davvero?

 

‘Cara Diane, qui c’è sabbia in ogni direzione e fino a dove riesci a spingere lo sguardo. Di notte però, non si guarda la sabbia ma il cielo: ci sono così tante stelle da togliere il respiro. Credo staresti sve-glia a guardarle per ore. Un abbraccio, zio Vertov.’
Lui stava a guardare le stelle nelle ore in cui il sonno non arrivava. Anche a quelle latitudini era possibile distinguere la costellazione della Clessidra, ma appariva rovesciata. Lo avrebbe raccontato a Diane. (da “L’arte delle gocce rosse“)

“L’arte delle gocce rosse” si può sfogliare ma c’è anche in formato digitale (a soli 4 euro): lo trovate qui

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La torre di luce (ovvero un raccontino che non avrei mai pensato di scrivere)

Una storia del tutto inaspettata, scritta lanciando i dadi. Questi qui:

LA TORRE DI LUCE
Molto tempo fa, in un posto sperduto del mondo, c’era un villaggio. I suoi abitanti erano cacciatori, guerrieri, sciamani, discendenti di una grande tribù di spiriti liberi come il vento.
Un tempo erano stati nomadi senza radici e le loro dimore erano state sempre senza fondamenta. Lo erano rimaste anche dopo che la tribù si fu imbattuta nella Torre. Quando successe, gli sciamani dissero di accamparsi lì, tutto intorno. Prima o poi sarebbero ripartiti, quando fosse venuto il momento.
La Torre era altissima, quasi non si riusciva a vederne la sommità, saliva nel cielo, più in alto delle nuvole. Ogni anno poi, la notte del primo novilunio d’estate, la Torre emetteva un potentissimo fascio di luce che saliva su verso l’infinito, squarciando la notte.
Succedeva ogni estate, da tanto tantissimo tempo…tanto che la tribù aveva perso il conto dei noviluni rischiarati dal fascio di luce. Avevano perso il conto anche del tempo passato da quando il primo giovane coraggioso aveva tentato, senza riuscirci, l’impresa di arrampicarsi fin lassù, una sera del primo novilunio d’estate.
Gli sciamani avevano interpellato il fato lanciando le pietre della sorte: esse rivelarono che il momento di ripartire sarebbe arrivato quando si fosse trovato il prescelto. Il prescelto doveva essere il migliore, colui in grado di emergere dal gregge senza tornare mai a mescolarsi con esso.
Il prescelto, avevano annunciato gli sciamani, doveva essere colui che fosse riuscito nella grande arrampicata. Il prescelto avrebbe scalato la Torre, sarebbe arrivato in cima e dall’alto avrebbe visto il mondo e lo avrebbe compreso. Dall’alto avrebbe guardato dentro la Torre e avrebbe compreso. Poi sarebbe sceso, senza temere: nulla avrebbe parato la sua caduta, ma lui non sarebbe precipitato.
Furono innumerevoli i noviluni d’estate in cui giovani coraggiosi tentarono l’impresa. Iniziavano l’arrampicata con caparbietà. Ogni volta però alcuni di loro cadevano, altri, stremati si fermavano per lunghi momenti aggrappati alla roccia prima di cominciare a scendere giù. Nessuno mai era riuscito ad arrivare fin lassù.
Passarono tante estati, tante da perdere il conto, tante da dimenticare quando tutto fosse iniziato. Ma la notte in cui un giovane riuscì finalmente a scalare la Torre, tutti la avrebbero ricordata e poi raccontata per innumerevoli altre estati. Il giovane si arrampicò, abile come una formica sul muro. Arrivato tanto in alto, tanto più su del chiarore dei falò, non lo si poteva vedere più. Però non cadde mai, e continuava a non cadere.
Lo videro quando la Torre emise il fascio di luce: videro la sua sagoma scura stagliarsi lì in alto, avvolta dal fascio luminoso. La sagoma scura sembrava farsi grande, le braccia alzate verso l’alto: il giovane sembrava voler salire ancora più su di dove già era arrivato. E così avvenne. Lo videro volare nel cielo, trasportato dal fascio di luce.
Il prescelto aveva visto troppo, compreso troppo, dissero gli sciamani. Non avrebbe potuto tornare a rivelare verità troppo grandi. Le entità superiori , dissero gli sciamani, lo avrebbero fatto diventare uno di loro.
Il giorno dopo la tribù si rimise in viaggio: abbandonarono la Torre e non la rividero più. Le entità superiori si erano prese il loro prescelto, ma avevano donato loro lo spirito dell’Uomo che Sale nel Cielo che avrebbe ascoltato le loro preghiere e guidato dall’alto i loro passi.

Asylum #1: le mie esplorazioni

“Nido del cuculo” nel gergo statunitense è sinonimo di manicomio. L’ho scoperto da poco, su Wikipedia. Pensavo che il titolo del film fosse una metafora, un riferimento letterario che non conoscevo. È un bel nome per qualcosa che releghiamo nel mondo degli incubi. Un nido evoca protezione, sicurezza, affetto, calore. Il cuculo è un simpatico uccellino. Chissà da dove arriva l’accostamento ai manicomi. Chissà cos’erano poi, davvero, i manicomi.
Al manicomio ci siamo stati tutti, ci siamo entrati attraverso lo schermo di un cinema, il monitor di un televisore, abbiamo gironzolato fra i pazzi e le loro urla, abbiamo visto qualcuno di loro subire l’elettroshock o, peggio, quell’intervento agghiacciante, la lobotomia.
Ci siamo affacciati per pochi minuti, il tempo di una scena, di qualche inquadratura, nella stanza per l’isolamento: quella con le pareti imbottite e la porta spessa, con una finestrella che ogni tanto inquadrava per pochi attimi lo sguardo dell’infermiere.

Visitare un ex manicomio o un edificio che un tempo fu un ospedale psichiatrico gestito da suore è come scavalcare schermi e monitor portandosi dietro tutto ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, su quei luoghi. Ci si porta dietro un bagaglio pesante di suggestioni e emozioni. È un’esperienza forte e in un certo modo spirituale.

Anni fa ho visitato un ex manicomio, ora abbandonato. Era un complesso di tanti edifici distribuiti a ventaglio intorno a una chiesetta, tutto all’interno di un parco enorme.
Ho trovato letti vuoti e materassi ammassati, stanzoni spogli, pile di piatti, e un lavandino divelto che qualcuno non ha avuto la forza di lanciare contro la finestra per scappare, imitando Jack Nicholson.

Ho varcato soglie che davano su un mare di carta, fogli che invadevano anche i corridoi, fogli che riportavano la lista delle cure effettuate ai pazienti. Fra le cure ce n’era una che si ripeteva più e più volte, scritta così “fatto insulina”. Possibile che ci fossero tanti diabetici? No, l’insulinoterapia era un trattamento psichiatrico usato in alternativa all’elettroshock: ideato dal neurologo Manfred Sakel, serviva a far entrare il paziente in coma controllato. Li facevano entrare in coma, per farli stare buoni.

In questa struttura veniva praticato anche l’elettroshock e si racconta che da qualche parte, in uno di quei tanti edifici diroccati, ci sia ancora la saletta con l’attrezzatura.
C’erano gli edifici per le donne, per gli uomini, separati a seconda della loro condizione più o meno grave, più o meno curabile. C’era anche il reparto bambini e a questo i film non ci hanno preparato. I bambini riusciamo a immaginarli al massimo in un orfanotrofio, ma in un manicomio no, non ci si può pensare.

Sensazioni simili le ho provate qualche tempo dopo, in un ospedale psichiatrico situato nei pressi di un convento suore. Preghiera e malattia, solitudini cercate e imposte che convivono per forza. Ho camminato sotto gli archi del chiostro fra fantasmi di suore che passeggiavano in coppia.

Ancora una volta ho attraversato grandi stanze vuote, sbirciando sui fogli sparsi a terra.

Una penna stilografica e una calligrafia che appartiene a un altro tempo, avevano annotato le spese relative a un carro funebre. La funzione si sarebbe svolta nella chiesa adiacente, abbandonata anch’essa.

Qual è la natura del fascino oscuro che questi luoghi esercitano su di me, su molte altre persone come me? Forse la consapevolezza che le loro vere storie, che sono tante tantissime, resteranno segregate e segrete per sempre.

Stasera alle 21.00 ci si vede su Instagram

Se il mondo che avete sbirciato dalle pagine di questo blog vi incuriosisce, stasera non potete mancare. Cercate su Instagram il mio account (Lazzaladra) oppure Books_details. Parleremo del mio libro fantastico, di genere e di fatto, L’arte delle gocce rossee di tutte le cose bizzarre e curiose che sono fonte di ispirazione quando scrivo. Fuggiremo lontani dalla realtà. Poi torneremo per sorseggiare un cordiale, assieme a Cosmas e Vertov.

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Un tempo scrivevo sceneggiature

Sì, mi è capitato di scrivere soggetti e sceneggiature. Un paio di queste si sono trasformate in cortometraggi. Per “La misura dei salami” avevo scritto la sceneggiatura come si dice “non originale”, perché il punto di partenza era il racconto omonimo di Luciano Rocco.

Guardando il piccolo film che ne è uscito ci si ritrova nelle atmosfere di grandi film come “L’albero degli zoccoli” e “Novecento“.

“La misura dei salami” è stato un’esperienza indimenticabile anche se io, sceneggiatrice, sul set non ci sono mai andata. Però, scrivendo quelle scene, c’ero stata prima di tutti gli altri.

Grazie al regista e artista, Matteo Corazza, che aveva creduto in me per questo progetto.

Orfanotrofio per adulti

C’era una volta una grande casa che ospitava ragazzi e ragazze, giovani non più bambini. Andrea, Marco, Matteo, Lisanna, Marta, Jarno e molti altri hanno vissuto lì per un po’ di tempo, insieme, per forza.

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Le le loro storie se ne sono sono andate via con loro, tanto tempo fa. Fra quelle pareti sono nate grandi amicizie, forse perfino qualche amore. Di sicuro ci sono stati litigi, crisi e fiumi di lacrime. Ci sono state discussioni per stabilire i turni delle pulizie, ma anche giochi, scherzi e lunghe cene.

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Tutto questo, mescolato assieme, impregna ancora le pareti della casa che ora è orfana, come in qualche modo lo sono stati i suoi ospiti di un tempo. Forse ognuno di loro, a un certo punto della sua permanenza lì, si è sentito abbandonato ma al tempo stesso parte di una grande, variegata, famiglia. Proprio come si immagina succeda negli orfanotrofi. Dopotutto questo posto cos’era se non un orfanotrofio per adulti? Ragazzi, adulti, rimasti soli rincorrendo una scelta, un’idea, un’utopia sbagliata o solo troppo veloce. Spero siano riusciti tutti a ritrovare il proprio percorso. Chissà se qualche volta ripensano ancora a quella grande casa.

 

 

 

 

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Poi ci sono le coincidenze, che poi alla fine non sono nemmeno tali. Si tratta solo di vedere qualcosa con gli occhi ancora impressionati da un’esperienza appena fatta. Il fatto è che dopo essermi aggirata in quel posto fra i fantasmi del suo passato, ho iniziato a vedere “The promised neverland” un anime che, guardacaso, è ambientato in un orfanotrofio dove la serenità è solo apparente. Anche a distanza di tempo ho ancora la sensazione di aver visitato, dal vivo, gli stessi ambienti che poi ho rivisto nell’anime… ditemi se per voi non è lo stesso!

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Vi racconto una storia: “Quando si spensero le luci”

Ascolta “Le storie della mala notte” su Spreaker.

Vi racconto una storia, e non una storia qualsiasi bensì una delle storie della mala notte. C’è un paese di provincia, un ragazzino, un capannone pieno di cose vecchie e perfino una ballerina di burlesque: all’improvviso non c’è più corrente, le luci si spengono e tutti devono reinventare le proprie vite e guardarle con occhi diversi. Almeno per un po’. Ed è un po’ quello che ci sta succedendo ora, anche se per un motivo diverso. “Quando si spensero le luci” è uno dei racconti contenuti nel libro che ha dato origine a questo sito, “Le storie della mala notte”, appunto.

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Ora quel libro non lo trovate più (ma su richiesta vi posso fornire la versione epub), ma i racconti sono sempre vivi: con questo non dovete neppure fare la fatica di leggere, ve lo leggo io! Anche se può non sembrare, c’è molto del mio vissuto personale in questa storia ma questo vale, in modo più o meno palese, per chiunque scriva qualcosa.

A casa della nonna che scrive

Ines viveva in una casa enorme, un palazzo edificato come piccola fortezza già fra il XIV e il XV secolo. Le pareti di quella grande casa racchiudono stanze ben più grandi e storie molto più lunghe di quanto possiamo immaginare di trovare nelle abitazioni comuni. Ma anche Ines non era una persona comune. Viaggiava molto e senza bisogno di nessuno che l’accompagnasse: saltava su un aereo e raggiungeva il nipote lontano, anche se l’età avrebbe suggerito diversamente. La chiamavano nonnina volante, ma nelle sue giornate nel grande palazzo Ines si faceva compagnia scrivendo. Agende, fogli sparsi, lettere… tante, tante parole messe nere su bianco e lasciate su tavoli, credenze e comò a parlare di una lunga vita. Quasi 110 anni. La casa di Ines ha sentito il suo abbandono e ora si sta lasciando andare a sua volta, dopo secoli di storie e di vite. In quella dimora abbandonata aleggia la storia dell’ultima abitante che, come succede spesso, diventa un po’ leggenda, un po’ fantasia.

Altre foto in QUESTO ALBUM

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Un racconto cyberpunk (!?)

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Ambientato in un futuro distopico, parla di connessioni, clonazione e ribellione. Se si possa davvero definire cyberpunk non lo so, ma ci somiglia quantomeno per le atmosfere, le stesse che ritrovo di tanto in tanto esplorando vecchi stabilimenti industriali che cadono a pezzi. “Gli anni del vivaio” lo scrissi molto tempo fa, era credo il 2008. Lo scrissi, lo feci leggere a qualche conoscente e qualcuno mi disse: “sai che somiglia tanto al filmThe Island?“. Io quel film non lo avevo ancora visto, ma nessuno ci crederà mai.

GLI ANNI DEL VIVAIO

Elena Lazzaretto

Comincia a fare freddo e questa corrente d’aria cattiva me lo porta fin dentro le ossa. Sento il rumore perenne delle ventole che si affacciano sulle pareti, da qualche parte sopra di me. Da qualche parte, ancora più su, c’è anche il cielo. Io non credo sia lo stesso che vedevo allora: al Vivaio il cielo era quasi blu. E come ogni volta che scopro un ricordo di quegli anni non posso non chiedermi perché il Trattamento DEL non abbia funzionato. Gioco ad illudermi che il Vivaio non sia mai esistito, ma sento arrivare quell’idiota di Creuso che ha la brutta abitudine di riportarmi alla realtà. Riesce a trovarmi ovunque, mi viene a scovare in fondo ai vicoli anche se sono raggomitolato in un angolo sporco, nascosto sotto strati e strati di stracci. Confesso di non riuscire a sopportarlo, lui e quel suo sorriso di denti sghembi e gialli. Gli aliti d’aria più violenti se la prendono con i suoi capelli, coprendo e scoprendo la stempiatura. Creuso è giovane, tutto sommato, e non ha motivo di fare la vita che faccio io. Già da lontano vuol farmi capire che c’è qualcosa da vedere perché tiene in mano la placca, il braccio alzato. Qualcosa che riguarda Jadzia, ovviamente. Se solo si decidesse a lasciarmi in pace. Non mi libererò mai di Creuso e della sua placca: potrei distruggergliela, ma riuscirebbe a procurarsene un’altra, anche rubandola. La copertura totale senza un device per usufruirne per lui sarebbe l’inferno: sogna l’impianto opto-auricolare, lo stesso di cui mi sono sbarazzato…assieme al mio orecchio destro.  ‘Tu, tu ti sei bruciato il cervello a forza di caricare dd’ mi ha ripetuto non so più quante volte, ridacchiando, tirando su col naso e puntandomi contro il suo indice curvo e sporco. Glielo lascio credere, meglio così: sono abbastanza vecchio per aver provato droghe naturali e sintetiche, ma non ho mai scaricato nessun tipo di digital drug.  Mi sono fatto tagliare l’orecchio, sì: credo che per questo Creuso non sappia se considerarmi più pazzo di lui. Ed è per questo che forse mi ammira, ma se fosse appena un po’ più sveglio capirebbe pure lui. Rinunciare al credito, non accedere alla copertura totale, disfarsi dell’impianto: in una parola sparire. Niente droghe e, forse, niente pazzia caro stupido Creuso: semplicemente non voglio essere rintracciato, solo tu mi trovi ovunque, ma tanto tu non sei nessuno. Proprio come me.

“Tycho!” mi chiama, con quel sorriso ebete. Mi raggiunge e si siede pesantemente in terra, vicino, attaccato a me. Gli puzza il fiato, mi volto per non sentirlo e per non guardare la placca che mi mette con insistenza davanti agli occhi. Una vecchia placca, un modello che non credo producano più visto che tutti stanno passando all’impianto.
“Guarda Tycho, c’è la tua bella.”
“Creuso…” sospiro, sfinito.
Lo so che non lo fa con cattiveria, lo so. Crede che in realtà io sia contento di vedere ogni nuovo spot di Jadzia, ogni sua dichiarazione. Maledetti i primi tempi, il pensiero di Jadzia era una ossessione di cui Creuso fu testimone quando ero ubriaco o parlavo nel sonno. Ora riesco a controllarmi, ma non posso fare a meno di guardarla, Jadzia, sul monitor della placca. Almeno rimane confinata lì, l’impianto invece me la porterebbe fin dentro al cervello dove c’è già il ricordo di lei. La vera lei. Sotto ai pollici dalle unghie sporche di Creuso c’è Jadzia Vella che parla e sorride, parla e sorride: è solo la copia della copia della vera Jadzia. E’ quasi lei.

Quando vidi Jadzia B. Vella per la prima volta, aveva sedici anni e parlava di rado, sorrideva timidamente abbassando lo sguardo. Avrei dovuto restare al Vivaio per cinque anni a prendermi cura del suo cuore. Poi l’avrei dimenticata, assieme a tutto il resto. Questo prevedeva il contratto che avevo firmato con i Beta Labs: un anno di addestramento, quattro di lavoro, impianto opto-auricolare gratuito, compenso molto elevato. E dovevo acconsentire a sottopormi al Trattamento DEL una volta che tutto fosse finito: dovevo dimenticare anche l’esistenza di quel posto prima di tornare al mondo esterno. La sola clausola era riuscire a mantenere sempre lineare il profilo psicologico, una sola incrinatura e sarei stato sottoposto al trattamento e poi rispedito a casa. Le cose però andarono diversamente: ed ora eccomi qui, in compagnia di Creuso che mi dice per l’ennesima volta che esiste anche una dd  per scopare con Jadzia, solo che bisogna avere l’impianto ovviamente. Mi guarda indagatore, sicuramente crede che io intendessi una cosa del genere quando gli dissi che Jadzia l’avevo conosciuta davvero. In quasi 5 anni, invece, l’avevo proprio vista crescere. Vissi al Vivaio monitorandole ogni giorno il cuore, un cuore che non aveva alcun difetto: sapevo di non dover fare domande ai colleghi, né ai ricercatori Beta Labs. Cercai di non fare mai domande nemmeno a me stesso. E poi un giorno, l’ultimo, Jadzia mi guardò a lungo come non aveva mai fatto prima. “Immagino sia il cuore” mi disse, sembrava serena. Lì per lì non capii. Ma lei sì, non so come, aveva capito ogni cosa. Il suo cuore era perfetto e per questo glielo avrebbero tolto. Solo per questo era stata creata. Jadzia B., B come Beta, il pezzo di ricambio. Solo in questo modo la vera Jadzia avrebbe continuato a vivere.

Era stata capace di intuire tutto questo da sola! Jadzia B. era qualcosa di diverso, molto più che una semplice copia. Tutti si erano sempre concentrati sul suo cuore, nessuno aveva mai studiato a fondo la sua mente, nessuno si era accorto delle sue facoltà. Sì, io sono certo che avesse sviluppato delle notevoli facoltà mentali, è l’unica spiegazione che sono riuscito a darmi in tutti questi anni. Era nata e cresciuta in un ambiente puro, schermato da qualsiasi onda artificiale, isolato perfino dalla copertura totale: nessuno al mondo aveva mai avuto questa possibilità. La sua mente ne aveva approfittato per…espandersi. Ancora non mi spiego perché avesse deciso di rivelare proprio a me tutto quello che aveva capito, a poche ore dal trapianto quando oramai era tardi per fare qualsiasi cosa. Dopotutto cosa avrei potuto fare? Ero solo un ignaro ingranaggio del Progetto Vivaio. Non sapevo che anche la vera Jadzia era stata da poco condotta al Vivaio. Non sapevo nemmeno che ci fosse una vera Jadzia! E non sapevo che quella che mi stava di fronte avrebbe finito di vivere quel giorno, a 21 anni. Jadzia B. forse, aveva soltanto bisogno di confidarsi con qualcuno per la prima e l’ultima volta.

Il mio profilo psicologico subì conseguenze notevoli ma quello che successe nelle ore successive giustificò largamente le alterazioni riscontrate quel giorno.
Rabbrividisco, mi succede ogni volta che ripenso a quei momenti. Creuso continua a parlare, ma io non lo sento, e lui guarda la placca quasi toccandola con il naso, tanto la tiene vicino.

Fu la vera Jadzia a morire: morì il giorno stesso in cui avrebbe dovuto avere inizio la sua nuova vita. Fu stroncata da un aneurisma cerebrale, lei che fin dalla nascita aveva avuto gravi problemi non con il cervello ma con il cuore. L’attacco si verificò non appena Jadzia B. fu condotta nella sua stessa stanza. Nessuno avrebbe mai potuto calcolare un imprevisto così incredibilmente assurdo. Con il passare del tempo però, si è fatta sempre più forte in me l’idea che in quello che era successo non ci fosse nulla di assurdo. Al Vivaio ci fu molto trambusto, mi venne chiesto di verificare le condizioni del cuore di Jadzia B: perfette. La sostituzione venne preparata nei dettagli, ma molto rapidamente. Il patrimonio mnemonico della vera Jadzia era comunque già stato scaricato, come vuole la prassi in tutti i casi di intervento a percentuale di rischio non nulla. Sottoposero Jadzia B. al Trattamento DEL totale e successivamente all’operazione di carica. Prima che si risvegliasse verificai nuovamente le condizioni del suo cuore: perfette. Da quel momento non avevano più bisogno di me. Fui sottoposto al Trattamento DEL a mia volta, giacqui sdraiato nello stesso punto in cui poche ore prima avevano deposto Jadzia B. Il trattamento con me non ha funzionato e all’inizio nessuno se ne è accorto, nemmeno io. Poi i ricordi hanno cominciato a tornare. Ho avuto paura e ne ho tuttora. Paura che i Beta Labs se ne accorgessero e mi venissero a cercare per cancellarmi la memoria in modo definitivo. Io non ho parlato, nessuno al mondo sa di tutto questo. Creuso borbotta e ridacchia, annuisce con gli occhi sbarrati sulla placca. Mi dà fastidio.

“Creuso, lasciami solo.”

Creuso si volta di scatto, come se si fosse ripreso all’improvviso da uno stato di ipnosi. Mi fissa in un modo che non è da lui, come se vedesse in me le risposte a tutte le domande del mondo.

Gli dico di smetterla. Creuso guarda la placca e poi guarda me, vedo la sua faccia con la coda dell’occhio. Guarda la placca e guarda me. Mi chiede “Tycho, ma tu da dove vieni?” Il cervello se lo deve essere bruciato anche senza impianto. Gli dico che vengo dal Paradiso. “Non hai certo l’aspetto di un angelo” Ridacchia e mi mette la placca sotto il naso, vedo la mia faccia nel monitor come allo specchio dopo un’eternità. Resto affacciato sulla rete estesa per alcuni istanti e quando me ne rendo conto mi scosto immediatamente. Creuso guarda me, guarda la placca e se ne va. Finalmente posso provare a dormire.

Un dolore al collo, come una puntura d’insetto mi sveglia. Apro gli occhi ma la vista è annebbiata. Distinguo la faccia di Creuso che è davanti a me e mi respira addosso. Mi sta per venire un attacco di nausea e le sue parole isteriche sembrano venire da lontano. Dice qualcosa del tipo che non mi devo preoccupare e non mi devo arrabbiare, che gli hanno promesso l’impianto. Sento che sto per perdere i sensi, non vedo più nulla.

E’ come se tornassi da molto lontano, ma sento di stare bene. Percepisco luce gentile che si insinua fra le palpebre. Provo ad aprire gli occhi: prima è solo luce, poi prende forma uno spettacolo che non vedevo più da chissà quanto. Al di là di una vetrata enorme, al di là delle torri e dei palazzi più alti, c’è un tramonto immenso che si prende tutto lo spazio e tutto il mio cuore. Lo contemplo a lungo senza farmi domande, non mi importa di dove sono, né di chi mi ci ha portato e perché. Sento la pace e potrei restare sdraiato su questa chaise longue così, per sempre. Poi, una voce. Da qualche parte nella stanza, dietro o di fianco a me, una voce di donna.

“Volevo che vedessi qualcosa di bello, al tuo risveglio.”

Mi manca il respiro e non oso guardare, non oso pensare. Fisso imperterrito il tramonto e sento i dei passi. Profumo leggero di fiori. Posa la sua mano sulla mia.

“Ti ho cercato così a lungo, Tycho. Così a lungo.”

La voce un po’ le trema, e io non dico nulla ma trovo la forza e mi volto lentamente verso di lei. Nel suo sorriso mi pare ancora di distinguere quel velo di timidezza di un tempo, e non riesco a dire una parola. Ci guardiamo a lungo con la luce del tramonto che copre d’oro il suo volto e forse anche il mio. Sono capace di mormorare soltanto il suo nome, a bassa voce, temendo che lei sparisca all’improvviso. E invece lei tenta di mantenere il sorriso, ma una lacrima le sfugge e scivola giù, e cade sul mio braccio.

“Tycho…ricordi chi sono?”

Vorrei che non soffrisse così, la mia piccola Jadzia.

“Ricordo chi sei, Jadzia B., ricordo tutto.”

Jadzia mi stringe la mano. “Lo sapevo che il Trattamento non…” Lascia la frase a metà, sospesa. “Sono ancora la Jadzia che hai conosciuto?”

“Quasi, Jadzia, sei quasi tu.” Le sorrido.

Rimaniamo in  silenzio a guardare il tramonto fino a che la luce non se ne va del tutto. Ci sono troppe cose da dire e da chiedere, ma sto di nuovo bene: sento di potercela fare e non ho alcuna fretta. Io ho tutto il tempo che Jadzia può volere. Tempo e ricordi sono tutto ciò che ho. Jadzia fa un profondo respiro.

“Ricordo amori che non ho vissuto e lacrime che non ho mai versato, ma della vita che fu davvero mia ricordo soltanto le ultime ore, e ricordo te.”

Di Jadzia B. non è rimasto altro che una manciata di ore. E’ quasi più triste così che saperla cancellata del tutto.

“Tycho, io non so come spiegarlo ma… è dipeso tutto da me. Ho interferito con il dispositivo di cancellazione” sospira. “Verso la fine del trattamento sono riuscita a reagire. Avevo la sensazione di aver capito come rispondere agli impulsi in modo uguale e contrario, annullando l’effetto. Devo aver creato un’interferenza che  ha compromesso il funzionamento del dispositivo.”

Abbassa lo sguardo, mi prende la mano con entrambe le sue e mi chiede di perdonarla.

“Non avrei avuto tante difficoltà a ritrovarti, se i tuoi ricordi fossero stati cancellati non avresti avuto alcun motivo di nasconderti. Se il Trattamento DEL non ha funzionato, se non ha funzionato con te  Tycho, è solo colpa mia.”

Mi sporgo verso di lei e vorrei sfiorarle la guancia con la mano, ma non riesco a fare altro che un sorriso.

“Jadzia, nessuno al mondo ha meno colpe di te.”

Lei si fa ancora più triste e suoi occhi sono di nuovo lucidi di lacrime.

“Tycho tu credi davvero che io non abbia colpe?” Si alza in piedi tenendosi i gomiti come se questo le servisse a contenere il dolore. “Quello che ho fatto con il dispositivo assomiglia a quello che ho fatto a lei. Io l’ho uccisa”

La guardo e comincio a capire il suo tormento. Jadzia non conosce sé stessa, ma porta in sé i ricordi, le emozioni dell’altra lei. Convive assieme al pensiero terribile di aver causato la fine della vita che conosce così come fosse stata la sua, ma che sua non era.

Perché Jadzia mi ha cercato tanto? Perché ha sperato (ne sono convinto) che il Trattamento DEL non avesse funzionato con me? Perché ha bisogno di essere rassicurata sulla persona che era. Ha bisogno di qualcuno che le parli di Jadzia B. Qualcuno che le dica che Jadzia B. era stata creata nell’ambito del progetto Vivaio e che aveva sviluppato delle sorprendenti facoltà mentali. Io non posso sapere cosa sia successo in quella stanza, ma so che erano entrambe prive di sensi quando furono condotte lì. Posso dirle quello su cui ho fantasticato io: due menti così simili l’una all’altra forse hanno reagito, forse è successo quello che succede alle onde quando interferiscono costruttivamente o entrano in risonanza. Il cervello della vera Jadzia non ha retto, tutto qui. Alla fine le dico la cosa più semplice, la più vera.

“Tu non avresti mai fatto del male, non era nella tua natura. No Jadzia, tu non l’hai uccisa. Ora però hai i suoi ricordi dentro di te, ed è un po’ come se ospitassi la sua anima no?”

Jadzia mi guarda e alla fine sorride fra le lacrime. Non dice nulla, mi si avvicina e mi abbraccia. Io chiudo gli occhi e mi perdo nel suo profumo.

“Ti prego, parlami di Jadzia B.”

Mi lascia e io mi appoggio nuovamente allo schienale, ma continuo a guardarla mentre inizio a raccontare.

Credo stia per sorgere il sole. Jadzia mi ha ascoltato per ore mentre le restituivo una parte di lei. Se ne riappropriava senza lasciarsi sfuggire una sola sfumatura. Adesso dorme, con un po’ di fortuna sta sognando i suoi sogni e forse da oggi vivrà più serenamente. La lascio così e scendo fuori sulla strada: me ne ritornerò con calma ai miei vicoli, non ho fretta. Non considerarla ingratitudine, Jadzia, se me ne vado così: non ce la faccio a ricominciare in questo mondo, non ne ho la forza. Ma sono felice e mi stupisco di riuscirci ancora. Penso a Creuso che grazie a questo scherzetto potrà avere il suo tanto desiderato impianto. Tutto perché ha avuto la fortuna di conoscermi e di ricevere uno dei tanti messaggi subliminali di cui erano infarcite le comparse di Jadzia nella rete estesa. Gli darò una lezione appena lo vedo, se lo rivedrò, eppure sono felice anche per lui.  E’ una felicità piena che mi prende come una folata di vento costante e vigoroso. Il motivo è che ora ho un ricordo nuovo e bellissimo a cui ripensare ogni volta che voglio: l’espressione incantata di Jadzia mentre  ascoltava le mie prime parole.

“Quando ti ho vista per la prima volta avevi sedici anni e un sorriso timido. Abbassavi sempre lo sguardo ogni volta che qualcuno ti guardava.”

FINE

 

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